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23 luglio 2016

“BOLOGNA MERAVIGLIOSA” – ANCHE MISTERI E LEGGENDE TRA LE STORIE ILLUSTRATE DA CRISTINA ORLANDI


di Paolo Panni




E’ uscito di recente il libro “Bologna Meravigliosa – storie della città felsinea”, pubblicato dalle Edizioni della Sera, scritto da Cristina Orlandi, bolognese doc, che del capoluogo emilianoronagolo conosce angoli e segreti, aneddoti e vicende, misteri e particolarità. L’incontro con l’autrice è stato anche l’occasione per “scavare” anche tra le pagine del suo libro e per far emergere i misteri di cui tratta. 

"Bologna Meravigliosa" è il titolo del tuo libro: possiamo aggiungere anche "Bologna Misteriosa"? Perchè?

Ciao, 
Innanzitutto, grazie per il pensiero di dedicare un po' di spazio al mio libro sul vostro sito.
Certo, si potrebbe tranquillamente aggiungere "Misteriosa" come aggettivo per definire la mia città, per una serie di motivi:
Innanzitutto, Bologna ha origini antichissime, la sua fondazione risale addirittura all'epoca etrusca.
Più volte distrutta e ricostruita nel corso dei secoli è passata attraverso diversi domini, come etruschi, romani, barbari (i galli Boi, che cambiarono il nome da Felsina a Bononia), lo Stato Pontificio, Napoleone. Bologna fu anche libero comune, e questo significò essere teatro di vari scontri, guerre e battaglie. 
Un passato così antico e turbolento significa reperti, macerie, che spesso rivelano qualcosa di misterioso e inquietante. Una suppellettile, anche non necessariamente bellica, se molto antica, racchiude in sè mistero. Intendo dire: al ritrovamento di un qualsiasi reperto viene spontaneo domandarsi e cercare di scoprire a chi potrebbe essere appartenuto, a cosa servisse esattamente. 
In alcuni luoghi, poi, durante la ricostruzione post-bellica della II guerra mondiale, sono stati ritrovati scheletri e resti mummificati, che probabilmente risalgono a epoca medievale. Il "probabilmente" incuriosisce, inquieta. È un mistero, uno dei tanti. 
Inoltre, la struttura a "ragnatela" delle vie del centro storico contribuisce non poco a rendere Bologna misteriosa.
Senza contare il fatto che Bologna è la città che vanta il maggior numero di portici nel mondo. 
I portici offrono i vantaggi di riparare dalle intemperie e fare ombra d'estate, e soprattutto di nascondere.
John Grisham scelse Bologna come teatro per l'unico dei suoi romanzi ambientato in Italia perché, per sua stessa definizione "E' la città ideale per nascondersi".

Domanda d'obbligo: perchè "meravigliosa"?

Premetto di non avere scelto io il titolo: il libro fa parte di un progetto editoriale della Casa Editrice "Edizioni della Sera"
Il link riporta alla collana "Radici", vale a dire al progetto a proposito delle guide emozionali sulle principali città italiane.
"Meravigliosa" perché si tratta di una guida emozionale, cioè di un percorso di emozioni legati ai luoghi. 
Indispensabile era quindi conoscere non solo la città e la sua storia, ma anche i modi di dire e di vivere, la cultura, le tradizioni popolari. 
Ad ogni luogo, o tradizione, o curiosità è abbinato un racconto. Alcuni autobiografici, altri inventati,
altri ancora sono ricordi di famiglia. 
Il libro non è propriamente una guida turistica, anche se può essere così utilizzata perché parla di luoghi; piuttosto, è un souvenir, un album di ricordi, di curiosità, di tradizioni.

Tra i luoghi misteriosi indicati nel tuo libro c'è il santuario di Santa Maria di Zena, noto anche come "Santuario del Monte delle Formiche". Parlaci di questo luogo e dei suoi misteri.

Si tratta di un santuario dedicato alla Beata Vergine, situato su un monte nei pressi di Loiano, località dell'Appennino bolognese. 
È conosciuto come "Santuario del Monte delle Formiche" perché nel mese di settembre le formiche alate arrivano al Santuario a sciami, e poi cadono a terra inerti. Pare un fenomeno soprannaturale, intenso e solenne. Ci sono leggende popolari che raccontano di come le formiche rendano l'estremo omaggio all'altare della Beata, per morire subito dopo.

Del Portico delle 3 frecce invece cosa puoi dirci?

Si tratta di un portico ligneo, situato nel punto in cui Strada Maggiore, una delle vie che si diramano dalle Due Torri, incontra Palazzo Isolani. Sotto la volta del portico si trovano tre frecce conficcate nel legno. 
Attorno a quelle frecce sono nate varie leggende: c'è chi racconta che rappresentavano, all'epoca dei Liberi Comuni, i simboli del potere cittadino: la Chiesa, il Senato Massonico, il Partito. 
Poi ci sono diverse, leggendarie versioni che narrano di regolamenti di conti, spedizioni punitive, vendette, tutte terminate con il mancato bersaglio da parte degli arcieri che mandarono, per l'appunto, le frecce a conficcarsi sotto la volta del portico. 
Di queste leggende, la più curiosa é quella che vede gli arcieri sbagliare mira perché distratti dalla visione di una donna bellissima, che si affacciò nuda ad una delle finestre. Era la donna stessa il bersaglio, che doveva essere punita in quanto adultera? O era la moglie di un nobile, oggetto di regolamento di conti, che salvò il marito da morte certa, facendo sì che i sicari sbagliassero mira, distratti dalla sua bellezza? 
Oppure il portico, in quel punto, fu teatro di un turbolento duello a colpi di freccia? 

Da bolognese e da scrittrice quali sono i misteri che più ti affascinano della città e della sua provincia?

Sicuramente mi affascinano i colli, primo fra tutti quello con il Santuario della B. V. di San Luca. 
La strada che conduce vanta il portico più lungo del mondo, collegato direttamente con lo Stadio. Più di tre chilometri di portico, in salita, con quattrorocentonovantotto gradini. È il numero degli archi a inquietare: 666! 
Perché la strada che conduce a un luogo sacro ha un numero di archi da poter essere definito come "diabolico"?
E perché durante le processioni della Beata, che si tengono 2 volte l'anno, piove sempre? 
I colli attorno a Bologna, 10, con le loro suggestive vedute panoramiche, paiono avvolgere la città di mistero, di ombra. Chi può sapere cosa succederebbe a chi, malauguratamente, dovesse cadere da uno strapiombo? Erba alta, alberi, silenzio, ville circondate da mura. 
Poi ci sono le torri. 
Penso che qualsiasi romanziere finisca fatalmente per essere attratto dalle torri, da sempre indicate per antonomasia come teatro di drammi, prigionie, lacrime e salvataggi. Poco importa che a Bologna, in realtà, le torri, in epoca medievale, venissero costruite dalle famiglie più influenti come simbolo di potere e prestigio. 
Una torre è sempre una torre, qualcosa deve essere successo per forza, dietro quelle spesse e anguste mura, illuminate a fatica da finestrelle minuscole.

17 aprile 2015

“PIACENZA MISTERIOSA”, IL NUOVO LIBRO DI PAOLA CERRI, GABRIELE DADATI E BARBARA TAGLIAFERRI ALLA SCOPERTA DELLE PIU’ AFFASCINANTI E INQUIETANTI VICENDE DELLA PROVINCIA EMILIANA


di Paolo Panni



Non può mancare, nelle librerie degli appassionati e degli studiosi del “mistero” il nuovo libro, edito da Officine Gutenberg, “Piacenza Misteriosa – guida ai castelli infestati, alle vicende inspiegabili e agli altri enigmi del territorio”, scritto a sei mani da Paola Cerri, Gabriele Dadati e Barbara Tagliaferri. Duecentodieci pagine alla scoperta di quella che può tranquillamente essere definita una delle zone più misteriose d’Italia per la ricchezza, la quantità e la rilevanza di tante sue storie. 

Emilia Misteriosa sente, innanzitutto, il dovere di ringraziare gli autori per aver ampiamente citato la nostra associazione: non solo nella ricca sitografia ma, addirittura, in premessa ricordando, da subito, un nostro servizio (che, va detto, è ad oggi il più cliccato del portale con oltre 6mila visualizzazioni) dedicato a Piacenza come “provincia più infestata d’Italia”, finito anche, con ampio spazio, sulle colonne della rivista “Mistero”. Inoltre, a pagina 194, un breve capitolo è dedicato alle indagini effettuate nel misterioso castello di Spettine, nel territorio di Bettola. 

Un ringraziamento quindi doveroso agli autori, non solo per l’attenzione dedicata alla nostra attività ma anche, e soprattutto, per l’eccezionale lavoro svolto sull’intera provincia piacentina, alla scoperta dei tanti misteri che la rendono affascinante. Un lavoro “a tappeto”, dalla Bassa alla montagna, dalla città ai più piccoli borghi situati agli estremi confini della provincia, andando a scavare tra vicende note e meno note, approfondendo misteri già ampiamente conosciuti e tirando fuori parecchie “chicche”. Una su tutte, quella della misteriosa piramide, vecchia di almeno 13mila anni, che esiste in Val Chiarone, ignorata (forse) anche dagli stessi abitanti, realizzata “da stirpi liguri – si legge nello stesso volume – usando riferimenti astronomici. In un’era fatta di tribù, sacerdoti, rituali magici, l’astronomia era una delle poche culture scientifiche di cui i realizzatori potevano disporre e non poteva che essere fusa con tutto il resto”. Una “chicca”, davvero interessante, come interessanti sono, capitolo dopo capitolo, le vicende che vengono sviscerate. Un lavoro, va ribadito, decisamente corposo. Ne fa fede la bibliografia e la sitografia finale: ben 9 pagine di fonti a dimostrazione, appunto, del lavoro notevole eseguito dagli autori. Lavoro caratterizzato non solo dalla raccolta di notizie su libri, riviste e siti, ma arricchito ed impreziosito anche da visite dirette nei luoghi trattati e da incontri con persone che, attraverso le loro testimonianze, hanno fornito il loro, ulteriore, contributo. 

Il volume è organizzato per capitoli, partendo da Piacenza per proseguire poi con le diverse valli: Nure, d’Arda, Luretta, Trebbia e Val d’Aveto e Tidone. Più una ventina di pagine finali, l’appendice, alla scoperta di ulteriori enigmi, misteri e vicende, talvolta anche “senza luogo” che riguardano il Piacentino. 

Una full immersion che non è solo una guida preziosa (e già solo per questo aspetto il libro è di valore) ma è, soprattutto, una miniera di storie da leggere, da conoscere. Per avere una visione più ampia, completa, forse inedita dei nostri territori emiliani. Per conoscere nuovi luoghi da visitare. Ed anche una base di partenza per ulteriori lavori. Lo evidenziano gli stessi curatori del libro, in premessa (e lo hanno affermato anche durante una presentazione a San Nicolò alla quale abbiamo partecipato) scrivendo: “Non ci illudiamo che sia un lavoro definitivo, perchè il territorio è davvero vasto e perché nuovi misteri possono sempre emergere”. Parole che possiamo solo condividere, perché il mondo del “mistero” è sempre ricco di storie e di vicende da scoprire, conoscere, esplorare e studiare. Un motivo in più, con “Piacenza Misteriosa” da sfogliare e da inserire in biblioteche e librerie, per proseguire, convinti e con la passione di sempre, a indagare e a ricercare storie meno conosciute, insolite e misteriose che rendono ancora più belli i nostri territori.

Due parole, infine, sugli autori. Paola Cerri è laureata in archeologia; Gabriele Dadati in filologia italiana mentre Barbara Tagliaferri è germanista. Come si legge nella quarta di copertina sono soprattutto “tre amici appassionati del territorio in cui sono nati e cresciuti, e a fare questo libro si sono divertiti un mondo”.

14 dicembre 2013

Massimo Polidoro - Sei un sensitivo? - Avverbi edizioni



di Giovanna Bragadini





Qualche giorno fa, sistemando la mia libreria straripante, mi sono ritrovata in mano un librino che non consideravo da tempo: il manualetto “Sei un sensitivo? I test per provarlo” di Massimo Polidoro, psicologo, illusionista e membro del Cicap. Pubblicato nel 1997 e ora quasi introvabile, fornisce in allegato un mazzo di carte Zener – per intenderci, quelle con i simboli utilizzate per alcuni esperimenti ESP (confesso di averlo acquistato proprio per le carte).
La pagina dedicata al libro sul sito dell’autore (
www.massimopolidoro.com) così descrive il contenuto: «Un manuale per verificare eventuali facoltà paranormali, una raccolta di esperimenti pratici e semplici da realizzare in casa propria per mettere alla prova qualunque fenomeno “insolito”: dalla ESP alla psicocinesi, dalla chiaroveggenza alla precognizione, dalle facoltà medianiche a quelle terapeutiche dei guaritori, dalla possibilità di vedere l’aura a quella di trovare l’acqua per mezzo della rabdomanzia, e poi ancora: astrologia, levitazione, viaggi fuori dal corpo, sensibilità ai cristalli, kinesiologia applicata».
Dopo aver riletto il libro, la descrizione sopra citata appare un po’ pretenziosa: in 139 pagine si può dare giusto qualche assaggio di cotanti argomenti, e alcuni sono solo citati di sfuggita. Un buon numero di pagine finali sono invece dedicate a divulgare le attività del Cicap, nonché per pubblicizzare il faraonico premio messo in palio da James Randi (it.wikipedia.org/wiki/James_Randi), ex maestro di Polidoro.
Alcune indicazioni sono davvero utili, come la tabella e gli schemi per condurre gli esperimenti con le carte Zener e valutarne i risultati, oppure la descrizione di alcuni trucchi usati dai cartomanti, mentre altri lasciano perplessi: per esempio, il fatto che i test psicometrici debbano essere effettuati senza poter toccare gli oggetti, o il fatto che l’aura debba essere visibile anche al di là di un paravento; infine, alcune prove non sono per nulla semplici da eseguire “in casa”. Il tutto è illustrato dal racconto di casi ed esperimenti effettuati dal Cicap, naturalmente con esito negativo e figuracce da parte dei sedicenti sensitivi.

In conclusione: un testo utile ai creduloni ma troppo rigido per i possibilisti; perfetto per gli scettici.


18 ottobre 2013

UN VOLUME DEDICATO ALLA MISTERIOSA E LEGGENDARIA CITTA’ D’UMBRIA….IL PIU’ GRANDE TESOR CHE AL MONDO SIA

 
di Paolo Panni
 

 
 
 



“Giace sepolta la Città d’Umbrìa. Il più grande tesor che al mondo sia”. E’ sufficiente il titolo del volume, edito da Toriazzi, per
indicare che il luogo di cui si sta parlando non può che essere “scrigno” di misteri e di enigmi. Ed in effetti è proprio così. Si è di fronte ad una “vicenda” in cui storia, mistero e leggenda si fondono, in un affascinante mix capace di attirare archeologi e avventurieri, appassionati di mistero e studiosi, narratori e poeti. E’, a tutti gli effetti, una una storia di draghi, di nani e di montagne ricolme di monete d’oro. Ma anche di scoperte archeologiche e di ritrovamenti che aprono una finestra, significativa, sulla storia dei territori emiliani. Il libro, poco più di una novantina di pagine, curato da Manuela Catarsi e voluto dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Emilia Romagna (Ministero per i Beni e le Attività Culturali) rientra nella collana Dea (Documenti ed Evidenze di Archeologia). Il luogo è la Città d’Umbrìa, misterioso sito posto su un piccolo pianoro che si stacca dal massiccio del Monte Barigazzo, nel territorio comunale di Varsi (Parma), ad un’altezza di quasi mille metri. Non ne restano, in evidenza, che pochi e poveri ruderi immersi in una spettacolare ed antica faggeta. Non si contano le campagne di scavo che, negli anni, lo hanno interessato e che hanno contribuito a dar vita a diverse e controverse interpretazioni, creando un mito che si tramanda ormai da secoli.

Il libro di Manuela Catarsi, il cui titolo riprende una vecchia e popolare filastrocca della Val Ceno, pone una “lente d’ingrandimento” importante, ed esaustiva, su questo luogo, da tempi immemori celato tra le vette dell’Appennino Parmense. “Il volume – spiega Filippo Maria Gambari, Soprintendente per i Beni Archeologici dell’Emilia Romagna – che non pretende ovviamente di dare una risposta generale valida per tutti gli analoghi complessi definiti con un termine troppo spesso generico e scarsamente tipizzato ‘castellieri’, arriva ad una convincente attribuzione di Umbrìa ad un periodo tra Tardoantico e Altomedioevo”.

“Se il primo scopo dell’intervento di scavo può dirsi raggiunto con il recupero di una stratigrafia affidabile della cinta fortificata del sito e con l’individuazione di due fasi costruttive riferibili a due momenti storici diversi e corrispondenti a due diversi piani di frequentazione – spiega quindi Luigi Malnati (Direttore Generale alle Antichità del Ministero per il Beni e le Attività Culturali” – purtroppo i numerosi sondaggi non hanno invece individuato lembi conservati di stratigrafia all’interno dell’abitato e nessun materiale diagnostico è stato recuperato in strato. Si è tuttavia fortemente tentati di attribuire la prima fase dell’insediamento ai Liguri e la seconda fase ad un fenomeno di arroccamento militare sul limes bizantino-longobardo nell’alto Medio Evo, risolvendo quindi con decisione salomonica l’annosa controversia sulla cronologia di Umbrìa. Ma è evidente – osserva – che solo una ripresa degli scavi con questo obiettivo strategico potrà dare risposte definitive”.

Ma soprattutto, come ha più volte ricordato la curatrice del volume è importante tutelare concretamente questo importante sito, e le sue enigmatiche strutture, troppo spesso depredato, al punto che spesso e volentieri i pochi ruderi sono stati utilizzati per fare il barbecue e, in passato, molte pietre sono state asportate per realizzare case della zona. L’area interessata è di oltre 7mila metri quadrati, di cui 160 identificati.

Manuela Catarsi, sia nell’ampio servizio di recensione pubblicato su parma.repubblica.it che nel corso della presentazione avvenuta a Varsi ha evidenziato che: “Negli ultimi anni abbiamo condotto ricerche e piccoli saggi, ripulendo le murature, effettuando i rilievi. Abbiamo svolto un’indagine completa, servendoci di diversi specialisti, anche da un punto di vista geologico, botanico, sulla toponomastica, i documenti antichi e quelli di scavo dei secoli scorsi. Purtroppo – ha lamentato - le ricerche passate, che hanno compromesso in modo irrimediabile il contesto, hanno precluso qualsiasi tipo d’indagine futura. Per molto tempo si è pensato che Umbrìa fosse un fortilizio ligure in funzione anti-romana, questo sebbene già un giovanissimo Luigi Pigorini, il grande studioso di paletnologia nato a Fontanellato, lo avesse escluso. Ma nessuno dei parrucconi dell’epoca, diciamo così, diede retta a quel ragazzo 16enne. Oggi possiamo dire, sulla base dell’esame delle murature, che siamo di fronte molto probabilmente a un fortilizio bizantino. I resti che ancora vediamo sono sostegni per camminamenti di ronda, con una pianta analoga a quelle di tutti i fortilizi del limes antico-romano, il cui scopo era respingere, senza successo come sappiamo, i barbari”. Parlando quindi di questo fortilizio ha spiegato che “Siamo tra il sesto e il settimo secolo dopo Cristo. E’ probabile che fosse impiegato o nella guerra greco-gotica - che contrappose i Bizantini alla popolazione “barbara” dei Goti - oppure contro i Longobardi. Di sicuro il forte è durato poco e molto probabilmente non serviva a mantenere armati. Le dimensioni estese, la mancanza di strutture fisse e materiali, suggeriscono che servisse come rifugio per la popolazione”. E, sui ritrovamenti effettuati ha fatto sapere che “In realtà nei magazzini del museo a Parma ci sono alcuni frammenti di ceramica, volutamente ignorati negli scavi passati. Sono cocci di produzione locale, ma che recano ancora l’indicazione di provenienza all’interno del sito e sembrano confermare il quadro cronologico ipotizzato”.


Passando al mito d’ Umbrìa ecco che storia e leggenda si sono confuse nel tempo. “Già nei documenti antichi – ricorda la Catarsi - la città è avvolta in un’atmosfera favolosa, custode di grandi tesori, una sorta di El Dorado, che naturalmente non poteva che favorire l’interesse di avventurieri e naturalmente di archeologi, che spesso finivano con l’essere incarnati nella stessa persona. Tra questi “Indiana Jones” una menzione merita senz’altro il tedesco-americano Alexander Wolf, che è finito col diventare parte stessa della leggenda. La città d’Umbrìa era già un mito quando Wolf arrivò nell’Ottocento. La sua figura dovette destare una forte impressione tra i valligiani, tanto da entrare nel folklore. Si racconta dello straniero venuto da lontano, alla ricerca del tesoro con una bacchetta magica, con la quale riesce ad aprire le montagne e trova dei nani, custodi di grotte piene di monete d’oro, argento e rame. Poi lo straniero se ne va, senza portare via nulla, ma il valligiano che lo aveva accompagnato, gli chiede di lasciargli la bacchetta, per recuperare il tesoro. Purtroppo farà una brutta fine, perché un drago gli sbarrerà la strada. La magia – prosegue - spesso si confonde con la realtà. Nelle ricerche abbiamo voluto capire che cosa ci potesse essere di autentico dietro le leggende e i racconti popolari. La stessa bacchetta magica può spiegarsi col fatto che Wolf era anche un rabdomante. C’è da dire che la vita per gli archeologi ad Umbrìa è sempre stata piuttosto dura. Giovanni Mariotti - siamo ancora nell’Ottocento - allora direttore del museo di Parma fu sorpreso insieme ai colleghi da un tremendo temporale, e inseguito da valligiani, che li accusavano di aver sradicato la radice della mandragola, che secondo la tradizione popolare aveva poteri magici”. Ed infine, parlando dei progetti futuri per il sito, la Catarsi ha ribadito che “L’obiettivo primario è arrivare al vincolo per proteggere i resti. Non una situazione facile, ci sono diversi proprietari, quasi tutti all’estero. Poi speriamo nel Comune, magari per organizzare visite guidate e iniziative. Il sindaco di Varsi del resto è un discendente di Wolf”.




8 ottobre 2013

“I CASTELLI DEI ROSSI NEL PARMENSE”: UN VOLUME CHE VA ALLA SCOPERTA DI ALCUNI DEI PIU’ AFFASCINANTI E MISTERIOSI LUOGHI DEL PARMENSE.




di Paolo Panni

 



Trecentosessanta pagine per andare a conoscere alcuni dei più leggendari e misteriosi manieri del Parmense. Un viaggio inedito, attraverso 25 castelli: tutti possedimenti della nobile famiglia Rossi, uno dei più potenti Casati che il Parmense abbia mai avuto. E’ da poco sbarcato, nelle librerie, edito da Toriazzi, il libro “I Castelli dei Rossi” nel Parmense, curato dalla giovane archeologa medesanese Silvia Cerocchi.






Il volume, tra scoperte archeologiche e documenti inediti, è divenuto realtà in un anno non casuale. Quello in cui ricorre il sesto centenario della nascita del grande condottiero Pier Maria Rossi, il più insigne esponente della nobile famiglia. E spazia attraverso 25 manieri, dalla pianura alla montagna; da quelli più famosi, ed aperti al pubblico, come Torrechiara, San Secondo, Berceto, Noceto, Felino e Roccabianca a quelli meno conosciuti, ridotti a ruderi, magari a pochi brandelli di mattoni, se non addirittura materialmente scomparsi (e dei quali, a maggior ragione, è importante raccontare per far sì che, comunque, la memoria non venga meno); E sono quelli di Beduzzo, Pugnetolo, Corniglio, Graiana, Basilicanova, Bosco di Corniglio, Neviano de’ Rossi, San Vitale Baganza (che è addirittura da tempo in vendita), Segalara, Roccaprebalza, Corniana, Bardone, Roccalanzona (uno dei più misteriosi, al quale abbiamo per altro dedicato un servizio su questo blog), Fornovo, Castel Maria di Carona, Sant’Andrea Bagni, Rivalta, Castrignano e Lesignano dè Bagni.

“Seicento anni fa, esattamente il 25 marzo del 1413 – scrive la stessa Silvia Cerocchi - a Berceto nasceva Pier Maria Rossi, uno dei personaggi più significativi della nobile famiglia. Ho colto questa ricorrenza per dare alle stampe il volume “I Castelli dei Rossi nel Parmense”, Edizioni Toriazzi – Parma.

La peculiarità del volume (frutto della tesi Magistrale in “Civiltà antiche e archeologia” discussa nel mese di luglio 2012, con voto 110 e lode, relatore il Prof. Gianluca Bottazzi) è che non punta alla ripresa e presentazione di quanto è già stato pubblicato ma rivolge nuove domande alle fonti edite ed inedite, ai luoghi, agli edifici ed ai loro materiali, così da impostare una storia del tutto nuova degli insediamenti in mano a questa famiglia che notoriamente ebbe il predominio in gran parte del Parmense nel XV secolo.

 Con le fonti disponibili (documento di Sigismondo dell’anno 1413, Estimi del 1415 e del 1462 - questa fonte inedita - e rappresentazione Camera d’Oro) ho svolto un complesso lavoro di analisi che ha portato alla scoperta di diverse novità.

Per quanto riguarda il confronto demografico sui mezzadri, o “villani”, dei Rossi analizzando i dati affidabili degli Estimi, ho costruito una tabella di confronto tra i momenti storici che distano una cinquantina d’anni. Inoltre, osservando i cognomi riportati dalle liste di riscossione si è riscontrata una precisa continuità abitativa di una percentuale notevole di famiglie fedeli ai Rossi. Aggiungendo ai dati già citati anche le informazioni derivanti dallo studio del Greci circa il Quaderno del fattore, ho calcolato, nei limiti, il numero di fedeli dei Rossi nei territori da loro controllati, che ammonterebbe a circa 150 mezzadri.
Un supporto basilare – spiega - è stato chiaramente l’affresco del Bembo della nota Camera d’Oro di Torrechiara, dato iconografico importantissimo che è, a mio avviso, preciso per quanto riguarda la raffigurazione dei castelli (tranne che per le altezze delle torri) ma semplificato per quanto concerne il numero di abitazioni (chiaramente simbolico).
Le novità a livello archeologico non sono meno importanti.
Ho individuato il castello di Sant’Andrea Bagni, finora ritenuto scomparso: ho misurato la base della torre (20 x 12 metri), rettangolare, costruita con muratura a sacco, con paramenti in pietre ordinate per filaretti. La conformazione del rilievo su cui si trovano i resti del castello, coincide perfettamente con l’immagine riportata dal Bembo.
Per quanto riguarda Neviano de’ Rossi, finora, il castello era stato identificato con l’edificio medievale di Selva Smeralda, ma ritengo più probabile che l’antico edificio dei Rossi raffigurato a Torrechiara, sia in località Neviano de’ Rossi, come documentato da una serie di murature quattrocentesche circondate in parte da due ordini di murature difensive troppo imponenti per un semplice nucleo di case.
La terza novità – aggiunge - riguarda Beduzzo, che oltre aver proposto il rilievo archeologico (come per il castello di Bosco), si documenta la base della torre, inglobata ora sotto la canonica del paese.
Per il castello di Basilicanova viene pubblicata per la prima volta una documentazione fotografica accompagnata da una planimetria delle strutture conservate, grazie alla disponibilità del proprietario, l’ex ministro Pietro Lunardi.
Il castello di Roccalanzona, in continuità con il mio lavoro precedente, propone un metodo di studio sulla muraria e sul rilievo di tutti i paramenti, e l’elaborazione di una pianta con l’identificazione dei diversi corpi di fabbrica.
È stato avviato inoltre un lavoro di mensiocronologia del mattone nei castelli di San Secondo, Roccabianca, Noceto, interamente costruiti in laterizio, e nei castelli di Roccalanzona, Segalara e Torrechiara che invece presentano solo alcuni elementi architettonici in mattone. Dai dati ricavati si è potuto concludere che non esisteva un’unica fornace per gli edifici della casata Rossi, ma è invece probabile una certa misura “standard” per il Parmense. È indicativo che l’unico castello, quello di Noceto, che sarà proprietà dei Sanvitale, è l’unico che differisce in modo sostanzioso per quanto riguarda le misure dei laterizi.
Questo mio lavoro, con le sue novità – fa notare - è dunque risultato principalmente una storia degli insediamenti dominati dai Rossi, l’impostazione di una analisi sulla loro dinamica insediativa anche in relazione alla morfologia e alla viabilità.

Concludendo si tratta di un libro unico nel suo genere, che pur trattando la storia e i castelli di una famiglia, che coinvolge nel Parmense ben 13 Comuni di fatto troverà collocazione nella storiografia nazionale”.

Dal mese di agosto sono in corso le presentazioni ed il volume è disponibile, a livello nazionale, degli studiosi e appassionati di storia. Anche questo volume, come la monografia precedente della Cerocchi, “Roccalanzona. Castello, Chiesa e l’Epigrafe del Primo Giubileo” – Parma (2009), sarà presente in diverse e importanti biblioteche universitarie in Europa e negli Stati Uniti.

 

15 aprile 2013

Presentazione del nuovo libro “Indagine sull’aldilà, Vita oltre la vita” di Ade Capone


di Paolo Panni






Si è tenuta, a Salsomaggiore Terme, nella sfarzosa cornice liberty del salone delle Terme Berzieri, la presentazione del nuovo libro “Indagine sull’aldilà, Vita oltre la vita” di Ade Capone, affermato scrittore, giornalista e sceneggiatore ed autore della trasmissione cult di Italia1 “Mistero”. Dopo “Contatto”, ecco dunque questo nuovo sforzo editoriale di Capone. Il libro, edito da Priuli & Verlucca è inserito nella collana “I libri di Mistero”, ideata e curata da Alessandro Stanchi.





 
Nell’occasione, di fronte ad un considerevole numero di persone, Capone è stato affiancato dal giornalista Andrea G.Pinketts (volto noto di “Mistero”) e da Simona Gonzi, fidentina, giornalista della Gazzetta di Parma e componente della redazione della rivista “Mistero”. Presente, tra il pubblico, anche Roberto S.Tanzi, scrittore salsese da tempo cultore e studioso di argomenti legati al mondo del mistero. Un incontro nel corso del quale non ci si è limitati alla sola presentazione del volume ma si è spaziato fra argomenti trattati in questi anni dalla trasmissione “Mistero”. Fra questi anche due celebri casi locali, già trattati anche da Simona Gonzi per la rivista. Vale a dire le “tracce” di Dante Alighieri rimaste nella zona di Fidenza e Salsomaggiore, specie nell’antico borgo di Contignaco (terra dove potrebbero anche trovarsi reperti dell’antico, originale manoscritto della Divina Commedia, o dove questo potrebbe essere almeno passato), e le incredibili analogie riguardanti la scomparsa di Prospero Zerbini e della figlia Flora. Fatto, quest’ultimo, che si è invece verificato nella zona di Case Mezzadri, sempre a poca distanza da Salsomaggiore. Tutti casi, questi, che potete approfondire anche sul nostro blog grazie alla collaborazione instaurata con gli amici Ade Capone e Simona Gonzi. La presenza di Andrea G.Pinketts, nell’occasione, è stata anche utile per parlare della sua esperienza di cronista di nera, ed ecco quindi che l’attenzione è stata spostata su alcuni celebri casi nazionali come l’omicidio di Garlasco, il caso del cosiddetto mostro di Foligno ma anche la tragica uccisione, in terra parmense, del piccolo Tommy.




 

Venendo invece al libro, Ade Capone, in tanti anni di esperienza ha avuto modo di incontrare medium e sensitivi, persone che hanno vissuto l’esperienza della premorte, studiosi e ricercatori, ha svolto indagini di carattere paranormale. Il risultato è quello di un notevole “bagaglio” che gli è servito per realizzare quella che, nel libro, è una indagine tra scienza e paranormale, col risultato di aver dato vita ad un lavoro chiaro, approfondito e di facile comprensione, che appassiona, coinvolge e si legge tutto d’un fiato.

Parlando di medium e sensitivi, nel corso della presentazione, Ade Capone ha evidenziato alcuni aspetti importanti, che per altro la nostra associazione condivide. Innanzitutto ha consigliato a tutti di scartare immediatamente, ed a priori, coloro che chiedono soldi per svolgere la loro attività. “Il vero medium – ha fatto giustamente notare Capone – fai molto fatica a trovarlo e non è certo lì a portata di mano. Si devono invece scartare quelli che, per così dire, trovi lì dietro l’angolo”. Ha anche ammesso come, diversi presunti medium, ai quali “Mistero” ha chiesto interviste, abbiano immediatamente chiesto soldi per realizzare i servizi (che sono quindi tramontati sul nascere).

Si è parlato anche dell’azione svolta dai demoni e, più in generale, dal maligno ribadendo come sia necessario, proprio per i rischi che si possono correre, avvicinarsi con cautela, rispetto ed in presenza di persone esperte al mondo del paranormale.

Ecco dunque come, la presentazione di un libro, che sta già ottenendo per altro un vivo successo, è diventata l’occasione, interessante e seguita da tutti i presenti con grande attenzione, per affrontare temi legati al mistero (con un particolare approfondimento di casi parmensi) e al mondo del paranormale.


Ci è anche gradita l’occasione per ringraziare, tramite questo blog, l’amico Ade Capone per la collaborazione che ci ha fornito e per la promozione che, durante l’incontro salsese, ha effettuato circa l’attività dell’associazione “Emilia Misteriosa”.



TESTI E FOTO DI PAOLO PANNI

L’USO DELLE FOTO E’ LIBERO. SI CHIEDE SEMPLICEMENTE DI CITARNE LA FONTE

SULLE TRACCE DI ALINA, LA STREGA DI PARMA


Di Paolo Panni






E’ di fresca uscita il “Dizionario Biografico delle Parmigiane”, corposo libro di Fabrizia Dalcò, fortemente voluto dalla Provincia di Parma, la cui pubblicazione è andata in porto grazie al sostegno della Fondazione Cariparma, oltre che di sponsor ed associazioni del territorio. Quasi 500 pagine che permettono di conoscere non solo i nomi ed i cognomi, ma anche le storie di 1530 donne di Parma e provincia. Si va da quelle più famose come Maria Luigia d’Austria, per arrivare a contadine e religiose, cuoche e massaie, maestre di scuola e ed infermiere, antifasciste e poetesse, nobildonne e semplici figure della campagna. Un modo significativo per conservare ed elaborare la storia delle nostre donne, rendendo visibili, e note, le importanti tracce che hanno lasciato in campo sociale, politico, economico, culturale. Un volume che mette insieme le vite delle donne dall’immensa fama di vita, ma anche donne comuni la cui storia merita di essere ricordata e conosciuta, per l’esempio che hanno dato, per le relazioni che hanno costruito, per i percorsi che hanno compiuto e indicato.
 
 
 
Ma, si chiederanno quelli che sono arrivati a leggere fin qui, che cosa centra tutto questo con il mondo affascinante del mistero?Centra eccome, visto che, tra le 1530 vicende di vita femminile raccontate, non mancano quelle legate a donne che possono direttamente interessare la nostra attività di approfondimento e divulgazione, destando interesse anche fra coloro che ci leggono.

Fra le “protagoniste” del Dizionario c’è Alina. Era una strega (o, meglio, era considerata tale). Nel 1279 il Tribunale dell’Inquisizione la condannò al rogo: fu bruciata viva sulla ghiaia del torrente Parma, in città. Di lei parla anche C.Zennoni in “Condannati a morte in Piazza Ghiaia, in Piazza Ghiaia, teatro di un mercato”, edito da Mup nel 2003. Ma non si sa altro, almeno per ora.

C’è poi Cassandra Marinoni, la celebre “Donna Cenerina” il cui fantasma, da secoli, vagherebbe tra le mura della Rocca di Soragna. Nel 1548, come si ricorda anche nel libro, Cassandra Marinoni sposò, a Cassano d’Adda, Diofebo Meli Lupi, marchese di Soragna, stabilendosi nel piccolo feudo, che spesso si trovò a governare, per altro con particolare saggezza, durante le ripetute assenze del marito. Ebbe anche una sorella più giovane Lucrezia, che nel 1560 si unì in matrimonio con il nobile piacentino Giulio Anguissola. Quest’ultimò cerco di entrare in possesso del notevole patrimonio della moglie, tentando di avvelenarla, ma senza esito. Questo portò alla separazione tra i due, con Lucrezia Marinoni che da quel momento alternò i suoi soggiorni a casa della madre a Milano, a Cremona nel suo palazzo ed a Soragna, dalla sorella Cassandra. A Cremona, il 18 giugno 1573, il conte Anguissola, fingendo di volersi riconciliare con la consorte, riuscì ad avere un colloquio. In realtà giunse armato, accompagnato da alcuni uomini. Le due sorelle erano insieme e furono barbaramente uccise. Il conte Anguissola, fuggito poi a Venezia, in contumacia fu condannato alla pena capitale ed alla confisca dei beni ma, nonostante l’intervento di Diofebo Meli Lupi, che si rivolse anche al Re di Spagna per avere soddisfazione dell’offesa ricevuta, non fu mai catturato. Il corpo di Cassandra fu trasportato a Soragna e, in omaggio alle sue doti, già intorno al 1555 le fu dedicata una medaglia in bronzo incisa da Pier Paolo Galeotti, recante nel diritto la sua effige con scritto “Cassandra Marin Lupi Marchio Sor” e, nel rovescio, un tempietto d’ordine dorico con le parole “Formae Pudictia”. Da secoli si dice che il fantasma inquieto di Cassandra, grigio come la cenere (da qui il nome Donna Cenerina) si aggiri sconsolato fra le mura del maniero di Soragna e si faccia sentire quando sta per avverarsi qualcosa di grave a carico di un componente della nobile famiglia Meli Lupi.

C’è poi un’altra nobildonna, Bianca Pellegrini, celebre per la sua storia d’amore con Pier Maria Rossi. Secondo alcuni, il suo fantasma vagherebbe sia nella rocca di Roccabianca che in quella di Torrechiara.

E ci sono infine, nel libro, tante altre vicende legate a donne decisamente poco conosciute e, quindi, in qualche modo, coperte di mistero. Che meritano di essere lette e studiate per avere una conoscenza ancora maggiore della storia dei nostri territori.



LA FOTO, DI PAOLO PANNI, E’ STATA REALIZZATA DURANTE LA PRESENTAZIONE AVVENUTA A BUSSETO. PUO’ ESSERE USATA LIBERAMENTE, CITANDONE LA FONTE.

28 marzo 2013

Danilo Arona, L’ombra del dio alato - Marco Tropea Editore


di Giovanna Bragadini




Non si può certo dire che Pazuzu, demone alato temuto e venerato dal popolo dell’antica Mesopotamia, sia una gran bellezza: più grande di un toro, ha testa tozza e deforme, occhi sporgenti, quattro ali talvolta d’aquila talvolta di pipistrello, corpo al tempo stesso umano e rettiloide ricoperto di piume e di scaglie, artigli taglienti a mani e piedi, coda di scorpione, pene dalla testa di serpente e testicoli decomposti. Con un aspetto del genere non può essere nemmeno tanto simpatico: personificazione del vento di sudovest, è il “signore dei demoni del vento malefico” portatore di tempesta, febbre, freddo, malattie, espressione simbolica di una visione del mondo dolorosamente incoerente, rigurgitante di divinità ostili da placare e tenere a bada. Personaggio che nessuno si augura d’incontrare, Pazuzu è il filo conduttore dell’indagine presentata da Danilo Arona (giornalista, saggista e scrittore) in un libro dalla bizzarra copertina, L’ombra del dio alato, edito da Tropea. Non fatevi sviare dal sottotitolo, “Fantastico e reale nei miti assirobabilonesi”: L’ombra del dio alato segue le tracce del demone toccando temi inerenti le discipline scientifiche non convenzionali, vedi archeologia dei misteri, clipeologia (la ricerca di manifestazioni di presenze extraterrestri nel passato), esobiologia (lo studio su presunte forme di vita aliena), criptozoologia (animali inesistenti o sopravvissuti), e poi archeoastronomia, ufologia, esoterismo, storia segreta, universi paralleli. L’ipotesi che emerge è decisamente particolare: l’Homo Sapiens, insieme ad altri esseri angelici e demoniaci, sarebbe frutto di manipolazioni genetiche operate da una razza extraterrestre atterrata sul nostro pianeta milioni di anni fa e di cui esistono testimonianze archeologiche soprattutto in Mesopotamia (l’odierno Iraq: come non collegare la furia bellica alla violenza distruttrice di un antico demone che “dal cielo si abbatte sulle case” spazzando via uomini e cose?). Pazuzu è forse Satana in persona, non soltanto illusione mitologica ma presenza reale testimoniata da avvenimenti che dimostrano l’esistenza di un luogo invisibile e da noi non raggiungibile, una dimensione parallela dalla quale il demone e gli altri ibridi creati dai progenitori alieni possono interagire con il nostro mondo attraverso feticci e amuleti, o tramite episodi di apparente possessione diabolica. Nell’articolato discorso rientrano anche lo scrittore Lovecraft e il film L’esorcista,colossale e involontario atto di magia nera nato da una serie di sincronicità junghiane. Come conclude Arona, “all’ombra del dio alato si può volare a trecentosessanta gradi, in un viaggio interdisciplinare che non risparmia le scienze esatte e, meno che mai, quelle “inesatte”. Però è un fatto che solo queste ultime riescano in qualche modo a guidarci sulla strada che porta all’indeterminatezza del reale e alla collisione sottile con altri mondi, ipotesi sulla quale più di un filosofo contemporaneo ha da tempo argomentato”. Ad ogni lettore è lasciata la propria personale conclusione, con un’ultima, inquietante considerazione su Pazuzu: “la sua forza è che nessuno può credere alla sua esistenza”. Se siete suggestionabili rischierete di dormire con la luce accesa…

26 marzo 2013

Messaggi dal mondo dello spirito: incontro con Renato Coppe e libro

 
di Giovanna Bragadini
 

 



Spiritualità e spiritismo: nella ricerca di risposte alle grandi domande esistenziali, qualcuno cerca di comunicare con chi dovrebbe saperne più di noi. Ma attenzione a non turbare la Vita Celeste con evocazioni a sproposito, perché sono le Entità stesse a stabilire quando e con chi mettersi in contatto – sui rischi più o meno possibili c’è una vasta casistica di film horror. Fra i prescelti c’è la medium bolognese Marzia Manuelli, che ha come spirito guida un nonno amatissimo, Amek, al quale era legata durante una vita precedente nell’Antico Egitto. Il gruppo formatosi intorno a Marzia si chiamava «A7» e dalle registrazioni delle sedute sono nati quattro libri; il primo, uscito trent’anni fa e appena pubblicato da Armenia in edizione totalmente rinnovata, s’intitola «Messaggi dal mondo dello Spirito» (pp 269, euro 15,50). Il curatore di questo e degli altri volumi è Renato Coppe. Nato in provincia di Treviso, arriva a Parma da Milano negli anni Settanta come responsabile marketing della Tanara/Italgel; passato all’editoria, oggi cura la collana regionale delle province lombarde ed emiliane oltre a varie altre pubblicazioni. Il suo interesse per lo spiritismo, causato dalla morte di due persone a lui vicine, lo porta a frequentare un gruppo di ricerca medianica reggiano, dal quale si distacca presto; per un caso non casuale entra poi in contatto con il gruppo A7 di Bologna. E’ il 1982, e Renato resta con loro per quasi trentacinque anni, un lungo tempo pieno di domande: chi o cosa è Dio, cos’ha creato, quando e perché; qual è il ruolo della Natura nella Creazione, e qual è il reale ruolo dell’essere umano; la presenza di vita su altri pianeti; se esiste il diavolo, o se esistono i fantasmi (e qui si possono trovare delle sorprese). O ancora, interrogativi sulla struttura dell’aldilà, sul rapporto tra la condizione immateriale e il mondo umano, sul senso degli orrori che ci circondano. Sulla vita, e sulla morte. 
Partendo dall’assunto per cui «i misteri non esistono: esiste solo la nostra incapacità, all’attuale livello di coscienza, di comprendere», spiegare l’inspiegabile non è sempre facile per le Entità – identificabili anche con gli Angeli – ma l’Universo da loro delineato mostra una certa logica. I messaggi parlano spesso di vite precedenti, di karma, ricordando a tratti le filosofie orientali; i colloqui con le Entità evidenziano notevoli differenze rispetto ai dogmi, agli insegnamenti e ai concetti su cui si basa la religione umana: la realtà metafisica da loro descritta è qualcosa di diverso dalle tradizioni religiose, dalle strutture sociali e politiche create dagli esseri umani e da sempre parti integranti della religione stessa.
Quali benefici porta il credere in queste rivelazioni? Renato Coppe, che non ha mai voluto far parte di cerchi spiritici dove apporti ed ectoplasmi sono all’ordine del giorno ma ha sempre e solo voluto ascoltare, dice: «mi sento molto più sicuro di me, non ho più paura della morte e cerco sempre di aiutare gli altri, perché nell’aldilà la cosa più importante è dare». Se l’effetto è questo, qualche seduta spiritica potrebbe far bene a molti.