27 giugno 2018

DELITTO E CASTIGO NELLA BUSSETO DI META’ OTTOCENTO


di Davide Demaldé



Particolare del documento della Confraternita
del Santissimo Nome di Gesù,
in San Giovanni Battista Decollato, Parma.
Lo storico bussetano Mario Concari scrive che un tempo, passando vicino alla casa del maniscalco Andrea Bianchi di Amilcare, in via Ghirardelli a Busseto, la gente pronunciava la frase: “Gnus-gnus, ma’g sa ‘d cristianus”. Si dice infatti che in quella casa fu commesso un orrendo delitto di cui si cercò di far sparire le tracce tra le fiamme del focolare. Il fatto inquietante particolarmente impresso nei ricordi dei Bussetani si perde nella leggenda, da cui però emergono due nomi precisi: Bianchi e Moja (1). 



A conferma dell’ipotesi che non si tratti di leggenda ma di reale fatto di cronaca, affiora un antico documento della Confraternita del Santissimo Nome di Gesù della Chiesa di San Giovanni Battista Decollato in Parma, di cui per caso veniamo a conoscenza e che scopriamo in una pubblicazione dalla Biblioteca di Busseto (2). 

Correva l’anno 1855. In un ottobre ormai alla fine, in una Emilia già nebbiosa, appena fuori le antiche mura di Busseto abita Bianchi Carlo, celibe, dei furono Fabio e Maradini Rosa. L’atto di battesimo della parrocchia della Pieve di Sant’Andrea recita che Carlo Antonio era nato l’8 marzo 1815, alle 4 del mattino (3). 

Era la festa di San Giovanni di Dio, il santo prima pastore, bracciante, venditore ambulante, libraio e poi dedito ai poveri sofferenti: “Fate bene fratelli!” diceva quando chiedeva la carità. Carlo Bianchi, soprannominato Timian, è suonatore di violoncello e commerciante di zolfanelli. Verso la fine dell’estate accoglie nella sua casa Moja Luigi, celibe, nato a Frescarolo, dai furono Giacomo e Antelmi Angela, storpio nell’aspetto (4), e anch’egli rivenditore di zolfanelli. Il padre di Luigi è morto di colera nell’agosto appena trascorso. 

Nel grigiore dell’autunno emiliano Carlo sembrerebbe rappresentare un lume di buona speranza. Ma una grave caduta di condotta lo porterà alla morte, sotto l’insegna di un altro San Giovanni, il Battista Decollato. 

Un giorno, mentre il Bianchi è fuori città per lavoro, il Moja conosce Demaldé Domizio. E’ il fratello del nonno del mio bisnonno. Figlio di Giuseppe e Angela Stecconi è stato battezzato nella Collegiata di San Bartolomeo a Busseto sabato 12 maggio 1804: padrino e madrina portano cognomi importanti nella cittadina, Giuseppe Viola di Francesco e Alba Viola di Giulio (5). Il Demaldé è amico di Carlo e abituale frequentatore della casa. In quel primo incontro Luigi Moja viene a conoscenza che il Domizio, anche lui zolfanellaio, porta sempre con sé una certa quantità di denaro in oro e argento, frutto di risparmi e privazioni. 

Tornato il Bianchi a Busseto, il Moja racconta all’amico della visita del Demaldé e della scoperta del suo denaro e Carlo, che già sa delle monete di Domizio, si lascia trascinare con lui in un empio progetto. 

Il 5 novembre Domizio, che abita fuori Busseto, si ferma a pranzo a casa di Bianchi perché l’indomani, come ogni martedì, programma di recarsi al mercato per vendere la propria merce. A tavola il Bianchi fa credere al Demaldé che quella stessa sera dovrà assentarsi per andare a suonare il violoncello in un luogo detto la Colombarola e Domizio allora chiede di poter dormire nel letto al suo posto. Carlo glielo concede ben volentieri. Intorno alle sette di sera, dopo aver cenato con polenta insieme agli amici, il Bianchi preso il violoncello esce dalla stanza fingendo di andare al concerto. Il Demaldé invece si infila nel suo sacco e si corica sul giaciglio. Il Moja, sdraiato vicino alla preda, finge di dormire, e dopo aver atteso che il malcapitato fosse immerso nel sonno, chiama il complice che nel frattempo si è munito di un grosso pezzo di legno. Entrato nella camera da letto, il Bianchi colpisce con estrema forza, per tre volte, la testa del Demaldé riducendolo in fin di vita. 

A quel punto il Moja suggerisce di distruggere ogni traccia del delitto bruciando l’intero corpo della vittima sul focolare del camino nella cucina attigua. Il Bianchi, approvato di nuovo il satanico consiglio, dopo aver posto delle fascine sul focolare aiutato dal Moja, trascina il Demaldé verso l’altra stanza tirandolo per i piedi e quando il malcapitato, semivivo, cerca di aggrapparsi agli stipiti dell’uscio, lo prende per le mani. Posto alla fine il corpo dell’amico bocconi sulle fascine, Carlo accende il fuoco, alimentandolo in seguito con altra legna. Domizio brucia e si consuma fino alle 4 del mattino, mentre i due complici, spartito il suo denaro, riposano stanchi sullo stesso letto dove il Demaldé è stato colpito a morte. 

Con Sentenza della Sezione Criminale della Corte Regia di Parma del 20 febbraio 1857 confermata dalla Suprema Corte Regia di Revisione il 23 marzo 1857, Bianchi Carlo e Moja Luigi vengono dichiarati colpevoli del crimine di assassinio qual mezzo a commettere furto in danno dell’ospite Demaldé Domizio, e vengono condannati alla pena di morte ed alle spese in solido. 

L’esecuzione della Sentenza capitale avviene nel giorno sabato 28 marzo 1857 alle ore 11 antimeridiane nel baluardo di San Francesco a Parma. 

Il preciso racconto di questa incredibile storia ci è fedelmente tramandato dal foglio volante firmato da Carlo Paita della Arciconfraternita del Santissimo Nome di Gesù della chiesa di San Giovanni Battista Decollato in Parma, una comunità religiosa di via Cavestro dedita all’assistenza dei condannati a morte. Il giorno 26 marzo 1857 il Rettore invitava i confratelli a compiere il pietoso ufficio dell’accompagnamento spirituale di Bianchi e Moja(6). 

E’ opinione popolare tra i parmigiani della città che questi furono gli ultimi condannati del Ducato. In realtà altre persone furono giustiziate in seguito, ma il caso di questi due omicidi rimase impresso nei ricordi dei nostri avi molto più degli altri, tanto da assumere una certa unicità. 

La Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università di Parma chiese ed ottenne dall’Arciconfraternita, custode in diritto dei corpi dei giustiziati fino alla sepoltura, la cessione del Moia e del Bianchi per motivi di studio e di istruzione degli studenti. Le parti anatomiche sottratte furono elencate dal professore di Medicina Legale Carlo Cipelli e comunicati con lettera al prefetto di sagrestia don Francesco Tosi. Le rimanenti spoglie, chiuse nelle rispettive casse, furono rinviate ai religiosi per la tumulazione nel cimitero della Villetta (7). 



(1) Mario Concari, Bo’a nott, Bassi, 1995, p. 76-78. 
(2) Carlo Soliani, Nelle Terre dei Pallavicino, 1802-1860, Busseto, Biblioteca della Fondazione Cariparma, 2011. 
(3) Archivio Parrocchiale di Sant’Andrea di Busseto, Registro dei battezzati. 
(4) Il dettaglio è descritto nel libro di don Ferruccio Botti, La forca d’ Bretta, 1958, p.55. 
(5) Archivio Parrocchiale di Busseto, Registro dei battezzati. 
(6) Carlo Soliani, Nelle Terre dei Pallavicino, 1802-1860, Busseto, Biblioteca della Fondazione Cariparma, 2011. 
(7) Don Ferruccio Botti, La forca d’ Bretta, 1958, p.55-58. 

6 giugno 2018

I MISTERI DELL’ANTICO MULINO DI SCIPIONE PONTE: SULLE TRACCE DELL’IMPERATRICE AGELTRUDE


di Paolo Panni





Al confine tra le province di Parma e Piacenza, nel “cuore” del Parco dello Stirone, un luogo ormai dimenticato, ridotto a un rudere, ma con un storia importante alle spalle, accompagnata e arricchita da una serie di singolari misteri. Un mulino dalle origini molto antiche, abbandonato da decenni anni, testimonianza significativa e preziosa della civiltà contadina emiliana. 

Un luogo ben conosciuto a tanti salsesi e fidentini, come dagli abitanti dei territori vicinissimi della Val Ongina e della Val d’Arda. 

Ha sempre avuto, nel tempo, la funzione per la quale era stato costruito, vale a dire quella di mulino e di azienda agricola; è passato attraverso diverse proprietà e al suo interno, in passato, hanno vissuto numerose famiglie. Le mura poderose che ancora oggi, nonostante lo stato di abbandono, lo caratterizzano, rendendolo quasi simile a un fortilizio, ne rimarcano la storia antica e senza dubbio importante. 

Ignota la sua origine, ma è evidente che la stessa getta le radici a qualche secolo fa. Basti considerare che nelle carte del XV secolo viene già raffigurato e indicato come “Molinazzo”. E’ inoltre certo che da qui (allora era chiamato mulino “del Marchesetto”) partiva un canale (all’epoca il torrente Stirone era più alto) denominato “dei tre mulini” che collegava i vicini mulini di San Nicomede e quello di Laurano. Di questi tre mulini si hanno notizie già nel 1136 quando appartenevano al Monastero di San Giovanni che era posizionato fuori le mura di Borgo San Donnino dietro all'attuale municipio tra le piazze Verdi e Pontida. Occupava una vasta area che comprendeva l'intero isolato tra le due piazze e tutta l'area di Piazza Matteotti. Ancora oggi tutta quell'area viene chiamata Monastero di Giovanni. Tra l’altro nei pressi del mulino di Laurano sorgeva un lago in cui purtroppo, anni addietro, perse la vita un bambino. 

In quanto al “Molinazzo”, la sua storia è arricchita da un groviglio affascinante di misteri. Su tutti quello di un’anziana che, in più occasioni, nel tempo, sarebbe improvvisamente comparsa, vestita in abiti ottocenteschi, a persone della zona che si sono trovate ad aggirarsi nei pressi dell’antico, vetusto complesso. Non pochi sono i testimoni che asseriscono di averla incontrata e, cosa non di poco conto, lo affermano anche persone che non si conoscono tra loro (e quindi non potrebbero nemmeno essersi in qualche modo messe d’accordo) descrivendo particolari e dettagli che si accomunano tra loro. 

“Un amico – racconta un conoscente a chi scrive questo reportage – anni fa acquistò il mulino. Nelle sue visite alla proprietà, per ben due volte gli apparve una donna anziana in abiti da contadina di altri tempi (sottana lunga e larga, fazzoletto nero sul capo) che apostrofò il malcapitato amico con ‘siur sa vrì?’ (frase dialettale che significa ‘signore cosa volete?’) per poi spariee nell’ombra senza lasciare traccia. Dopo alcuni mesi – prosegue – stessa apparizione, stessa domanda e uguale impossibilità di rintracciare la donna. Sottolineo che l’amico era persona degna di fede, stimato commerciante, consigliere comunale sicuramente non dedito agli alcolici. Nel tempo altri accennarono a una figura con le stesse caratteristiche, vagante fra il mulino e il fiume”. Considerazione questa avvallata proprio da altre testimonianze analoghe di persone, residenti nei dintorni, che asseriscono di aver più volte avvistato, nei pressi del mulino, questa anziana vestita in abiti contadini, verosimilmente ottocenteschi. La donna, dopo fugaci apparizioni, sparirebbe puntualmente nel nulla. 

La vicenda si fa ancora più inquietante grazie alla collaborazione del salsese Giacomo Barbieri un cui zio, circa quarant’anni fa, trovò in passato un quadro raffigurante una vecchia, con un fazzoletto bianco in testa (non nero come invece affermano di vedere coloro che sono stati al centro delle curiose ed inspiegabili “apparizioni”), intenta a tagliare l’erba attorno a quello che potrebbe essere un mulino. Forse il mulino di Scipione Ponte da tutti conosciuto, in zona, come il “Mulinas”? La donna raffigurata è forse la stessa comparsa, in più occasioni e in tempi diversi, a chi si è avvicinato all’edificio? A rendere ancora più curiosa e inquietante la vicenda, il fatto che il quadro sia stato trovato misteriosamente, e fortuitamente, in un campo a ridosso dello Stirone, dal versante del Monte Combu, da uno zio come anticipato, che andava all’epoca alla ricerca di gamberi nel torrente. Un quadro che tuttora si conserva in un’abitazione di famiglia, nei pressi di Salsomaggiore, protetto da una cornice di pregio e accompagnato da tutta una serie di interrogativi: chi lo ha dipinto? Chi e cosa raffigura? Chi lo ha smarrito e come mai era finito proprio in un campo? Forse qualcuno lo aveva piazzato appositamente lì? Diversamente come poteva esserci finito? Infine, chi lo ha realizzato visto che non contiene alcuna firma del suo autore e nessun segno che possa ricondurre allo stesso? Tutte domande che, in quasi mezzo secolo, non hanno mai trovato una risposta. La famiglia che ne è divenuta proprietaria lo ha sempre considerato inquietante, come ammesso dallo stesso Barbieri, ma nessuno se ne è mai voluto disfare, un po’ per paura e un po’ per il timore che possa raffigurare qualche antenato. 

Da tempo, quando si parla del “Mulinas” la gente che lo conosce dice che “in quel luogo ci si sente” a dimostrazione del fatto che i fatti singolari, inquietanti e spesso inspiegabili che lì si sono verificati sono diversi. 

Ma i misteri non si esauriscono qui. E’ infatti lecito supporre che, in qualche modo, almeno nelle sue origini più remote, il luogo faccia parte della serie di mulini (in tutto dovrebbero essere sette) realizzati, nel tratto compreso proprio fra Scipione Ponte e Pozzolo di Bore, fondati dall’imperatrice longobarda Ageltrude. Quest’ultima, figlia del principe Adelchi di Benevento, andò in sposa a Guido III Duca di Spoleto e successivamente imperatore. Sia il marito che il figlio Lamberto II morirono prematuramente (il figlio misteriosamente durante, si dice, una battuta di caccia nei pressi di Marengo), e lei, imperatrice del Sacro Romano Impero dall’891 all’984, passata alla storia anche per il cosiddetto “Sinodo del cadavere” (vale a dire il surreale processo a carico del defunto papa Formoso, che lei aveva in odio ritenendolo traditore dopo che aveva incoronato uno straniero, Arnolfo di Germania, non riconoscendo come imperatore suo figlio Lamberto), passò gli ultimi trent’anni della sua esistenza ritirandosi a vita religiosa, prima nel monastero di Natabene in Camerino e poi in quello di San Nicomede in Fontana Broccola, vale a dire l’attuale Salsomaggiore. 

In pratica fondò, laddove oggi sorge la pieve romanica di San Nicomede (edificio di origine carolingia) il monastero in cui visse dando vita anche ad altre realizzazioni, compresi i già citati sette mulini. Ignota e misteriosa è la fine di Ageltrude. C’è chi sostiene sia stata sepolta proprio nei pressi di San Nicomede mentre una leggenda vuole che sia stata sepolta a Varsi. Sembra anche che sia stata inumata in un sarcofago in oro, mai ritrovato. Realtà o fantasia? Difficile dare una risposta, fatto sta che di lei non si conoscono né la data né le cause della morte e non è mai stato ritrovato il luogo della sua sepoltura. L’ultimo documento che la riguarda è datato 923, si tratta di un atto testamentario dal titolo “Olim Imperatri(s) Deo Devota Ancilla Christi” in cui dispone parte dei suoi beni a favore dell’altare di San Remigio della cattedrale di Parma, accanto al quale si trova la tomba del marito Guido. 

Se quelle antiche mura del “Mulinas” potessero parlare, cosa potrebbero rivelare dell’imperatrice e di tante vicende di cui sono state dirette o indirette testimoni? Chi è la misteriosa e anziana signora che in più occasioni e a più riprese sarebbe comparsa a chi si è aggirato nei pressi del luogo? Cosa e chi rappresenta il misterioso, anonimo quadro trovato, meno di mezzo secolo fa, in zona? 

Tutte domande che ad oggi non trovano una risposta e che rendono affascinante e singolare il groviglio di misteri che si intrecciano attorno a questa antica frontiera longobarda . 


Fonti bibliografiche e sitografiche 



it.wikipedia.org 

“Ageltrude: dal Ducato di Spoleto al cuore del Regno Italico” di Paola Guglelmotti (Reti Medievali, rivista 7, 13, 2 – 201) – Il patrimonio delle Regione: beni del fisco e politica regia tra IX e X secolo” a cura du Tiziana Lazzari, Firenze University Press 

S.Panizza "misteri di parma" volume 2. Tipografia Mattioli 2016







Si ringraziano Giacomo Barbieri, Roberto Mancuso e Stefano Panizza per la fondamentale collaborazione. 

Le foto sono di proprietà dell’autore dell’associazione Emilia Misteriosa; quella del quadro è stata gentilmente concessa da Giacomo Barbieri. L’immagine dell’imperatrice Ageltrude è tratta dal sito culturaitalia.it.