3 maggio 2017

SALSOMAGGIORE – LA STRANA VICENDA DEL BAMBINO CHE PIANGE, TRA STORIA, LEGGENDA E MISTERO


 di Paolo Panni





Salsomaggiore Terme è città ricca di misteri e leggende che riguardano tanto il nucleo urbano quanto le frazioni. Fra le storie più curiose e particolari vi è quella del fantasma del bambino che piange. 



Volendo fare una battuta, ed ogni tanto per sdrammatizzare serve, verrebbe da dire che è la storia del fantasma “sfrattato e trasferito”. Perché questa vicenda tra origine da un luogo che non esiste più, vale a dire la casa di un affermato medico salsese, il dottor Edoardo Branchini. Abitazione che, prima di essere abbattuta, è rimasta per molti anni in stato di abbandono. Al piano superiore era stato posizionato un seggiolone da bambini e pare che, in passato, diverse persone abbiano notato, in quel punto, il fantasma di un neonato in lacrime. Cosa c’è di vero e di inventato? Qual è il confine tra realtà e frutto della fantasia umana? Difficile dare risposta. Emilia Misteriosa si limita a prendere atto delle testimonianze senza pronunciarsi sull’ipotetica veridicità dei fatti che, oltretutto, non possono più essere accertati dal momento che di quella casa è rimasta solo la memoria. L’abitazione, ormai alcuni decenni fa, è stata abbattuta e così la vicenda dello spirito del bambino che piange è stata “trasferita” nella ben più grande “Casa del bambino” di viale Porro che sorge nelle immediate vicinanze del luogo in cui si trovava la casa del dottor Branchini. 

La Casa del Bambino è da tempo in condizioni di avanzato abbandono, fatiscenza e decadenza (al pari di molti palazzi Liberty e Déco salsesi): uno dei simboli più evidenti di una Salsomaggiore che non c’è più. Ma la sua storia è di assoluta rilevanza. 

Era un luogo del tutto diversa dalle colonie gestite dalle aziende private per i figli dei dipendenti, dai comuni o dalla Pontificia opera assistenza, emanazione della Città del Vaticano. Una peculiarità, quella della casa del bambino, rievocata anche dalla storica salsese Silvia Cabassi in un suo scritto del 2011.


Per 35 anni, la Casa del bambino è stata il simbolo di una sempre più intensa attenzione alla prevenzione e alla cura della salute dei bambini: un vero e proprio albergo, seppur a formato ridotto, creato espressamente per accogliere i piccoli ospiti dai 5 ai 12 anni bisognosi di cure, disponendo di un’adeguata e continua assistenza medica. La Casa era infatti diretta dal Primario della Clinica Pediatrica dell’Università di Parma e un medico pediatra vi risiedeva in permanenza. Il settore alberghiero era integrato da un completo impianto di cure salsoiodiche, comprensivo di bagni, inalazioni, polverizzazioni e cure fisiche.


Dell’efficacia delle acque salsobromoiodiche nelle affezioni delle vie respiratorie dell’età infantile, il professor Cesare Cattaneo era stato il primo e convinto assertore: già primario della Clinica Pediatrica Universitaria milanese, a Salsomaggiore Direttore Sanitario dello stabilimento termale egli, anticipando la nascita della Casa del Bambino, aveva intuito l’esigenza di creare a Salso un luogo di cure per i bambini ed aveva trovato gli spazi per ospitarli, l’Istituto Medico (ora Villa Igea) dove alloggiavano, mentre al reparto Riva dello stabilimento Magnaghi effettuavano le cure.


Nel pieno centro dell’attività termale fra le due guerre, vale a dire negli anni Quaranta, l’allora Società delle Terme si rese quindi conto che anche i bambini di tutte le classi sociali avrebbero potuto partecipare alle cure termali in apposite strutture da realizzare. Sorse così l’iniziativa di costruire un complesso capace di erogare cure termali a turni di 50/60 ragazzi e di dare loro alloggio nel complesso stesso. Venne abbattuta così la villa chiamata Casa Fino, una delle tante costruite nel ventennio precedente, ed al suo posto fu costruito il primo nucleo della Casa Termale del Bambino inaugurato nel 1942 dall’allora Ministro delle Finanze, Thaon di Rèvel. La benedizione al nuovo complesso venne impartita da mons. Artemio Prati parroco di San Vitale alla presenza di un vasto schieramento di uomini politici locali e provinciali. I salsesi si abituarono quindi, tranne negli anni cruciali della guerra che volgeva disastrosamente al termine, a vedere passeggiare nei viali e nei parchi cittadini squadre di ragazzi sorvegliati dalle operatrici termali che li ricevevano in consegna dai genitori all’inizio del turno di cura mentre gran parte della giornata, dopo le cure, veniva trascorsa dai giovani ospiti in un vastissimo parco a disposizione della struttura. 


Nel corso della sua attività la Casa Termale del Bambino registrò un continuo aumento di richieste tanto da richiedere la realizzazione di un secondo corpo termale direttamente unito a quello esistente ma, inopinatamente, l’azienda termale decise la chiusura del complesso negli anni Settanta. Per alcuni anni, inoltre, la Casa del Bambino fece da supporto all’albergo Valentini per permettere le cure ai salsesi nel periodo invernale. Oggi l’edificio è in pieno degrado e fatiscenza; uno spettacolo davvero indecoroso nel centro della cittadina termale. Un luogo che, per altro, è spesso al centro delle incursioni di ragazzini, ma anche di appassionati di misteri e paranormale. Come evidenziato in un servizio della celebre trasmissione televisiva “Striscia la notizia” è stata purtroppo anche al centro dell’azione di satanisti. 


Stando a testimonianze raccolte e a voci che si rincorrono sembrerebbe che, all’interno dell’edificio, in più di un’occasione siano stati accertati fenomeni anomali e curiosi, su quali non vogliamo naturalmente entrare. 

Fatto sta, tuttavia, che la Casa del Bambino, pur nel suo inesorabile “silenzio” continua a tenere viva la vicenda, quella del presunto bambino che piange, che è tra le più ricordate e originali nella zona di Salsomaggiore. 



FONTI SITOGRAFICHE

www.mondieviaggi.eu

fidenza_luoghi.blogspot.it


www.amicidisalsomaggiore.it

it.paperblog.com


www.robertotanzi.it




SI RINGRAZIANO PER LA PREZIOSISSIMA COLLABORAZIONE CORRADO E MANRICO LAMUR. SENZA DI LORO QUESTO REPORTAGE NON SAREBBE MAI STATO EFFETTUATO.

LE FOTO SONO STATE GENTILMENTE CONCESSE DA MANRICO LAMUR.

30 marzo 2017

GRAMIGNAZZO , LA SPETTRALE CASA IN RIVA AL TARO. QUANDO DALLA STORIA NASCE LA LEGGENDA


di Paolo Panni




Una pagina tragica quella che vede protagonista la spettrale, umile casa che sorge nella golena del Taro, a Gramignazzo di Sissa Trecasali. Ma anche una vicenda dalle cui pieghe emergono contenuti misteriosi, dal sapore a tratti leggendario, e si fa largo la vicenda umana di un uomo buono, Bruno Pavesi, che, per la sua umiltà, forse non sarebbe mai passato alla storia. Doveva purtroppo bruciare vivo nella sua casa per finire, in qualche modo, tra le righe della storia. Ma, per chi lo ha conosciuto, anche se ormai sono passati più di quarant’anni, restano di esempio la sua straordinaria bontà e la sua fine intelligenza. 

Venendo agli accadimenti, si è appunto di fronte a un fatto di cronaca, realmente accaduto, molto nefasto. 

Chi percorre, a piedi o in bicicletta, l’argine del Taro da Gramignazzo di Sissa Trecasali in direzione Borgonovo non può non imbattersi in una modestissima e antica casa che sorge nella golena del fiume, a due passi da un piccolo agglomerato di altre abitazioni, comunemente “inquadrate” con il nome di “Località Case Vecchie”. Un edificio vetusto che non può non colpire per lo stato di degrado e abbandono in cui versa ma, soprattutto, per il grande ciliegio che si sprigiona letteralmente dalle sue mura. Una casa la cui storia è pressoché ignota anche se, per le fattezze, può sembrare soprattutto una torre d’avvistamento, edificata probabilmente sulle rive del Taro per controllare, in secoli passati, l’eventuale avvicinamento di truppe nemiche e difendere le popolazioni locali: ma queste non sono che pure supposizioni. 

In quell’umile dimora ha vissuto, per molti anni, Bruno Pavesi, originario della vicina Borgonovo . Si accontentava di vivere in quella piccola e disadorna abitazione perché era un uomo riservato che, a differenza di molti, badava più alle cose interiori che a quelle esteriori. Un povero tra i poveri, che non ha mai cercato né la notorietà né interessi particolari, amando profondamente la sua terra e la sua gente. Come ricordano i più anziani e anche qualche cronaca dell’epoca, si trattava di una persona dotata di profonda umanità e intelligenza, che ha trascorso una vita ricca di stenti, tribolazioni e difficoltà. Ma che, nonostante la sua umile condizione, cercava puntualmente di aiutare il prossimo, con un occhio di riguardo particolare per i più bisognosi, povero tra i poveri appunto, prodigandosi per loro, donando quello che poteva, compresa la legna che tenacemente e con grande sudore raccoglieva lungo il Taro, senza mai chiedere nulla di nulla in cambio. Aveva, come appunto, narrano i più anziani e le poche cronache di allora, un carattere sicuramente particolare, originale, riservato. Era normale vederlo in giro per le strade di campagna a piedi regolarmente nudi e col berretto girato su un lato. Un uomo sanguigno, cresciuto nella Bassa e con la Bassa nel sangue, capace di battute sagaci e pungenti, simpatiche e puntuali, ma anche di lunghe e appassionate arringhe così come di lunghi e imperscrutabili silenzi. 

A quelle umili mura dell’abitazione in riva al Taro era chiaramente affezionato e in quegli spazi ha purtroppo trovato la morte, sopraggiunta nel primo pomeriggio di domenica 5 gennaio 1975. Quel giorno, per cause tuttora non chiarite, ma senz’altro accidentali, ha cercato di riscaldarsi bruciando, pare, un vecchio trave. Ma purtroppo non è riuscito a domare il focolare e ben presto le fiamme si sono impadronite nella piccola casa. Alle 14.10 i Vigili del fuoco di Parma, dopo aver rimosso le macerie, ritrovarono anche i suoi poveri resti mortali. Era la fine materiale di un uomo nato, morto e vissuto da povero, ma da ricco dentro, rimasto vivo nel cuore dei suoi concittadini. 

Naturalmente nessuno è mai più tornato a vivere tra quelle vetuste mura e l’umile dimora, scoperchiata, non è mai stata sistemata o restaurata. Al suo interno è però cresciuto un grande ciliegio, che sembra letteralmente sprigionarsi dai ruderi, spesso meta, specie nella stagione primaverile, di fotografi che non vogliono perdersi quello che col tempo è divenuto un vero e proprio spettacolo. Tra l’altro è qui che emerge la leggenda; infatti agli abitanti della zona piace pensare che quel grande albero da frutto sia ciò che rimane dello spirito di quell’originale personaggio che è stato Bruno Pavesi.

Ma non è finita, perché c’è anche chi dice di aver più volte udito provenire, da quelle poche mura, rumori e lamenti, strani suoni, ombre aggirarsi tra i campi e il fiume Taro. Realtà o fantasia? La domanda, chiaramente, è sempre quella. Ma il fatto che diversi testimoni parlino di accadimenti anomali intorno a quel luogo e di strane sensazioni, rende il tutto meritevole d’interesse. 

Da evidenziare, tra l’altro, che la vecchia casa nella golena del Taro è stata, da qualche tempo, inserita in un circuito di promozione turistica e culturale territoriale, adatto soprattutto a coloro che amano il cosiddetto turismo lento sostenibile (spostandosi cioè a piedi o in bici), promosso dalla Consorteria Dimore Storiche Minori a cura dello storico Luca Grandinetti, a cui tutti possono accedere digitando dimorestoricheminori.eu. Un’iniziativa che valorizza un luogo rimasto a lungo dimenticato, riporta alla memoria la vicenda umana di una persona buona ed evidenzia un luogo in cui, ancora una volta, il mix tra storia, leggenda e mistero lo rende ancora più suggestivo.


FONTI SITOGRAFICHE


SI RINGRAZIA LO STORICO LUCA GRANDINETTI PER LA PREZIOSA COLLABORAZIONE 

LE FOTO SONO DI PROPRIETA’ DELL’AUTORE E DELL’ASSOCIAZIONE EMILIA MISTERIOSA. PER UN LORO UTILIZZO E’ NECESSARIO METTERSI IN CONTATTO CON L’ASSOCIAZIONE.

14 marzo 2017

I SEGRETI DELL’ORATORIO


di Giovanna Bragadini



Borgo delle Colonne è, da secoli, la via di Parma che vanta la più lunga estensione di portici, costruiti in quella zona forse per la presenza di un antico ospitale, luogo di ricovero per malati e pellegrini. Quasi a metà del borgo le colonne si aprono brevemente per dare respiro alla facciata di una chiesetta, probabile riadattamento dell’ospitale, l’Oratorio della Beata Vergine della Pace. 

Poco resta dei suoi antichi fasti: dal 1669 – anno in cui fu posta la prima pietra, sconsacrato nel 1914, le alterne fortune lo hanno trasformato da punto di riferimento spirituale del quartiere a officina meccanica; ma una nuova vita lo attende come spazio culturale.

L’importanza dell’oratorio, sede della Confraternita del Santissimo Sacramento, era legata anche alla presenza di due dipinti miracolosi, la Madonna della Pace e la Madonna del Popolo, venerati dai cittadini e coinvolti nelle principali manifestazioni religiose organizzate dai confratelli. Il primo dipinto si trovava nell’abside ellittica dietro l’altare principale; una nicchia sottostante conteneva diverse reliquie (fra le quali un frammento della croce, un ritaglio del tabarro di San Giuseppe e uno del velo della Madonna). Lo si può ancora vedere a Marzolara, nel santuario della Beata Vergine della Pace. La Madonna del Popolo era situata nella prima cappella a sinistra, dove ancora appare la scritta “salus populi mei”.

Immaginiamo di entrare nell’oratorio nei suoi momenti di massimo splendore: ricoperto di stoffe, di ex voto (coroncine di paglia, borsette, una canna rotta di pistola…), quadri nelle nicchie di fianco all’ingresso e altrove, una balaustra in legno davanti all’altare, un crocefisso e un busto di Ecce Homo nella prima cappella a destra, rosoni decorativi per i lampadari, un Bambin Gesù in cera, la Via Crucis, i legati. A destra e a sinistra, prima dell’altare centrale, esistevano due cantorie in legno; in quella di sinistra era collocato un organo – resta visibile un affresco che lo riproduce – mentre quella di destra era su più piani, sull’ultimo trovavano posto i cantori, e inoltre ospitava la tribuna dei Lalatta, che permetteva l’accesso diretto del marchese dal suo palazzo fin dentro la chiesa. Una torre campanaria è diventata un’altana, conteneva una campana con il nome del fondatore, mentre un vicoletto che separava la chiesa dalla casa adiacente è stato inglobato nell’oratorio.

Come già accennato, l’oratorio di Borgo delle Colonne era sede della Confraternita del Santissimo Sacramento, fondata nel 1444; i confratelli erano obbligati a indossare una cappa simile a quella dei frati, di colore fra il turchino e l’azzurro. La sagrestia si trovava al piano terra; salendo al piano superiore si raggiunge la sala dove la confraternita si riuniva per le decisioni più importanti. Fra le varie attività c’era la “ vestizione della zitella”: durante la festa della Beata Vergine si estraeva a sorte il nome di una zitella, poi abbigliata con un abito appositamente confezionato, probabilmente turchino come le divise dei confratelli; la donna si presentava quindi a pregare davanti alla Madonna, in una sorta di benedizione.



Ma vediamo i “segreti” più curiosi.

Nell’Ottocento si rese necessario rifare la pavimentazione della chiesa: le mattonelle in cotto erano intrise di umidità e occorreva sostituirle. Durante i lavori di restauro furono ritrovate in prossimità dell’altare diverse sepolture, quattro tombe collocate agli angoli dell’altare più un vano sotterraneo: si trattava di confratelli. Secondo uno storico di fine ‘800 fra i morti figurerebbe il Poncini, autore di un trattato musicale utilizzato durante la festa della Beata Vergine, e Suor Lucia Doralice Ferrari, trasportata da Reggio (dove aveva fondato il convento delle Cappuccine, poi soppresso nel periodo napoleonico) a Parma e riseppellita nell’oratorio nel 1810. Per rispetto i resti furono lasciati in loco: raccolti in uno stesso vano sotto l’altare, le ossa poste a fare da base ai corpi meglio conservati, ancora contenuti nelle proprie casse; il tutto infine ricoperto con terra e calcinacci. La sepoltura rivide la luce durante i lavori di trasformazione della chiesa in officina, senza subire spostamenti, e i confratelli vegliano ancora sul loro oratorio, nascosti da uno strato di cemento.

Più misterioso è l’ovale sul muro di una casa vicina all’oratorio, visibile dal cavedio: si tratta di un quadro, sul quale fino a vent’anni fa si distingueva il volto di una donna. Non è dato sapere cosa sia né perché si trovi lì.

L’ex oratorio della Beata Vergine della Pace si chiama oggi BDC28, e in occasione della festa di apertura sarà presentato un prezioso libro sulla storia dell’edificio, frutto di ricerche condotte dallo storico Giacomo Galli su documenti, materiali edili e interviste agli abitanti di Borgo delle Colonne in occasione delle ultime campagne di restauro.


Per informazioni e approfondimenti: