7 novembre 2017

MARAZZINI DI VERNASCA – CRIMINI, ENIGMI E TRAGEDIE NEL BORGO FANTASMA


di Paolo Panni




Uno sparuto gruppo di umili case, sulla sommità dei colli che delimitano i confini tra Val d’Ongina e Val d’Arda. Un tempo abitato da gente laboriosa, che non conosceva soste o fatiche; oggi immerso in un silenzio quasi surreale, segnato profondamente dalle tragedie di cui, in passato, è stato teatro. E’ sufficiente, nei centri dei dintorni, incontrare i più anziani, chiedendo loro notizie circa vicende storiche legate al piccolo agglomerato di case, per sentirsi rispondere “lì sono successe molte disgrazie”. Parole più che sufficienti per destare la curiosità e la voglia di saperne di più, specie in chi vuole approfondire e conoscere misteri, enigmi e vicende meno note di un territorio.

Si può tranquillamente affermare che, per le sue modestissime dimensioni, il borgo è stato, nel tempo, al centro di una serie di tragici fatti, tutt’altro che invidiabili. Un record, di quelli che nessuno certamente vorrebbe eguagliare. Diverse morti tragiche hanno segnato la storia del piccolo centro collinare, oggi in completo stato di abbandono e di fatiscenza, vivo nelle memorie di chi vive nei dintorni proprio per i fatti funesti di cui è stato, suo malgrado, teatro. 

Il primo e più famoso fatto riguarda una ragazza, Lidia Gandolfi, staffetta partigiana che, come molti giovani di allora, fece i conti con la furia nazifascista. La sua unica colpa fu quella di aver cercato di portare un messaggio ad altri partigiani, nascosti sui colli vicini. All’epoca un motivo più che sufficiente per seviziare e uccidere una ragazza di 23 anni. Decorata di medaglia d’argento al valor militare, la sua storia è descritta in diverse memorie e pubblicazioni locali ed è inserita tra i 459 episodi di matrice nazista avvenuti in Emilia Romagna che costarono la vita a qualcosa come 2962 persone. Nata a Marazzini il 23 settembre 1921, dopo aver trascorso parte della gioventù ad aiutare il padre nel lavoro dei campi (erano in tutto 6 fratelli), fu uccisa, nel suo stesso paese natale, il 7 gennaio del 1945, mentre un’abbondante coltre nevosa copriva i colli e gli abitati. Staffetta disarmata, piccola vedetta di un immenso esercito che si adoperò per la liberazione dell’Italia, era stata inviata a Castell’Arquato affinchè riferisse, ai partigiani, dell’andamento delle cose. Ma sulla sua strada trovò i tedeschi, che la fermarono in località La Ciocca, catturandola insieme al cognato (che pare si trovasse casualmente su quella strada) e ad un giovane amico di appena 17 anni. Quest’ultimo tentò la fuga e fu subito ucciso, mentre il cognato, che era stato legato ad una inferriata, riuscì a liberarsi dandosi alla fuga. 

La sorte peggiore la ebbe la sfortunata 23enne che, tra le mura della sua casa, a Marazzini, fu violentata e seviziata, prima di essere uccisa. Non contenti, i tedeschi, abbandonarono il suo corpo fuori di casa, nella neve, seppellendola a testa in giù, come a volerla deridere dopo aver abusato di lei che, in tutti i modi, anche a costo della sua stessa vita, si oppose a rivelare il messaggio che aveva in serbo di portare agli altri partigiani. Questo le valse la decorazione con la medaglia d’argento al valor militare: “Staffetta partigiana in territorio controllato dal nemico – si legge nella motivazione dell’onorificenza – diede numerosi esempi di valore, astuzia e sangue freddo. Durante un duro rastrellamento, si offriva spontaneamente di recare un importante ordine di operazione ad un lontano distaccamento della sua formazione. Intercettata una prima volta da una pattuglia tedesca, non desisteva dal suo compito e proseguiva coraggiosamente verso la destinazione che le era stata indicata. Fermata una seconda volta, veniva sottoposta a sevizie perché rivelasse lo scopo della sua missione. Poiché continuava a tacere, veniva barbaramente uccisa con un colpo alla nuca e abbandonata sulla neve. Più tardi, sul suo corpo recuperato dai familiari, veniva rinvenuto il messaggio che si era rifiutata di dare ai suoi carnefici. Eroico esempio di virtù femminile”. 

Un episodio tragico, passato naturalmente alla storia, ma non l’ultimo, purtroppo, per la sparuta comunità di Marazzini. Infatti, negli stessi anni, un’altra giovane di 23 anni morì, stavolta suicida, fra le mura della sua casa. Ignote le cause di una decisione tanto tragica ed estrema, ma certamente per arrivare ad un simile gesto non poteva che essere andata incontro a sofferenze personali, probabilmente molto intime. 

Ma non è finita, perché qualche anno più tardi, un’altra disgrazia, molto pesante, sconvolse la piccola località alle porte di Vernasca. Infatti, un bimbo di appena due anni (per altro legato da vincoli di parentela a Lidia Gandolfi), durante quella che doveva essere una giornata spensierata e divertente, precipitò improvvisamente in fondo a un pozzo, e per lui non ci fu nulla da fare. Un drammatico incidente di cui ancora oggi si parla, nella zona. Un fatto doloroso rimasto indelebilmente fissato, purtroppo, nella storia del piccolo borgo collinare.

Borgo, per il quale, dopo le morti violente delle due ragazze non è arrivata alcuna pace e il desiderio di vita tranquilla dei suoi abitanti è stato sconvolto da questo nuovo fatto tragico.

Nel tempo la piccola località è andata lentamente spopolandosi, ma dopo alcuni decenni di quella che si potrebbe definire una pace apparente, ecco che ancora la vita semplice di Marazzini è stata di nuovo movimentata da un doppio incendio che, tra il 2009 e il 2010, ha distrutto la casa in cui viveva l’ultima abitante locale, una ex insegnante lombarda che tra quei colli aveva trovato il luogo ideale per vivere. Ma di fronte al doppio rogo, anche lei dovette andarsene, lasciando nell’abbandono il piccolo villaggio.


Villaggio che oggi è un borgo fantasma; con le case ridotte ormai a ruderi, dove i suoni sono quelli del vento che fischia tra le fronde degli alberi e i muri cadenti, e di alcune vecchie lamiere che “stridono” incontrandosi. A “vegliare” su Marazzini sono rimaste alcune statue mariane, lasciate lì proprio dalla sua ultima abitante: una donna animata da una profonda fede che ha in qualche modo messo il borgo tra le mani di Maria, conferendogli un’aurea di misticismo, di soprannaturale e di suggestivo.


Un altro di quei luoghi dove è il silenzio stesso a farsi mistero; dove l’incredibile serie di fatti tragici che lo hanno sconvolto hanno il sapore di un grande enigma. L’enigma del villaggio che, a quanto pare, non deve essere abitato. Come in un sortilegio. Dove chi prova a viverlo pare destinato a non avere pace.



Ad aumentare i misteri e gli enigmi di Marazzini ci sono poi alcune testimonianze di persone, della zona e non, che hanno visitato il luogo, anche di recente, riferendo di aver osservato strane ombre aggirarsi tra la boscaglia e i ruderi e di aver udito lamenti e pianti provenire dai vecchi muri e dall’area in cui si trova il pozzo. Ancora una volta, anche nel rispetto delle testimonianze ricevute, non ci si sbilancia e non si spendono giudizi riguardanti la veridicità dei fatti che vengono indicati. Pur nella piena consapevolezza del fatto che, in questi casi, influiscono molto le emozioni e le suggestioni che ogni persona può avere, si può affermare che quella di Marazzini è una vicenda storica intrisa di arcani e misteri. 





FONTI BIBLIOGRAFICHE E SITOGRAFICHE





http://www.resistenzapiacenza.it/

Bollettino Storico Piacentino – Raassegna semestrale di storia, lettere e arte fondata da Stefano Fermi – luglio/dicembre 2003- Casi di Guerra di Angelo Cerizza 

SI RINGRAZIANO TUTTE LE PERSONE CHE HANNO FORNITO LA LORO PREZIOSA COLLABORAZIONE

LE FOTO SONO DI PROPRIETA’ DELL’AUTORE E DELL’ASSOCIAZIONE EMILIA MISTERIOSA, AD ECCEZIONE DELL’IMMAGINE DI LIDIA GANDOLFI TRATTA DAL SITO ANPI.IT. 

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25 ottobre 2017

FRATI ASSASSINI, BRIGANTI E TRAPPOLE: L’INQUITENTANTE PASSO DI CENTOCROCI

di Paolo Panni


A mille metri di quota, tra verdi panorami in cui l’aria del mare si confonde con quella dell’Appennino, lungo un’antica via del sale, un luogo ricco di storia, dove misteri e leggende abbondano. Siamo al confine tra Emilia e Liguria, tra le province di Parma e La Spezia, tra i Comuni di Albareto e Varese Ligure, sfiorando quello di Tornolo. 

Tra le alte vette dell’Appennino, in un luogo citato sin dai tempi di Carlo Magno, si può tranquillamente dire che la denominazione “Centocroci” è tutta un programma e lascia chiaramente intendere che in passato qualcosa di grave deve essere successo. Già il fatto stesso che il posto, durante il secondo conflitto bellico, è stato al centro di sanguinose battaglie tra partigiani e nazifascisti, è la conferma del fatto che i fatti di sangue non sono purtroppo mancati. 

Ma per far luce su quel mix di storia e leggende che caratterizzano il luogo si deve andare molto più indietro nel tempo, tralasciando i fatti più recenti come quelli accaduti, appunto, durante il periodo della guerra. 

Quel che è certo è che in zona, nei secoli passati, operavano bande di briganti. Siamo, come anticipato, su una antica via del sale, una via di comunicazione importante per i traffici commerciali tra Emilia e Liguria. Di conseguenza era purtroppo normale che in azione vi fossero anche gruppi di banditi e di predoni, privi di scrupoli.

Partendo dalle memorie storiche, un vecchio manoscritto dello storico Antonio Cesena, conferma quanto appena evidenziato nel punto in cui si legge “nell’horribile selvaggio et oscuro luoco di Cento Croci, detto allora Monte di Lamba, oltre coloro che per mano d’assassini morivano, quali non erano pochi, morivano lì anche un numero infinito di persone soffocate dalle gran nevi, da venti, da freddi et horridi tempi”. Dunque, lì si moriva sia per la violenza dei briganti che per gli effetti, molto pesanti, dei rigidi inverni. “Dal che – scrive ancora Antonio Cesena – nacque che si chiamò monte di Cento Croci e non monte di Santa Croce come molti mal pratici hanno voluto dire, immaginandosi che il monte avesse pigliato nome dall’Ospedale…E’ dunque così detto perché morendo ivi, come si è detto, molte persone oppresse da vari casi per tutto dove si ritrovava un corpo morto si piantava una croce: et tanto era il numero delle croci che si diceva delle cento croci e così venne a cambiare il primo nome di Lamba”.

Fu grazie alla pietà degli abitanti di queste terre di confine che venne quindi costruito un “hospedale”, come scrive sempre il Cesena, con diverse abitazioni, abitato da una persona che veniva definita “Il Monaco”, originario di Varese Ligure, il quale come scrive lo storico “pensò una cosa rea e scelleratissima per arricchire, né molto pensandovi, sì come si deve credere, il diavolo per consigliero, come quello che mal volentieri vedeva farsi tanto bene in quello luoco, il spinse a prendere subito il mal suo pensato consiglio. Fece questo indiavolato huomo un pozzo molto profondo dalla parte di levante discosto dall’ospedale passi 521, siccome ho fatto misurare io, in luogo coperto di cespugli, cese e pruni: il qual pozzo al presente resta accanto alla strada, la quale in quel tempo passava su la porta del detto ospedale. Hor fatto il scelleratissimo huomo questo – prosegue il Cesena – subito che lì capitava alcuno sfortunato forestiero, parendoli huomo da denari, aiutato dai suoi, il svenava e poi spogliato il portava nell’horribil pozzo. Né potendo, il Divino giudizio di Dio comportare una così horribile cosa, permise che dopo la morte di dodici persone, la cosa si venne a scoprire sotto la forma che intenderete. Essendo soliti li uomini di quelli tempi tenere gran numero di cani mastini per defensione di loro bestiame, dei quali tenevano gran somma per gli abbondanti pascoli, eran sempre in pericolo delle fere. Questi mastini – scrive – partendosi da luochi circonvicini, venivano a schiere su la bocca del fetente pozzo, et urlavano a gara, stavano tutto il giorno: né si sa se fussero ivi tratti dal giudicio di Dio o dal fetore dei putridi corpi. Li pastori li quali vedevansi abbandonare, contro la loro natura, dai cani, non sapendo che immaginarsi, raccontato il caso ai suoi, si misero in animo di vedere che cosa fusse questa, per il che si misero a seguire li cani per la folta selva, da quali furono condotti sopra il scellerato pozzo: e visto questo horribile spettacolo, né sapendo che pensare, subito attoniti e smarriti corsero all’hospedale per notificarli quanto avevano veduto. Il Monaco con i suoi mostrò di meravigliarsi, ma la notte poi vistosi scoperto, tutti si fuggirono salvando con la trista e scelerata vita la per loro tanto mal guadagnata robba; benché per poco tempo di questa andassero allegri. E così venne questo loco tanto infamato che niuno si trovò che volesse abitarlo: per il che, mancando di abitatori, l’entrate furono usurpate in gran parte da li huomini…. L’anno di nostra 1559 io tornai a vedere il pozzo nomato da tutti Carenaggio e lo trovai più pieno di quanto l’avevo visto sei anni avanti”. 

Le antiche memorie scritte, vecchie di cinquecento anni, riportate dal Cesena nella sua “Relazione dell’origine et successi delle Terra di Varese”, confermano dunque che qualcosa di grave deve essere accaduto e parlano, chiaramente, di un pozzo dal quale hanno preso forma, e contenuto, poi anche tante leggende popolari. 

Va aggiunto che nel 1951 vi sono state perlustrazioni, di carattere archeologico, che hanno permesso di individuare l’area in cui, secondo la tradizione, sorgevano l’ospedale e la cappella. Una zona posta al di sotto del passo, a poca distanza dalla vecchia colonia provinciale antitubercolare della Spezia. In quell’occasione sono emersi pietre dure e arenarie, altre rossastre (diverse delle quali circolari, molto probabilmente vecchie coperture) e altre ancora di tipo calcareo ma, soprattutto, sono stati rinvenuti i poveri resti del parapetto di un pozzo con incise, in caratteri maiuscoli cinquecenteschi alcune lettere, tra cui la D e la G. La prima starebbe per “Dei” e la seconda per “Gratia”. Sono infine emersi i resti di fondazioni. 

Continuando ad attingere agli archivi e, quindi, alle fonti storiche, emergono ulteriori conferme circa la presenza, nel luogo, di un “hospedale” e di luoghi sacri.

Tra le fonti più remote, quella che conferma la presenza di un “hospedale” dedicato a San Michele in epoca longobarda (568-774). Più avanti nei secoli, un documento del 24 marzo 1186 vede l’allora arcivescovo di Genova (Ugo Della Volta) assicurare gli introiti a Centum Crucibus fino ai confini della pieve di Lavagna mentre un’altra documentazione del 2 novembre 1209, parla di beni che una importante famiglia locale, quella dei Fieschi, aveva all’ospedale de Centumcrucibus. La presenza di un ospedale è confermata anche in carte del 1446, del 1502 e del 1506. In un’altra del 1578 compare un altro arcivescovo di Genova, Cipriano Pallavicino, che univa l’ospedale di San Michele in Cento Croci con quello di San Nicolò in Pietra Colice. Da lì iniziò probabilmente il declino, visto che nelle memori di Giovanni Battista Maghella del 1746 si afferma che l’ospedale e la cappella di Cento Croci erano completamente distrutti. 

Un luogo quindi di origine longobarda, che ha attraversato i secoli del medioevo e del rinascimento, per poi finire in rovina. Rimanendo vivo nelle memorie e nei documenti, e di fatto anche nelle leggende. 

Una di queste parla di un mercante che spesso transitava nella zona, diretto a Varese Ligure, trovando sovente ospitalità tra le mura dell’ostello di San Michele dove dimoravano cinque fraticelli coi quali aveva stretto amicizia. Una notte fu accolto invece da un gruppo di monaci, o presunti tali, diversi da quelli che conosceva e che, alla fine, intuite le sue ricchezze, lo uccisero gettandolo in un pozzo. In realtà, secondo questa leggenda, era stato “accolto” da briganti travestiti da frati fu il cane di un vicino cascinale a condurre i suoi proprietari sulle tracce del pozzo in cui furono ritrovati, in tutto, cento cadaveri compresi quelli dei cinque fraticelli. Una leggenda popolare che, evidentemente, ha preso comunque spunto dalla presenza, certa, di un ostello dedicato a San Miche e di un pozzo di cui, come anticipato, sono stati trovati i resti nel 1951. 

Tante sono poi le narrazioni popolari che parlano di bande di briganti che, su questa via di comunicazione tra Emilia e Liguria, uccisero nel tempo un elevato numero di viandanti. 

Un’altra leggenda, che ad onor del vero pare essere piuttosto fantasiosa, riguarda la presenza di un hotel, famoso sia per la bontà della cucina che per l’eleganza delle sue stanze, in cui gli ospiti, generalmente persone facoltose, sparivano nel nulla. Secondo questa leggenda il locale era caratterizzato dalla presenza di diverse trappole a causa delle quali i malcapitati finivano dapprima nelle cantine e poi venivano terribilmente uccisi, dai proprietari, su un letto di chiodi per poi finire in pasto, dopo essere stati macellati, ai clienti successivi come “cucina rustica”. Tuttavia, un giorno, un frate notò, nel suo piatto, un dito umano e quindi chiamò le autorità che accertarono i drammatici fatti e, da lì, si scatenò la furia delle popolazioni dei paesi vicini che appiccarono il fuoco all’hotel spargendo quindi il sale, sulle sue ceneri, in modo tale che sul posto non potesse crescere più nulla, erigendo quindi una lapide in ricordo delle 99 vittime ed una croce in memoria del frate che aveva permesso di porre fine a quelle brutalità. Come detto, la vicenda ha un forte sapore di fantasioso ma, tra le sue pieghe, conferma ancora una volta la presenza di un luogo che, in passato, ospitava i passanti e dove, probabilmente avvennero fatti di sangue.

Un’altra storia popolare getta le sue radici all’anno 1469. Secondo questa narrazione, una comitiva di viaggiatori che stava transitando sul passo fu assalita e derubata da un gruppo di banditi. Si salvò soltanto un certo Damiano che, per ringraziare il Signore di essere scampato a quell’eccidio, eresse una chiesa e un ospizio/ostello affidandoli ai frati, anche in ricordo dei suoi sfortunati compagni di viaggio. In questo caso la leggenda vuole che i frati, nel tempo, divennero avidi e, bramosi di avere ricchezze, iniziarono a uccidere mercanti e viandanti impossessandosi delle loro mercanzie, gettando i corpi in un pozzo situato a poca distanza dall’ostello. Con la stagione calda, però, il macabro odore delle salme in putrefazione attirò i cani che vivevano nelle vicinanze portandoli sulle tracce del terribile pozzo. I monaci, secondo questa leggenda, di fronte all’atteggiamento degli animali, decisero di fuggire in fretta e furia, portandosi via le ricchezze raccolte. I residenti della zona, presi dalla rabbia per quanto era stato scoperto, decisero quindi di demolire la cappella e l’ospizio, piazzando croci in ricordo degli uccisi. 

Una serie quindi di macabre leggende, che ruotano attorno però a una verità storica: quella legata alla presenza di remote strutture, sorte sin dall’epoca longobarda. Si può anche considerare certa la presenza di banditi, nei secoli passati molto in voga lungo le principali vie commerciali. Come anticipato sin dalle prime righe, la stessa denominazione del posto, lascia intendere che lo stesso è stato al centro, in epoche passate, di fatti drammatici. 

Oggi ci sono abitanti della zona che riferiscono di aver udito, anche in tempi recenti, lugubri lamenti e strani rumori provenire dall’area del valico. Cosa ci sia di vero e cosa di fantasioso non è dato saperlo e, su questo, è corretto sospendere il giudizio. Di certo le numerose e vecchie leggende non possono che alimentare la fantasia; i rumori creati dagli animali e dalla natura fanno poi il resto. Ma le testimonianze ci sono e meritano rispetto così come c’è una storia, antica e importante, di cui tener conto e dalla quale si sono originate le leggende. 

Da evidenziare che il valico è anche sede dell’ex Albergo Centocroci che fu anche una vecchia dogana. Un luogo dal passato importante, oggi lasciato nell’abbandono totale e in uno stato di pesante fatiscenza. Uno “scheletro” in mezzo ai boschi, completamente dimenticato; non certo un bel biglietto da visita per chi transita tra il verde dell’Appennino, magari diretto verso il mare. Ma pur sempre un luogo con una sua storia, per altro rilevante. Infatti la dogana del Centocroci fu di proprietà dei Farnese prima e di Maria Luigia d’Austria poi e ospitò per un mese, nel 1714, la Regina Elisabetta Farnese quando era sposa novella del Re di Spagna Filippo V. Oltretutto testimonianze anche recenti, fornite da persone che si sono recate nei pressi del vetusto edificio e anche da alcuni che vi si sono introdotti, parlano di sensazioni inquietanti, rumori e voci inspiegabili all’interno della struttura. Struttura che, tra gli anni Cinquanta-Sessanta del Novecento, la dogana si trasformò in un albergo, ristorante e sala da ballo; una meta per tanti giovani e meno giovani, anziani e famiglie, che qui trascorrevano le ore di tempo libero ed i momenti di vacanza. Fasti di un passato ormai concluso. Ma di una storia viva, fatta di misteri e leggende che rendono più che mai inquietante questo luogo a mille metri di quota, tra terre di confine. 


FONTI BIBLIOGRAFICHE E SITOGRAFICHE

F.Brugnoli, “Tarsogno: memorie storiche e personali”, Edizioni Tigullio-Bacherontius, 2008




giacomobernardi33.blogspot.com





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