19 gennaio 2017

BOBBIO – I MISTERI DI VILLA CARENZI


di Paolo Panni






Questo è uno di quei casi in cui storia e dicerie popolari cozzano fortemente tra loro; per questo rispetto a quanto di misterioso viene raccontato la nostra associazione non può che assumere, una volta di più, un atteggiamento di estrema prudenza, se non addirittura di scetticismo.

La vicenda è di quelle da film horror ma è lecito supporre che stavolta la fantasia di alcune persone abbia “lavorato” parecchio. Anche se, di fronte alle testimonianze, va detto, occorre sempre mantenere una certa attenzione.


Il luogo in questione è Villa Carenzi, o meglio quello che rimane di questa struttura nata in epoca fascista (e del fascismo si notano in modo marcato le architetture), situata a Piancasale, piccola borgata a due passi da Bobbio e dal fiume Trebbia. 



Inaugurata nel 1937 funzionò diversi anni come colonia elioterapica fluviale. In pratica, qui, come in altri luoghi simili, durante le vacanze estive venivano inviati i bambini permettendo loro di respirare aria buona. Tra l’altro questa specifica struttura, sorta nell’area delle Terme di Sant’Ambrogio, aveva lo scopo di sfruttare le sorgenti termali saline della zona. 

Da tempo il luogo, che versa in condizioni di assoluta fatiscenza e degrado, è meta di curiosi, di appassionati e cultori del paranormale e di “ghost hunters” più o meno improvvisati a causa di quanto viene tramandato a carico di questo ameno luogo. 

Si dice infatti che, durante il secondo conflitto bellico, la struttura sia stata colpita da un bombardamento e che nell’incendio conseguente persero la vita, arsi vivi, quasi tutti i bambini che vi erano ospitati. Una vicenda, se realmente accaduta, assolutamente agghiacciante. Ma, va detto, né sul web né tantomeno tra gli storici della zona si trova la benché minima conferma di questo ipotetico bombardamento. Se questo fosse accaduto i giornali dell’epoca ne avrebbero parlato e nelle cronache di storia locale senz’altro avrebbe trovato ampio spazio. E’ noto a tutti, infatti, che laddove vi sono stati bombardamenti, ovunque, questi sono passati alla storia. Il fatto che non vi sia alcuna documentazione che confermi il bombardamento né tantomeno la morte di bambini, ci lascia quantomeno supporre che quanto viene riportato sia solo frutto di dicerie. 

Tuttavia restano interessanti le testimonianze che, da tempo, si susseguono a carico di questo luogo. Una di queste è riferita ad un gruppo di ragazzi che, ormai diversi decenni fa, vi entrarono riferendo di essere stati colti da un freddo tanto intenso quanto repentino che li portò ad allontanarsi in pochi istanti. Un lasso di tempo tuttavia sufficiente per notare strani ed inquietanti disegni alle pareti. In particolare uno di questi disegni, stando a quanto riportato, raffigurava una persona crocefissa con la testa di un gallo, circondata da bambini impegnati a fare il girotondo. In quell’occasione vennero anche realizzate delle foto, di cui non è stato possibile trovare traccia. Si dice che le immagini uscirono tutte mosse, sfocate o sbiadite. 


Celebre è poi un altro fatto. Da tempo si dice infatti che quando si posteggia l’auto nei pressi delle rovine della colonia in occasione di serate umide e fredde, i vetri dei veicoli si appannano e vi compaiono le forme di piccole mani da bambini. Così come c’è chi riferisce di aver sentito urla strazianti di bambini provenire dall’interno della struttura. 


Realtà o fantasia? Immaginazione o davvero qualcosa di strano o di inspiegabile coinvolge il luogo? Difficile, come sempre, poter dare una risposta: per questo, va ribadito, si mantiene un atteggiamento di prudenza e, non lo nascondiamo, di scetticismo. Tuttavia sarebbe interessante raccogliere eventuali testimonianze, documentazioni o immagini da parte di chi fosse stato al centro di episodi particolari avvenuti nel luogo. 

Emilia Misteriosa è stata sul posto, in un pomeriggio d’estate e, va detto, non è accaduto nulla di particolare anche se una breve visita di una mezza giornata non può essere sufficiente per trarre conclusioni che sarebbero, comunque, affrettate. 

Da aggiungere che la villa è ormai “divorata” dai rovi e dalla boscaglia ed è in condizioni di assoluta fatiscenza. Quindi, per evidenti motivi di sicurezza, si consiglia a tutti di non avvicinarsi alla struttura, mantenendosi a distanza. 




FONTI BIBLIOGRAFICHE E SITOGRAFICHE



P.Cerri, G.Dadati, B.Tagliaferri- “Piacenza Misteriosa, guida ai castelli infestati, alle vicende inspiegabili e agli altri enigmi del territorio”- Edizioni Officine Gutenberg, 2015

Arzyncampo.altervista.org







FONTI FOTOGRAFICHE: Le immagini sono di proprietà dell’autore e dell’associazione Emilia Misteriosa. Per un loro utilizzo è sufficiente indicare la fonte. La foto d’epoca di Villa Carenzi è tratta dal sito ilnotiziariobobbiese.net


Si prega di indicare eventuali copyright al fine di una loro cancellazione o modifica

23 novembre 2016

PIACENZA – I LUOGHI DEL DIAVOLO


di Paolo Panni




Si è già detto di Piacenza che può essere considerata, quando si parla di paranormale ed “entità”, come una delle province più “infestate” d’Italia per numero di casi. Ma la provincia più ad Ovest dell’Emilia ha vicende e storie, inquietanti e misteriose, in alcuni casi anche terrificanti, legate anche alla enigmatica presenza del maligno. Si potrebbe dire, in modo molto più chiaro e diretto, legate al diavolo. Quando si parla di questa entità spirituale e soprannaturale maligna, distruttrice e menzognera, contrapposta a Dio e al bene, sarebbe necessario aprire un lunghissimo capitolo per illustrare, quantomeno, la lunga serie di spiriti infernali e demoni compongono, per così dire, il vasto universo del male. Non è questa la sede per dilungarsi su questi approfondimenti e ci si limita a ricordare che diavolo e demoni esistono in tutte le principali religioni. Venendo subito ai casi di Piacenza e provincia, occorre evidenziare che numerose sono le vicende, tra storie realmente accadute, misteri e leggende, legate sia alla città che al territorio della pianura e della montagna. 

Non si può che partire dalla città capoluogo, per soffermarsi su una delle vicende più crude e dolorose avvenute a livello nazionale, vale a dire l’esorcismo del 1920 che ebbe come teatro la basilica di Santa Maria di Campagna e che portò alla morte di due persone, tra cui l’allora vescovo di Piacenza Giovanni Maria Pellizzari. A questo fatto è dedicato un capitolo di ben trentacinque pagine sul libro <L’ultimo esorcista – la mia battaglia contro Satana” di padre Gabriele Amorth, il più famoso esorcista italiano, per altro recentemente scomparso. 
Il titolo del capitolo “Il diavolo a volte ritorna, per uccidere” la dice lunghissima sulla drammaticità di questa vicenda avvenuta tra le mura di uno dei luoghi di fede più importanti dell’Emilia. Ad essere posseduta dal maligno fu una donna piacentina (vittima di una “fattura”) che si rivolse a uno dei frati minori che all’epoca portavano avanti il loro apostolato a Santa Maria di Campagna, vale a dire padre Pier Paolo Veronesi. Il monaco, ottenuta l’autorizzazione del vescovo Pellizzari, dovette ripetere più sedute di esorcismo, insieme ad alcuni assistenti, tra i quali padre Giustino (stenografo che documentò i fatti) e il dottor Lupi, allora direttore del manicomio di Piacenza, oltre a familiari della persona coinvolta. Furono sedute molto cruenti, durate più di due mesi. Il maligno si manifestò col nome di Isabò ma venne verificata anche la presenza di altri due diavoli, per altro più potenti, Maristafa ed Erzevaide. Dopo lunghe ed estenuanti sedute di esorcismo la donna fu liberata ma il diavolo, come si evidenzia appunto anche nel titolo del capitolo scritto da padre Amorth, tornò per vendicarsi, ed uccidere. Infatti, appena tre mesi dopo la liberazione, uno degli assistenti di padre Veronesi, tal signor Cassani, che dal diavolo era stato minacciato di morte, morì per un tumore improvviso. Lo stesso accadde ad un amico della famiglia della posseduta e al vescovo Pellizzari verso il quale, durante l'esorcismo, il diavolo preannunciò la morte imminente. Lo stesso esorcista, padre Veronesi, dopo quei fatti visse col terrore e con una grave menomazione al collo. Infatti un giorno fu improvvisamente colpito da una bastonata (ma nei dintorni non c’era nessuno) che costrinse il religioso, da quel momento, a vivere col mento puntellato contro il petto. 

Rimanendo in città, altri fatti inquietanti avvennero in una casa del quartiere Sant’Agnese a causa della presenza di un indemoniato che, spesso, in preda a gravi crisi, lanciava sedie, oggetti e vettovaglie in strada, accompagnando i suoi gesti folli con urla e bestemmie. Fu a sua volta al centro di sedute di esorcismo, talmente violente che puntualmente il parroco, dopo aver accompagnato l’esorcista, scappava a gambe levate in preda al terrore. 

Senza dimenticare, ancora in città, il celebre “castello del diavolo”, maniero che di fatto non c’è più e sorgeva tra viale Malta e via XXIV Maggio. Ciò che è rimasto si trova in un’area militare e, pertanto, è celato al pubblico. E’ comunque noto che fu fondato dal duca Pier Luigi Farnese dopo la conclusione dei lavori di realizzazione delle mura rinascimentali cittadine, avvenuta nel 1547. L’edificio è definito “del diavolo” proprio a causa della figura del suo fondatore. Pier Luigi Farnese, infatti, era sì un buon governatore che riuscì anche a rendersi benemerito ma era preso da vizi e malattie, privo di qualsiasi libidine (violentò anche un vescovo). Figlio nientemeno che di papa Paolo III (Alessandro Farnese), era considerato una figura diabolica e da qui, ecco il nome del “suo”castello. Altro personaggio piacentino decisamente inquietante fu Girolamo Scottino, vissuto nel Cinquecento, che esercitava scienze occulte ed era considerato un grande mago amico del diavolo, celebre in tutta Europa. Si dice che la gente al solo pronunciare il suo nome si faceva il segno di croce. Si ritiene che, a causa proprio della sua condotta, sia morto lontano da Piacenza, forse bruciato vivo dall’Inquisizione. 

Luogo famoso appena fuori dalle mura cittadine è la chiesa di Camposanto Vecchia, più nota come chiesa “degli appestati”, per lunghi anni abbandonata e sconsacrata, al centro di vandalismi e riti di ogni genere che la fecero passare da luogo di sofferenza a “casa del diavolo”. Al suo interno fu anche violentata una giovane. Fortunatamente da alcuni anni è stata recuperata e riconsacrata. 


Altra chiesa purtroppo presa di mira da vandali e satanisti è quella abbandonata dell’ex collegio dei gesuiti, a Roncovero di Bettola. Qui, nell’estate 2016, ignoti si sono introdotti, profanando una tomba, facendo danni e lasciando scritte sui muri dal significato molto eloquente. 
La cosa è finita, ampiamente, anche sulla stampa locale e padre Achille Taborelli, scalabriniano, esorcista della diocesi di Piacenza, intervenendo sul quotidiano locale “Libertà” ha dichiarato che “il diavolo c’è ma tenta di passare inosservato per far credere di non esistere. In realtà si scoprono diverse situazioni che sono segno della sua presenza. I riti satanici nella chiesa abbandonata di Roncovero sono qui a dimostrarlo. Le pratiche sataniche – ha aggiunto il religioso – non sono mai ragazzate: sono manifestazioni del demonio che possono poi sfociare in episodi più seri”. Parole chiare e certamente pesanti. 

Spostandosi in provincia, esattamente il Val Tidone, celebre è la vicenda delle sante Faustina e Liberata che ebbe come teatro la magnifica Rocca d’Olgisio, in comune di Pianello. Qui il demonio, apparso in forma di corvo, avvelenò Margherita, moglie del castellano Giovannato e madre delle due giovani divenute poi sante. Qui storia e leggenda, come spesso accade, si mescolano decisamente. Si dice, tuttavia, che Giovannato indisse un torneo per stabilire chi avrebbe sposato Liberata. Vi si presentarono dodici nobili pretendenti e, all’improvviso, un tredicesimo, sconosciuto, qualificatosi come “principe di Montenero” che si aggiudicò con abilità e destrezza, tutte le prove, dimostrando anche di possedere importanti ricchezze. Ma proprio durante la cerimonia nuziale, quando il sacerdote Marcello alzò la croce, il misterioso personaggio iniziò a dimenarsi e ad inveire, “smascherandosi” e sprofondando con il suo cavallo in una voragine che si era improvvisamente aperta nel terreno , ancora oggi presente e denominata, naturalmente, “pozzo del diavolo”. Da quel momento le due sorelle, Faustina e Liberata, si ritirarono in preghiera, nelle vicine grotte, rifiutando qualsiasi tipo di mondanità e vivendo una vita ritirata e ascetica, che le condusse poi alla gloria degli altari. 

Sa decisamente di leggenda, poi, la vicenda legata al “Piplon” o “Pipanason”, una imponente roccia monolitica situata, ad un’altezza di circa 350 metri, lungo la strada tra Gropparello e Castellana, in Val Vezzeno. Davvero curioso il suo aspetto che richiama ad una figura umana. Secondo la leggenda “Piplon” era un diavolo sciocco che si travestì da cavaliere e, innamorato di una giovane del posto di nome Gesandra, siu rivolse a frate Gesualdo per riuscire a conquistarla. Il religioso capì con chi aveva a che fare e decise così, dapprima, di far scolpire una statua che gli potesse somigliare, mentre a “Piplon” disse che avrebbe potuto conquistare la ragazza solo se fosse rimasto fermo ad attenderla, tra le rocce, 7 anni, 7 mesi e 7 giorni. 
Condizione che venne accettata e “Piplon”, nonostante si fosse stancato di rimanere in quella posizione, convinto di avere alle spalle frate Gesualdo che lo controllava, rimase immobile addormentandosi profondamente. Il tempo passò e il vento coprì di sabbia “Piplon” facendolo lentamente diventare una roccia. Quella che aveva alle spalle, in realtà, non era che la roccia scolpita con le sembianze di frate Gesualdo. Il monaco se ne andò ben presto salvando così la ragazza, mentre “Piplon” ancora oggi è lì, col naso all’insù, senza far paura a nessuno. Con la speranza che la roccia, che sta avvertendo il trascorrere del tempo, venga consolidata. Una storia, questa, che sa decisamente di leggenda. 

Come leggendaria è anche la vicenda di Veleia Romana, località celebre per la sua area archeologica romana ma anche, secondo la tradizione popolare, per essere stata teatro dello scontro tra il diavolo e san Colombano, il monado irlandese che fondò il monastero di Bobbio, cittadina della Val Trebbia in cui si trova il famoso “ponte del diavolo”, di cui si tratterà più avanti. Secondo la leggenda di Veleia il demonio, al centro di ripetuti scontri con san Colombano, si rifugiò tra i monti per preparare la sua vendetta, rifugiandosi proprio nei pressi di Veleia. Ad un tratto vide sopraggiungere, in processione, nientemeno che i seguaci di san Colombano e, infuriatosi, corse sul monte Moria scatenando una terribile frana che distrusse Veleia. Ma nel compiere questo gesto, secondo la leggenda, il diavolo cadde battendo con forza i piedi sul terreno e lasciando così le sue orme che ancora oggi si possono vedere sulla pietra lungo il sentiero che collega Veleia al Parco provinciale di Monte Moria. Si tratta, tra l’altro, di una zona petrolifera, per questo si dice che il liquido nero (il petrolio) sarebbe il sangue del diavolo. 

Spostandosi nell’appena citata Bobbio, non appena si giunge nel popoloso borgo appenninico non si può non notare il particolare ponte, lungo 273 metri, detto “Ponte Gobbo” per la sua curiosa, antica conformazione, ma ben conosciuto anche come “Ponte del Diavolo”. Anche qui la storia, la tradizione e le leggende vedono comparire le figure di san Colombano e del demonio. Va detto che anticamente si riteneva che congiungere due luoghi che la natura (e quindi Dio) aveva separato era da considerare un’opera diabolica. Secondo una prima leggenda il ponte (che alcuni storici ritengono essere raffigurato nella celeberrima Gioconda di Leonardo Da Vinci), fu costruito dal diavolo direttamente dopo una promessa fatta a san Colombano. In pratica il demonio promise al santo che avrebbe costruito il viadotto in cambio dell’anima del primo essere vivente che lo avrebbe attraversato. Secondo la leggenda fu aiutato da alcuni “diavoletti” (da qui la diversa conformazione delle arcate) ma, alla fine, san Colombano gli mandò un cane ad attraversare il ponte e così il diavolo si gettò nel Trebbia, accecato dalla rabbia, causando la deformazione del ponte. Secondo un’altra leggenda popolare, invece, un oste vendette la propria anima al diavolo (apparso in sembianze di un vecchio gobbo) e, da quel momento, coloro che attraversavano il ponte si sentivano male. La moglie dell’oste chiese e ottenne l’aiuto del vescovo e, dopo aver invitato a cena il vecchio gobbo, lo fecero ubriacare e addormentare. Nel frattempo, il vescovo con i parroci ed alcuni fedeli, realizzarono zone votive e al ponte fu impartita la benedizione, così quando il vecchio si svegliò, rendendosi conto di quanto era accaduto e vedendo il presule col bastone pastorale alzato al cielo, si infuriò e maledisse il ponte annunciando calamità e piene del Trebbia ogni qualvolta la religiosità popolare fosse diminuita. 

Storie, mistero e leggende, dunque, ancora una volta si intersecano intorno ad una città e ad una provincia davvero ricche di fascino e di enigmi.




FONTI BIBLIOGRAFICHE E SITOGRAFICHE

Padre Amorth e P.Rodari – “L’ultimo Esorcista – la mia battaglia contro Satana”- Piemme, 2011

C.Artocchini, “Tradizioni Popolari Piacentine. La fede, il mistero, l’occulto”- Tep edizioni d’arte, 2006

M.L.Pagliani, A.Marcarini, “Route 45: la Val Trebbia”- Diabasis, 2009

A.Grassi – F.Saltarelli – “Valtrebbia e Valnure – Un ponte per il Mediterraneo”, Tep edizioni d’arte, 1997

Archivi Storici Bobiensi, Centro Studi della Valle del Ceno, “Per antiche strade di Santi e Pellegrini dal Trebbia al Taro” , 1994

P.Cerri, G.Dadati, B.Tagliaferri, “Piacenza Misteriosa, guida ai castelli infestati, alle vicende inspiegabili e agli altri enigmi del territorio”, Edizioni Officine Gutenberg, 2015

Sacri corridoi.blogspot.it






FONTI FOTOGRAFICHE

Le immagini della chiesa di Roncovero sono tratte da Facebook e da Liberta.it 
Le altre immagini sono di proprietà dell’autore e dell’associazione Emilia Misteriosa. Per un loro utilizzo si chiede di citare la fonte. 
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23 ottobre 2016

L’ENIGMATICO CASTELLO-CALENDARIO DI GOLASO

di Paolo Panni




Tra le numerose eccellenze storiche, architettoniche e ambientali della Val Ceno, il castello di Golaso è da considerare una vera e propria perla. Sia per le sue caratteristiche costruttive che per le sue svariate particolarità che lo rendono unico, nel suo genere, almeno per quanto riguarda l’Appennino Emiliano.


E’ considerato, innanzitutto, il castello senza storie a causa delle poche, scarse notizie che si hanno sul suo passato. Un passato che affonda, senza dubbio, le sue radici a parecchi secoli fa. Basti dire che si sono trovate documentazioni risalenti addirittura al 779 (in una pergamena di epoca longobarda conservata nell’archivio parrocchiale) ed in altri dell’879. All’epoca la località era nota come “Acolasio” o “Agolasio” mentre in altre carte è definita come “Agolate” o “Agolace”. E’ lecito supporre che già in quegli anni potesse esistere una primitiva struttura, che nel tempo ha ovviamente subito numerose modifiche e aggiunte fino alla attuale residenza signorile e fortificata, risalente con ogni probabilità ai secoli XV-XVI. 

Un complesso imponente che associa sia le caratteristiche di struttura difensiva che quelle di residenza signorile e quelle di fattoria: proprio questa “miscela” lo rende unico, nel suo genere, almeno nella zona dell’Appennino Emiliano. Composto da due cortili, da una serie di bassi edifici scanditi da torri tonde angolari, è arricchito dal palazzo principale destinato a residenza, da una cappella dedicata all’Immacolata Concezione e da un caratteristico pozzo. 

Nella sua interezza, di fatto, un’ampia casaforte con una superficie di ben 5mila metri quadrati. Appartenuto in passato ai conti Rugarli, dal 1821 è di proprietà della famiglia Corsini che lo custodisce e lo tutela con particolare attenzione e passione. Un casato, quello dei Corsini, di particolare importanza nella zona della Val Ceno. Uno da citare, su tutti, Gateano Corsini, già colonnello della Guardia d’Onore del Dipartimento del Taro e sindaco di Varsi, il primo della famiglia a stabilirsi all’interno del castello. 

A rendere il grande, antico edificio misterioso ed enigmatico è quella particolare caratteristica, che lo porta ad essere definito come “Castello-Calendario”: infatti è contraddistinto da 12 scale quanti sono i mesi dell’anno, 30 porte quanti sono i giorni del mese, 4 corpi di fabbrica quante sono le stagioni ma, soprattutto, 365 finestre quanti sono i giorni dell’anno. Difficile ritenere che queste siano pure e semplici coincidenze. 

Più facile pensare che almeno una parte di queste coincidenze sia stata appositamente voluta, forse per motivi legati a semplice superstizione o, magari, per aspetti di carattere esoterico? Difficile dare una risposta soprattutto nel momento in cui, a causa delle poche e scarse notizie storiche, non si hanno riferimenti sull’architetto che ha lavorato a questo tipo di struttura né su chi ha commissionato il tutto.

La più particolare peculiarità è senza dubbio quella data dalle 365 finestre, volute forse per illuminare in modo diverso gli ambienti del maniero in ogni giorno dell’anno? Va detto che questo delle 365 finestre di Golaso non è un caso isolato, ma una caratteristica che si può trovare anche in altri luoghi d’Italia e all’estero. Da citare, in particolare, le 365 finestre di Castel Wolsthurn (uno dei manieri più belli dell’Alto Adige) ma anche del castello di Arco e del Palazzo del Drago di Antuni (nel Lazio) così come del Palazzo Ducale di Giove (in provincia di Terni), di Palazzo San Giacomo a Russi (Ravenna) e, varcando i confini nazionali, anche le 365 finestre del castello di Graz (in Austria), del palazzo Episcolape di Oradea (in Romania) e del “Cortijo Jurado” conosciuto anche come la “Casa Encantada”, annoverata fra i luoghi considerati maggiormente infestati della Spagna.


Passando poi alle 12 scale, come non ricordare che il 12 è considerato uno dei numeri più “sacri”: indica infatti la ricomposizione della totalità originaria, la discesa in terra di un modello cosmico di pienezza e di armonia, indicando la conclusione di un ciclo compiuto. Sta anche a simboleggiare la prova iniziativa fondamentale che permette di passare da un piano ordinario a uno superiore, sacro ed ha un significato esoterico elevato perché associato alle prove fisiche e mistiche che deve compiere l’iniziato. Non irrilevante il fatto che in svariate culture i riti iniziatici si compiono all’età di 12 anni.



In definitiva, quindi, un complesso fortificato, signorile e agricolo, quello situato alle porte di Vari, a due passi dal torrente Ceno in cui chi ha costruito ha quantomeno messo in evidenza un entusiasmo particolare, e accentuato per i numeri? Oppure dietro a questa particolarità ci sono motivi misteriosi legati all’esoterismo o ad enigmi storici? Domande a cui è difficile dare una risposta e che quindi rendono questa monumentale struttura dell’Appennino Parmense ricca di fascino e di misteri.


FONTI BIBLIOGRAFICHE E SITOGRAFICHE:

M.Calidoni, M.C.Basteri, G.Bottazzi, C.Rapetti, S.Rossi e M.Fallini – “Castelli e Borghi, Alla ricerca dei luoghi del Medioevo a Parma e nel suo territorio”, Mup Editrice, 2009

G.Finadri – “Castelli sconosciuti del Parmense”, Stamperia scrl, 2012

G.Capacchi – “Castelli Parmigiani”, Silva Editore, 1997

Gazzetta di Parma – Articoli vari

www.valcenoweb.it

www.pregobbion.it

it.wikipedia.org


www.mitiemisteri.it

www.lazionascosto.it

www.stafler.com

www.mondodelgusto.it

www.romagnadeste.it

www.valnerica.umbriaexperience.it

austria.ilreporter.com

www.ifantasmi.it



LE IMMAGINI SONO DI PROPRIETA’ DELL’AUTORE E DELL’ASSOCIAZIONE EMILIA MISTERIOSA. PER UN LORO UTILIZZO SI CHIEDE DI CITARE LA FONTE.