24 ottobre 2013

TRA REMOTE PRESENZE – OMBRE, SUONI E MISTERI DALL’ALDILA’, TRA LE MURA DELL’ANTICO CONVENTO DEI PALLAVICINO



di Paolo Panni




Da oltre cinque secoli svetta nel centro di Zibello. Imponente, suggestivo, misterioso anche solo a guardarlo. Si porta dietro i segni, sempre più evidenti, degli oltre cinque secoli di vita che lo riguardano. Le sue mura ne hanno viste tante, è stato convento domenicano, ospedale, scuola.
Quello di cui stiamo parlando è il cinquecentesco ex convento dei Padri Domenicani di Zibello. Un edificio vetusto, ricco di fascino attorno al quale, da tempo, si rincorrono strane voci, riportate dagli abitanti del paese. Nulla che abbia mai trovato troppa eco o enfasi. Parlare di determinati fatti, specie in un borgo che non arriva a contare duemila residenti, può significare essere presi per visionari o, più semplicemente, per matti. E allora si tende a non raccontare più di tanto di esperienze vissute e fatti singolari di cui si è stati involontari testimoni.




Eppure alcune voci, da tempo, nella terra bagnata dal Grande fiume, serpeggiano. C’è chi sostiene di essersi trovato fra i corridoi dell’antico edificio e di aver udito suoni, lamenti, colpi improvvisi. Chi addirittura, qualche anno fa, in piena estate, ha narrato di aver visto l’ombra di una donna aggirarsi al piano superiore, magari affacciandosi ad una delle grandi vetrate. Chi afferma di essersi sentito come seguito, chi ha avuto semplici sensazioni di disagio, di pesantezza. Chi si è trovato da solo in una delle sale interne ed ha avuto la netta sensazione di essere in “compagnia”: di chi? Di cosa?Un luogo che, nei secoli, è stato convento e, soprattutto, struttura ospedaliera (e quindi “teatro” di sofferenze e di morte) non può che essere di richiamo e di particolare interesse per chi, come noi, si occupa in maniera prioritaria, di attività nel campo del paranormale.






E così ecco che, grazie alla disponibilità dell’Amministrazione Comunale e, in particolare del sindaco Manuela Amadei e del vicesindaco Piero Pagani, ci sono state aperte le porte dell’ex convento, per una indagine durata alcune ore, sull’intera struttura. Un lavoro che ci è stato concesso in esclusiva e che ha visto la partecipazione di diversi soci della nostra associazione, coordinati dal responsabile Alessandro Appiani. Presenti tecnici informatici, fotografi e video operatori, oltre a due sensitive. Come sempre accade in questi casi ci si è avvalsi di diverse apparecchiature tecnologiche, tra cui registratori digitali, rilevatori di campi elettromagnetici, fotocamere e videocamere, oltre a rilevatori e sensori di presenze per interni.


 
 
I riscontri, tutti in fase di approfondimento, non sono mancati. Sono state registrate alcune piccole anomalie sia nelle immagini fotografiche che in quelle video, oltre a suoni e rumori difficilmente spiegabili. Ma il fatto più singolare, che si è ripetuto più volte nel corso dell’indagine, ha riguardato il comportamento dei sensori di movimento all’infrarosso. Uno di questi, piazzato in un ambiente chiuso dove, in nessun modo, potevano esserci transiti di persone o animali, ha più volte dato segnalazioni. La stessa cosa si è verificata anche durante un lasso di tempo, di circa due ore, in cui l’ex convento è rimasto chiuso ed il nostro gruppo si è portato all’esterno, allontanandosi, lasciando nelle struttura soltanto le apparecchiature tecnologiche attive. In quello stesso lasso di tempo, una delle videocamere, che doveva avere un’autonomia di almeno tre ore, dopo appena venti minuti si è spenta inspiegabilmente, perdendo tutta la propria carica.





Occorre precisare, e ribadire, che le anomalie riscontrate sono tutte in fase di verifica. Attraverso il lavoro effettuato, e grazie alle peculiarità specifiche delle singole apparecchiature tecnologiche, si è cercato di documentare altresì quello che le sensitive hanno indicato. Queste ultime hanno affermato di aver percepito alcune presenze, in particolare riferibili ad una giovane donna e ad un uomo (oltre a “memorie energetiche”), legate soprattutto al periodo in cui l’edificio ospitava l’ospedale civile del paese. Rimangono senza dubbio di significativa rilevanza i dati anomali derivati dall’attività delle apparecchiature in nostro possesso e da noi dislocate in punti diversi della monumentale ed antica struttura, cercando di “indagare” così sulla più ampia superficie possibile.




E, se da una parte, ai fini della nostra attività, rimangono degne d’interesse queste anomalie è altrettanto vero, e occorre ribadirlo ancora una volta, che al momento queste non possono essere associate a nulla di carattere paranormale.
Per questo occorreranno quindi ulteriori e lunghi approfondimenti e studi.
Saranno inoltre necessarie ulteriori indagini, da concordare con la proprietà, da effettuare in periodi diversi all’interno della struttura. Struttura quindi che, dopo questa prima indagine condotta in esclusiva da Emilia Misteriosa, apre “le porte” a tutta una serie di inquietanti misteri, legati ad un passato vecchio di secoli. E proprio a proposito di passato ci sembra utile aprire ora uno spazio dedicato alla storia dell’immobile.


LA STORIA


II convento del Domenicani fu fondato nel 1494 dal marchese Giovan Francesco Pallavicino, signore di Zibello, nella "Cerchia da basso". Morendo, nel 1497, egli lascio al figlio Federico, al quale aveva assegnato il feudo di Zibello, 1'onere di portare a termine la costruzione iniziata.
Fu però la vedova di questi, Clarice Malaspina, a completare 1'opera e a dotare il convento di 300 biolche di terra, i cui proventi dovevano servire per il mantenimento dei frati e per il finanziamento delle opere sociali volute da Giovan Francesco e la cui esecuzione aveva affidato ad essi.
Solo nel 1510 i Domenicani presero effettivo possesso del convento, all'interno del quale venne creata anche la biblioteca voluta dal marchese.
I Padri seppero ben gestire le terre loro donate riuscendo anche ad accrescere il loro patrimonio fondiario. Ma nel 1769, con le leggi riformatrici di Guglielmo DuTillot, ministro del duca Ferdinando di Borbone, molti ordini religiosi vennero espropriati dei loro beni, ed anche ai Domenicani di Zibello tocco la stessa sorte. Essi peraltro, diversamente da altre istituzioni religiose, riuscirono a riacquistare il loro patrimonio e a venire reintegrati nei loro diritti nel 1777.
Ventisei anni più tardi, in piena epoca napoleonica, vennero richiamati in vigore i provvedimenti del Du Tillot e i frati Predicatori furono costretti a lasciare definitivamente il loro convento di Zibello.
La chiesa, che sorgeva sul lato nord del monastero, venne sconsacrata e quindi abbattuta nel corso della prima meta del1'Ottocento, ma 1'edificio conventuale, che per tanto tempo aveva ospitato i Padri Domenicani era destinato ad assolvere altre importanti funzioni sociali. II 26 maggio 1822, il governo della duchessa Maria Luigia autorizzava il Comune di Zibello ad accettare, a nome del suoi poveri, 1'eredita di Giovannni Battista Dagnini per "fondare e mantenere un ospedale civile", e 1'antica costruzione fu scelta per essere adibita ad alloggiare i poveri, i vecchi e i malati.
L'edificio, cui fu aggiunta una nuova ala, continuò ad essere sede di ospedale fino al 1970 (quindi per oltre un secolo), quando venne sostituito da una nuova Casa di Riposo costruita al suo fianco.
Il 28 dicembre 1972, dopo 1'acquisto da parte del Comune di Zibello, fu deciso, in considerazione del valore storico ed artistico della struttura, di utilizzarla come edificio scolastico. L'antico convento ha subito varie modificazioni e rimaneggiamenti nel corso dei secoli. La parte più antica e di maggior pregio è rappresentata dal chiostro, del quale restano soltanto tre lati. II quarto fu demolito nella prima meta dell'Ottocento.
Gli archi a tutto sesto del portico, che corre lungo i tre lati, sono sorretti da colonne circolari, intonacate, con capitelli a scudo. II soffitto del portico e costituito da volte a vela e nelle lunette interne rimane traccia degli af-freschi del XVII secolo, raffiguranti episodi della vita di San Domenico e, in particolare, i mi-racoli da lui operati. Nello scudo interno del pulvino dell'ultima colonna d'angolo (sulla destra di chi guarda dalla Contrada) e visibile lo stemma Pallavicino, affiancato da quello Malaspina, famiglia alla quale apparteneva Clarice. Affreschi e stemma sono solo di recente tornati alla luce in seguito ai lavori di sistemazione dell'edificio. Più tarda è la soprelevazione di quella parte della costruzione dove oggi si trovano la palestra e le aule della scuola media (trasferita in altra struttura due anni fa): lo dimostra il bel cornicione, il cui motivo ornamentale richiama modelli tardo-rinascimentali. Al XVIII secolo risalgono la facciata dell'ala che guarda verso la Provinciale, con il porticato poggiante su pilastri quadrati, e le due eleganti lanterne a cupola, situate al primo piano, al centro dei due corridoi ai quali si accede mediante un ampio scalone.

18 ottobre 2013

UN VOLUME DEDICATO ALLA MISTERIOSA E LEGGENDARIA CITTA’ D’UMBRIA….IL PIU’ GRANDE TESOR CHE AL MONDO SIA

 
di Paolo Panni
 

 
 
 



“Giace sepolta la Città d’Umbrìa. Il più grande tesor che al mondo sia”. E’ sufficiente il titolo del volume, edito da Toriazzi, per
indicare che il luogo di cui si sta parlando non può che essere “scrigno” di misteri e di enigmi. Ed in effetti è proprio così. Si è di fronte ad una “vicenda” in cui storia, mistero e leggenda si fondono, in un affascinante mix capace di attirare archeologi e avventurieri, appassionati di mistero e studiosi, narratori e poeti. E’, a tutti gli effetti, una una storia di draghi, di nani e di montagne ricolme di monete d’oro. Ma anche di scoperte archeologiche e di ritrovamenti che aprono una finestra, significativa, sulla storia dei territori emiliani. Il libro, poco più di una novantina di pagine, curato da Manuela Catarsi e voluto dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Emilia Romagna (Ministero per i Beni e le Attività Culturali) rientra nella collana Dea (Documenti ed Evidenze di Archeologia). Il luogo è la Città d’Umbrìa, misterioso sito posto su un piccolo pianoro che si stacca dal massiccio del Monte Barigazzo, nel territorio comunale di Varsi (Parma), ad un’altezza di quasi mille metri. Non ne restano, in evidenza, che pochi e poveri ruderi immersi in una spettacolare ed antica faggeta. Non si contano le campagne di scavo che, negli anni, lo hanno interessato e che hanno contribuito a dar vita a diverse e controverse interpretazioni, creando un mito che si tramanda ormai da secoli.

Il libro di Manuela Catarsi, il cui titolo riprende una vecchia e popolare filastrocca della Val Ceno, pone una “lente d’ingrandimento” importante, ed esaustiva, su questo luogo, da tempi immemori celato tra le vette dell’Appennino Parmense. “Il volume – spiega Filippo Maria Gambari, Soprintendente per i Beni Archeologici dell’Emilia Romagna – che non pretende ovviamente di dare una risposta generale valida per tutti gli analoghi complessi definiti con un termine troppo spesso generico e scarsamente tipizzato ‘castellieri’, arriva ad una convincente attribuzione di Umbrìa ad un periodo tra Tardoantico e Altomedioevo”.

“Se il primo scopo dell’intervento di scavo può dirsi raggiunto con il recupero di una stratigrafia affidabile della cinta fortificata del sito e con l’individuazione di due fasi costruttive riferibili a due momenti storici diversi e corrispondenti a due diversi piani di frequentazione – spiega quindi Luigi Malnati (Direttore Generale alle Antichità del Ministero per il Beni e le Attività Culturali” – purtroppo i numerosi sondaggi non hanno invece individuato lembi conservati di stratigrafia all’interno dell’abitato e nessun materiale diagnostico è stato recuperato in strato. Si è tuttavia fortemente tentati di attribuire la prima fase dell’insediamento ai Liguri e la seconda fase ad un fenomeno di arroccamento militare sul limes bizantino-longobardo nell’alto Medio Evo, risolvendo quindi con decisione salomonica l’annosa controversia sulla cronologia di Umbrìa. Ma è evidente – osserva – che solo una ripresa degli scavi con questo obiettivo strategico potrà dare risposte definitive”.

Ma soprattutto, come ha più volte ricordato la curatrice del volume è importante tutelare concretamente questo importante sito, e le sue enigmatiche strutture, troppo spesso depredato, al punto che spesso e volentieri i pochi ruderi sono stati utilizzati per fare il barbecue e, in passato, molte pietre sono state asportate per realizzare case della zona. L’area interessata è di oltre 7mila metri quadrati, di cui 160 identificati.

Manuela Catarsi, sia nell’ampio servizio di recensione pubblicato su parma.repubblica.it che nel corso della presentazione avvenuta a Varsi ha evidenziato che: “Negli ultimi anni abbiamo condotto ricerche e piccoli saggi, ripulendo le murature, effettuando i rilievi. Abbiamo svolto un’indagine completa, servendoci di diversi specialisti, anche da un punto di vista geologico, botanico, sulla toponomastica, i documenti antichi e quelli di scavo dei secoli scorsi. Purtroppo – ha lamentato - le ricerche passate, che hanno compromesso in modo irrimediabile il contesto, hanno precluso qualsiasi tipo d’indagine futura. Per molto tempo si è pensato che Umbrìa fosse un fortilizio ligure in funzione anti-romana, questo sebbene già un giovanissimo Luigi Pigorini, il grande studioso di paletnologia nato a Fontanellato, lo avesse escluso. Ma nessuno dei parrucconi dell’epoca, diciamo così, diede retta a quel ragazzo 16enne. Oggi possiamo dire, sulla base dell’esame delle murature, che siamo di fronte molto probabilmente a un fortilizio bizantino. I resti che ancora vediamo sono sostegni per camminamenti di ronda, con una pianta analoga a quelle di tutti i fortilizi del limes antico-romano, il cui scopo era respingere, senza successo come sappiamo, i barbari”. Parlando quindi di questo fortilizio ha spiegato che “Siamo tra il sesto e il settimo secolo dopo Cristo. E’ probabile che fosse impiegato o nella guerra greco-gotica - che contrappose i Bizantini alla popolazione “barbara” dei Goti - oppure contro i Longobardi. Di sicuro il forte è durato poco e molto probabilmente non serviva a mantenere armati. Le dimensioni estese, la mancanza di strutture fisse e materiali, suggeriscono che servisse come rifugio per la popolazione”. E, sui ritrovamenti effettuati ha fatto sapere che “In realtà nei magazzini del museo a Parma ci sono alcuni frammenti di ceramica, volutamente ignorati negli scavi passati. Sono cocci di produzione locale, ma che recano ancora l’indicazione di provenienza all’interno del sito e sembrano confermare il quadro cronologico ipotizzato”.


Passando al mito d’ Umbrìa ecco che storia e leggenda si sono confuse nel tempo. “Già nei documenti antichi – ricorda la Catarsi - la città è avvolta in un’atmosfera favolosa, custode di grandi tesori, una sorta di El Dorado, che naturalmente non poteva che favorire l’interesse di avventurieri e naturalmente di archeologi, che spesso finivano con l’essere incarnati nella stessa persona. Tra questi “Indiana Jones” una menzione merita senz’altro il tedesco-americano Alexander Wolf, che è finito col diventare parte stessa della leggenda. La città d’Umbrìa era già un mito quando Wolf arrivò nell’Ottocento. La sua figura dovette destare una forte impressione tra i valligiani, tanto da entrare nel folklore. Si racconta dello straniero venuto da lontano, alla ricerca del tesoro con una bacchetta magica, con la quale riesce ad aprire le montagne e trova dei nani, custodi di grotte piene di monete d’oro, argento e rame. Poi lo straniero se ne va, senza portare via nulla, ma il valligiano che lo aveva accompagnato, gli chiede di lasciargli la bacchetta, per recuperare il tesoro. Purtroppo farà una brutta fine, perché un drago gli sbarrerà la strada. La magia – prosegue - spesso si confonde con la realtà. Nelle ricerche abbiamo voluto capire che cosa ci potesse essere di autentico dietro le leggende e i racconti popolari. La stessa bacchetta magica può spiegarsi col fatto che Wolf era anche un rabdomante. C’è da dire che la vita per gli archeologi ad Umbrìa è sempre stata piuttosto dura. Giovanni Mariotti - siamo ancora nell’Ottocento - allora direttore del museo di Parma fu sorpreso insieme ai colleghi da un tremendo temporale, e inseguito da valligiani, che li accusavano di aver sradicato la radice della mandragola, che secondo la tradizione popolare aveva poteri magici”. Ed infine, parlando dei progetti futuri per il sito, la Catarsi ha ribadito che “L’obiettivo primario è arrivare al vincolo per proteggere i resti. Non una situazione facile, ci sono diversi proprietari, quasi tutti all’estero. Poi speriamo nel Comune, magari per organizzare visite guidate e iniziative. Il sindaco di Varsi del resto è un discendente di Wolf”.




9 ottobre 2013

INDAGINE AL CASTELLO DI TORRECHIARA - PARMA


di Emilia Misteriosa









In data 29 Giugno 2013 noi di Emilia Misteriosa, in collaborazione paritaria con il Sito d'informazione e Ricerca GhostHunter.it, abbiamo svolto un’indagine notturna per verificare la presenza di possibili attività paranormali presso la struttura “Castello di Torrechiara” sita in Torrechiara in provincia di Parma. Abbiamo deciso di affidare l’analisi tecnica e strumentale al Gruppo di ricerca P.A.R.I. , sempre sotto la nostra supervisione congiunta. Abbiamo deciso inoltre di avvalerci della collaborazione di alcune sensitive per non precludere qualsiasi eventuale possibilità di interazione con i presunti spiriti.

TROVATE I RISULTATI COMPLETI DELL'INDAGINE SUL SITO GHOSTHUNTER.IT CLICCANDO DIRETTAMENTE SUL LOGO SOTTOSTANTE...













PER VEDERE TUTTE LE FOTO DELL'INDAGINE CLICCATE SULL'IMMAGINE SOTTOSTANTE...




DALLA GAZZETTA DI PARMA DI LUNEDI 14 OTTOBRE 2013





























LEGGI L'ARTICOLO SUL SITO DELLA GAZZETTA DI PARMA






8 ottobre 2013

“I CASTELLI DEI ROSSI NEL PARMENSE”: UN VOLUME CHE VA ALLA SCOPERTA DI ALCUNI DEI PIU’ AFFASCINANTI E MISTERIOSI LUOGHI DEL PARMENSE.




di Paolo Panni

 



Trecentosessanta pagine per andare a conoscere alcuni dei più leggendari e misteriosi manieri del Parmense. Un viaggio inedito, attraverso 25 castelli: tutti possedimenti della nobile famiglia Rossi, uno dei più potenti Casati che il Parmense abbia mai avuto. E’ da poco sbarcato, nelle librerie, edito da Toriazzi, il libro “I Castelli dei Rossi” nel Parmense, curato dalla giovane archeologa medesanese Silvia Cerocchi.






Il volume, tra scoperte archeologiche e documenti inediti, è divenuto realtà in un anno non casuale. Quello in cui ricorre il sesto centenario della nascita del grande condottiero Pier Maria Rossi, il più insigne esponente della nobile famiglia. E spazia attraverso 25 manieri, dalla pianura alla montagna; da quelli più famosi, ed aperti al pubblico, come Torrechiara, San Secondo, Berceto, Noceto, Felino e Roccabianca a quelli meno conosciuti, ridotti a ruderi, magari a pochi brandelli di mattoni, se non addirittura materialmente scomparsi (e dei quali, a maggior ragione, è importante raccontare per far sì che, comunque, la memoria non venga meno); E sono quelli di Beduzzo, Pugnetolo, Corniglio, Graiana, Basilicanova, Bosco di Corniglio, Neviano de’ Rossi, San Vitale Baganza (che è addirittura da tempo in vendita), Segalara, Roccaprebalza, Corniana, Bardone, Roccalanzona (uno dei più misteriosi, al quale abbiamo per altro dedicato un servizio su questo blog), Fornovo, Castel Maria di Carona, Sant’Andrea Bagni, Rivalta, Castrignano e Lesignano dè Bagni.

“Seicento anni fa, esattamente il 25 marzo del 1413 – scrive la stessa Silvia Cerocchi - a Berceto nasceva Pier Maria Rossi, uno dei personaggi più significativi della nobile famiglia. Ho colto questa ricorrenza per dare alle stampe il volume “I Castelli dei Rossi nel Parmense”, Edizioni Toriazzi – Parma.

La peculiarità del volume (frutto della tesi Magistrale in “Civiltà antiche e archeologia” discussa nel mese di luglio 2012, con voto 110 e lode, relatore il Prof. Gianluca Bottazzi) è che non punta alla ripresa e presentazione di quanto è già stato pubblicato ma rivolge nuove domande alle fonti edite ed inedite, ai luoghi, agli edifici ed ai loro materiali, così da impostare una storia del tutto nuova degli insediamenti in mano a questa famiglia che notoriamente ebbe il predominio in gran parte del Parmense nel XV secolo.

 Con le fonti disponibili (documento di Sigismondo dell’anno 1413, Estimi del 1415 e del 1462 - questa fonte inedita - e rappresentazione Camera d’Oro) ho svolto un complesso lavoro di analisi che ha portato alla scoperta di diverse novità.

Per quanto riguarda il confronto demografico sui mezzadri, o “villani”, dei Rossi analizzando i dati affidabili degli Estimi, ho costruito una tabella di confronto tra i momenti storici che distano una cinquantina d’anni. Inoltre, osservando i cognomi riportati dalle liste di riscossione si è riscontrata una precisa continuità abitativa di una percentuale notevole di famiglie fedeli ai Rossi. Aggiungendo ai dati già citati anche le informazioni derivanti dallo studio del Greci circa il Quaderno del fattore, ho calcolato, nei limiti, il numero di fedeli dei Rossi nei territori da loro controllati, che ammonterebbe a circa 150 mezzadri.
Un supporto basilare – spiega - è stato chiaramente l’affresco del Bembo della nota Camera d’Oro di Torrechiara, dato iconografico importantissimo che è, a mio avviso, preciso per quanto riguarda la raffigurazione dei castelli (tranne che per le altezze delle torri) ma semplificato per quanto concerne il numero di abitazioni (chiaramente simbolico).
Le novità a livello archeologico non sono meno importanti.
Ho individuato il castello di Sant’Andrea Bagni, finora ritenuto scomparso: ho misurato la base della torre (20 x 12 metri), rettangolare, costruita con muratura a sacco, con paramenti in pietre ordinate per filaretti. La conformazione del rilievo su cui si trovano i resti del castello, coincide perfettamente con l’immagine riportata dal Bembo.
Per quanto riguarda Neviano de’ Rossi, finora, il castello era stato identificato con l’edificio medievale di Selva Smeralda, ma ritengo più probabile che l’antico edificio dei Rossi raffigurato a Torrechiara, sia in località Neviano de’ Rossi, come documentato da una serie di murature quattrocentesche circondate in parte da due ordini di murature difensive troppo imponenti per un semplice nucleo di case.
La terza novità – aggiunge - riguarda Beduzzo, che oltre aver proposto il rilievo archeologico (come per il castello di Bosco), si documenta la base della torre, inglobata ora sotto la canonica del paese.
Per il castello di Basilicanova viene pubblicata per la prima volta una documentazione fotografica accompagnata da una planimetria delle strutture conservate, grazie alla disponibilità del proprietario, l’ex ministro Pietro Lunardi.
Il castello di Roccalanzona, in continuità con il mio lavoro precedente, propone un metodo di studio sulla muraria e sul rilievo di tutti i paramenti, e l’elaborazione di una pianta con l’identificazione dei diversi corpi di fabbrica.
È stato avviato inoltre un lavoro di mensiocronologia del mattone nei castelli di San Secondo, Roccabianca, Noceto, interamente costruiti in laterizio, e nei castelli di Roccalanzona, Segalara e Torrechiara che invece presentano solo alcuni elementi architettonici in mattone. Dai dati ricavati si è potuto concludere che non esisteva un’unica fornace per gli edifici della casata Rossi, ma è invece probabile una certa misura “standard” per il Parmense. È indicativo che l’unico castello, quello di Noceto, che sarà proprietà dei Sanvitale, è l’unico che differisce in modo sostanzioso per quanto riguarda le misure dei laterizi.
Questo mio lavoro, con le sue novità – fa notare - è dunque risultato principalmente una storia degli insediamenti dominati dai Rossi, l’impostazione di una analisi sulla loro dinamica insediativa anche in relazione alla morfologia e alla viabilità.

Concludendo si tratta di un libro unico nel suo genere, che pur trattando la storia e i castelli di una famiglia, che coinvolge nel Parmense ben 13 Comuni di fatto troverà collocazione nella storiografia nazionale”.

Dal mese di agosto sono in corso le presentazioni ed il volume è disponibile, a livello nazionale, degli studiosi e appassionati di storia. Anche questo volume, come la monografia precedente della Cerocchi, “Roccalanzona. Castello, Chiesa e l’Epigrafe del Primo Giubileo” – Parma (2009), sarà presente in diverse e importanti biblioteche universitarie in Europa e negli Stati Uniti.

 

7 ottobre 2013

LA ROCCA DI MONTICELLI D’ONGINA E IL SUO FANTASMA



di Paolo Panni








Quella di Monticelli d’Ongina è, senza dubbio, una delle più interessanti rocche della Bassa Piacentina. Come si legge anche sul portale del Comune, si deve la sua struttura attuale a Rolando Pallavicino il Magnifico, che agli inizi del 1400, poco dopo l'acquisizione del feudo di Monticelli, lo volle possente e maestoso nelle forme, adatto a diventare un presidio militare. Alla sua morte la fabbrica, rimasta incompiuta, venne portata a termine dal figlio Carlo, vescovo di Lodi, che la destinò a sua residenza estiva. Nella seconda metà del 1500, con l'estinzione del casato Pallavicino, il feudo passò alla nobile famiglia piacentina dei marchesi Casali, che rimasero signori del luogo fino al tramonto definitivo del sistema feudale. I marchesi Casali abitarono nella Rocca di Monticelli fino al 1957, quando lo storico ed imponente edificio fu acquistato dalla vicina chiesa collegiata di San Lorenzo martire.






La pianta ricalca lo schema classico dei castelli di pianura: quadrangolare con quattro torrioni rotondi agli angoli, sporgenti dalla linea delle cortine. Sporgenti sono pure i due masti incorporati al centro dei fronti orientale e occidentale. I due masti, sormontati da affreschi con lo stemma dei marchesi Casali, creano il collegamento con l'esterno, ognuno con un ponte o ponticelli levatoio, di cui ancora si notano gli stalli, in seguito sostituiti con manufatti in muratura. Nell'androne del mastio orientale (ingresso principale) affiorano le tracce di antichi affreschi, tra cui una Madonna con Bambino del Quattrocento.






Il cortile interno è rettangolare, circondato da un elegante porticato con arcate a tutto sesto, di cui attualmente rimane un solo lato (gli altri portici sono stati chiusi)
Le cantine, un tempo utilizzate come scuderie e magazzini di cibarie, oggi ospitano: il Museo Etnografico de Po, l'Acquario del Po ed il Museo archeologico
Al piano terra, in alcune sale a cui si accede dal porticato del cortile, è invece situato il Museo civico.
Strette e ripide scale a chiocciola portano ai camminamenti di ronda che si sviluppano lungo le cortine, sulle torri e sui masti, coronati da merlatura a coda di rondine. Tra l’altro, al piano superiore del mastio orientale vi è una stanza, anticamente adibita a prigione, sulle cui pareti spiccano ancora i graffiti realizzati dai suoi “ospiti”.





Secondo la tradizione, e questo è uno dei misteri che arricchiscono la storia del maniero, sarebbe anche esistito il “pozzo del taglio”. Dell’esistenza di questi pozzi, come noto a storici ed appassionati del mondo del mistero, si parla in un numero incalcolabile di borghi e castelli. Ma di fatto, ad oggi, poche o nulle sono le tracce che dimostrerebbero la reale esistenza di questi luoghi. Anche per quanto riguarda il “pozzo del taglio” di Monticelli d’Ongina, così come per tanti altri simili di cui si parla tra il parmense ed il piacentino, si dice che al suo interno si trovavano lame infisse a raggiera che accoglievano il corpo del condannato cosicché raggiungesse il fondo a brandelli. Si parla anche di una galleria sotterranea che collegherebbe la Rocca alla chiesa parrocchiale di San Lorenzo per consentire ai castellani un rifugio in un luogo che a quei tempi godeva del privilegio di immunità. Ma anche di questa galleria pare non si sia mai trovata traccia.
Gli appartamenti nobili, posti al primo piano che si raggiunge con un ripido scalone in pietra, conservano alle pareti decorazioni del '700 e soffitti con pregevoli affreschi con allegorie delle stagioni. Nel salone principale il grande affresco del soffitto rappresenta il trionfo del casato Casali. Oggi questi saloni vengono adibiti a mostre d'arte, convegni, rassegne fotografiche, incontri di studio e manifestazioni culturali di vario genere.





D’interesse è la Cappellina di Corte, comunemente detta Cappellina del Bembo (ed alla quale è stato dedicato un interessante volume dato alle stampe nel 1993 e curato da don Adriano Gervasoni), concepita per essere la cappella privata del vescovo Carlo Pallavicino. Autentico gioiello d'arte, racchiude un prezioso ciclo di affreschi del '400 dei pittori Bonifacio e Benedetto Bembo. Il ciclo pittorico comprende figure di angeli, profeti e personaggi dell'epoca, alcuni episodi della vita di San Bassiano da Lodi, l'Ultima Cena, S. Giorgio che uccide il drago, la Vergine Maria con i santi Bernardino da Siena e Bernardo da Chiaravalle, il Calvario con la Crocifissine, l'Annunciazione, la Deposizione dalla Croce, i quattro Evangelisti e un ritratto di monsignor Carlo Pallavicino, umanista e mecenate, a lungo vescovo di Lodi.




Ed anche il maniero di Monticelli, in tema di misteri, ha il suo fantasma. Sarebbe quello di una giovane donna, Giuseppina, assassinata nel 1872 dal un suo pretendente, Giuseppe Modesti, che non accettò il fatto di essere stato rifiutato. L’uomo assassinò la giovane e riuscì a sottrarsi poi alla pena di morte, grazie ad una rocambolesca fuga dalle prigioni di Parma, dove era stato rinchiuso. Finì poi per diventare un ufficiale dell’esercito francese. Secondo quanto si tramanda a Monticelli pare che, in non poche occasioni, dalla gente siano stati avvertiti lugubri lamenti provenire dalle mura della rocca. Lamenti che sono stati subito attribuiti alla ragazza assassinata.



FONTI BIBLIOGRAFICHE S SITOGRAFICHE


C.Artocchini, “Tradizioni popolari piacentine – Vol. IV – La fede, IL Mistero, L’Occulto”. Tep Edizioni d’arte, 2006


 
www.comune.monticelli.pc.it


www.mondimedievali.it





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