18 ottobre 2013

UN VOLUME DEDICATO ALLA MISTERIOSA E LEGGENDARIA CITTA’ D’UMBRIA….IL PIU’ GRANDE TESOR CHE AL MONDO SIA

 
di Paolo Panni
 

 
 
 



“Giace sepolta la Città d’Umbrìa. Il più grande tesor che al mondo sia”. E’ sufficiente il titolo del volume, edito da Toriazzi, per
indicare che il luogo di cui si sta parlando non può che essere “scrigno” di misteri e di enigmi. Ed in effetti è proprio così. Si è di fronte ad una “vicenda” in cui storia, mistero e leggenda si fondono, in un affascinante mix capace di attirare archeologi e avventurieri, appassionati di mistero e studiosi, narratori e poeti. E’, a tutti gli effetti, una una storia di draghi, di nani e di montagne ricolme di monete d’oro. Ma anche di scoperte archeologiche e di ritrovamenti che aprono una finestra, significativa, sulla storia dei territori emiliani. Il libro, poco più di una novantina di pagine, curato da Manuela Catarsi e voluto dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Emilia Romagna (Ministero per i Beni e le Attività Culturali) rientra nella collana Dea (Documenti ed Evidenze di Archeologia). Il luogo è la Città d’Umbrìa, misterioso sito posto su un piccolo pianoro che si stacca dal massiccio del Monte Barigazzo, nel territorio comunale di Varsi (Parma), ad un’altezza di quasi mille metri. Non ne restano, in evidenza, che pochi e poveri ruderi immersi in una spettacolare ed antica faggeta. Non si contano le campagne di scavo che, negli anni, lo hanno interessato e che hanno contribuito a dar vita a diverse e controverse interpretazioni, creando un mito che si tramanda ormai da secoli.

Il libro di Manuela Catarsi, il cui titolo riprende una vecchia e popolare filastrocca della Val Ceno, pone una “lente d’ingrandimento” importante, ed esaustiva, su questo luogo, da tempi immemori celato tra le vette dell’Appennino Parmense. “Il volume – spiega Filippo Maria Gambari, Soprintendente per i Beni Archeologici dell’Emilia Romagna – che non pretende ovviamente di dare una risposta generale valida per tutti gli analoghi complessi definiti con un termine troppo spesso generico e scarsamente tipizzato ‘castellieri’, arriva ad una convincente attribuzione di Umbrìa ad un periodo tra Tardoantico e Altomedioevo”.

“Se il primo scopo dell’intervento di scavo può dirsi raggiunto con il recupero di una stratigrafia affidabile della cinta fortificata del sito e con l’individuazione di due fasi costruttive riferibili a due momenti storici diversi e corrispondenti a due diversi piani di frequentazione – spiega quindi Luigi Malnati (Direttore Generale alle Antichità del Ministero per il Beni e le Attività Culturali” – purtroppo i numerosi sondaggi non hanno invece individuato lembi conservati di stratigrafia all’interno dell’abitato e nessun materiale diagnostico è stato recuperato in strato. Si è tuttavia fortemente tentati di attribuire la prima fase dell’insediamento ai Liguri e la seconda fase ad un fenomeno di arroccamento militare sul limes bizantino-longobardo nell’alto Medio Evo, risolvendo quindi con decisione salomonica l’annosa controversia sulla cronologia di Umbrìa. Ma è evidente – osserva – che solo una ripresa degli scavi con questo obiettivo strategico potrà dare risposte definitive”.

Ma soprattutto, come ha più volte ricordato la curatrice del volume è importante tutelare concretamente questo importante sito, e le sue enigmatiche strutture, troppo spesso depredato, al punto che spesso e volentieri i pochi ruderi sono stati utilizzati per fare il barbecue e, in passato, molte pietre sono state asportate per realizzare case della zona. L’area interessata è di oltre 7mila metri quadrati, di cui 160 identificati.

Manuela Catarsi, sia nell’ampio servizio di recensione pubblicato su parma.repubblica.it che nel corso della presentazione avvenuta a Varsi ha evidenziato che: “Negli ultimi anni abbiamo condotto ricerche e piccoli saggi, ripulendo le murature, effettuando i rilievi. Abbiamo svolto un’indagine completa, servendoci di diversi specialisti, anche da un punto di vista geologico, botanico, sulla toponomastica, i documenti antichi e quelli di scavo dei secoli scorsi. Purtroppo – ha lamentato - le ricerche passate, che hanno compromesso in modo irrimediabile il contesto, hanno precluso qualsiasi tipo d’indagine futura. Per molto tempo si è pensato che Umbrìa fosse un fortilizio ligure in funzione anti-romana, questo sebbene già un giovanissimo Luigi Pigorini, il grande studioso di paletnologia nato a Fontanellato, lo avesse escluso. Ma nessuno dei parrucconi dell’epoca, diciamo così, diede retta a quel ragazzo 16enne. Oggi possiamo dire, sulla base dell’esame delle murature, che siamo di fronte molto probabilmente a un fortilizio bizantino. I resti che ancora vediamo sono sostegni per camminamenti di ronda, con una pianta analoga a quelle di tutti i fortilizi del limes antico-romano, il cui scopo era respingere, senza successo come sappiamo, i barbari”. Parlando quindi di questo fortilizio ha spiegato che “Siamo tra il sesto e il settimo secolo dopo Cristo. E’ probabile che fosse impiegato o nella guerra greco-gotica - che contrappose i Bizantini alla popolazione “barbara” dei Goti - oppure contro i Longobardi. Di sicuro il forte è durato poco e molto probabilmente non serviva a mantenere armati. Le dimensioni estese, la mancanza di strutture fisse e materiali, suggeriscono che servisse come rifugio per la popolazione”. E, sui ritrovamenti effettuati ha fatto sapere che “In realtà nei magazzini del museo a Parma ci sono alcuni frammenti di ceramica, volutamente ignorati negli scavi passati. Sono cocci di produzione locale, ma che recano ancora l’indicazione di provenienza all’interno del sito e sembrano confermare il quadro cronologico ipotizzato”.


Passando al mito d’ Umbrìa ecco che storia e leggenda si sono confuse nel tempo. “Già nei documenti antichi – ricorda la Catarsi - la città è avvolta in un’atmosfera favolosa, custode di grandi tesori, una sorta di El Dorado, che naturalmente non poteva che favorire l’interesse di avventurieri e naturalmente di archeologi, che spesso finivano con l’essere incarnati nella stessa persona. Tra questi “Indiana Jones” una menzione merita senz’altro il tedesco-americano Alexander Wolf, che è finito col diventare parte stessa della leggenda. La città d’Umbrìa era già un mito quando Wolf arrivò nell’Ottocento. La sua figura dovette destare una forte impressione tra i valligiani, tanto da entrare nel folklore. Si racconta dello straniero venuto da lontano, alla ricerca del tesoro con una bacchetta magica, con la quale riesce ad aprire le montagne e trova dei nani, custodi di grotte piene di monete d’oro, argento e rame. Poi lo straniero se ne va, senza portare via nulla, ma il valligiano che lo aveva accompagnato, gli chiede di lasciargli la bacchetta, per recuperare il tesoro. Purtroppo farà una brutta fine, perché un drago gli sbarrerà la strada. La magia – prosegue - spesso si confonde con la realtà. Nelle ricerche abbiamo voluto capire che cosa ci potesse essere di autentico dietro le leggende e i racconti popolari. La stessa bacchetta magica può spiegarsi col fatto che Wolf era anche un rabdomante. C’è da dire che la vita per gli archeologi ad Umbrìa è sempre stata piuttosto dura. Giovanni Mariotti - siamo ancora nell’Ottocento - allora direttore del museo di Parma fu sorpreso insieme ai colleghi da un tremendo temporale, e inseguito da valligiani, che li accusavano di aver sradicato la radice della mandragola, che secondo la tradizione popolare aveva poteri magici”. Ed infine, parlando dei progetti futuri per il sito, la Catarsi ha ribadito che “L’obiettivo primario è arrivare al vincolo per proteggere i resti. Non una situazione facile, ci sono diversi proprietari, quasi tutti all’estero. Poi speriamo nel Comune, magari per organizzare visite guidate e iniziative. Il sindaco di Varsi del resto è un discendente di Wolf”.




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