23 novembre 2016

PIACENZA – I LUOGHI DEL DIAVOLO


di Paolo Panni




Si è già detto di Piacenza che può essere considerata, quando si parla di paranormale ed “entità”, come una delle province più “infestate” d’Italia per numero di casi. Ma la provincia più ad Ovest dell’Emilia ha vicende e storie, inquietanti e misteriose, in alcuni casi anche terrificanti, legate anche alla enigmatica presenza del maligno. Si potrebbe dire, in modo molto più chiaro e diretto, legate al diavolo. Quando si parla di questa entità spirituale e soprannaturale maligna, distruttrice e menzognera, contrapposta a Dio e al bene, sarebbe necessario aprire un lunghissimo capitolo per illustrare, quantomeno, la lunga serie di spiriti infernali e demoni compongono, per così dire, il vasto universo del male. Non è questa la sede per dilungarsi su questi approfondimenti e ci si limita a ricordare che diavolo e demoni esistono in tutte le principali religioni. Venendo subito ai casi di Piacenza e provincia, occorre evidenziare che numerose sono le vicende, tra storie realmente accadute, misteri e leggende, legate sia alla città che al territorio della pianura e della montagna. 

Non si può che partire dalla città capoluogo, per soffermarsi su una delle vicende più crude e dolorose avvenute a livello nazionale, vale a dire l’esorcismo del 1920 che ebbe come teatro la basilica di Santa Maria di Campagna e che portò alla morte di due persone, tra cui l’allora vescovo di Piacenza Giovanni Maria Pellizzari. A questo fatto è dedicato un capitolo di ben trentacinque pagine sul libro <L’ultimo esorcista – la mia battaglia contro Satana” di padre Gabriele Amorth, il più famoso esorcista italiano, per altro recentemente scomparso. 
Il titolo del capitolo “Il diavolo a volte ritorna, per uccidere” la dice lunghissima sulla drammaticità di questa vicenda avvenuta tra le mura di uno dei luoghi di fede più importanti dell’Emilia. Ad essere posseduta dal maligno fu una donna piacentina (vittima di una “fattura”) che si rivolse a uno dei frati minori che all’epoca portavano avanti il loro apostolato a Santa Maria di Campagna, vale a dire padre Pier Paolo Veronesi. Il monaco, ottenuta l’autorizzazione del vescovo Pellizzari, dovette ripetere più sedute di esorcismo, insieme ad alcuni assistenti, tra i quali padre Giustino (stenografo che documentò i fatti) e il dottor Lupi, allora direttore del manicomio di Piacenza, oltre a familiari della persona coinvolta. Furono sedute molto cruenti, durate più di due mesi. Il maligno si manifestò col nome di Isabò ma venne verificata anche la presenza di altri due diavoli, per altro più potenti, Maristafa ed Erzevaide. Dopo lunghe ed estenuanti sedute di esorcismo la donna fu liberata ma il diavolo, come si evidenzia appunto anche nel titolo del capitolo scritto da padre Amorth, tornò per vendicarsi, ed uccidere. Infatti, appena tre mesi dopo la liberazione, uno degli assistenti di padre Veronesi, tal signor Cassani, che dal diavolo era stato minacciato di morte, morì per un tumore improvviso. Lo stesso accadde ad un amico della famiglia della posseduta e al vescovo Pellizzari verso il quale, durante l'esorcismo, il diavolo preannunciò la morte imminente. Lo stesso esorcista, padre Veronesi, dopo quei fatti visse col terrore e con una grave menomazione al collo. Infatti un giorno fu improvvisamente colpito da una bastonata (ma nei dintorni non c’era nessuno) che costrinse il religioso, da quel momento, a vivere col mento puntellato contro il petto. 

Rimanendo in città, altri fatti inquietanti avvennero in una casa del quartiere Sant’Agnese a causa della presenza di un indemoniato che, spesso, in preda a gravi crisi, lanciava sedie, oggetti e vettovaglie in strada, accompagnando i suoi gesti folli con urla e bestemmie. Fu a sua volta al centro di sedute di esorcismo, talmente violente che puntualmente il parroco, dopo aver accompagnato l’esorcista, scappava a gambe levate in preda al terrore. 

Senza dimenticare, ancora in città, il celebre “castello del diavolo”, maniero che di fatto non c’è più e sorgeva tra viale Malta e via XXIV Maggio. Ciò che è rimasto si trova in un’area militare e, pertanto, è celato al pubblico. E’ comunque noto che fu fondato dal duca Pier Luigi Farnese dopo la conclusione dei lavori di realizzazione delle mura rinascimentali cittadine, avvenuta nel 1547. L’edificio è definito “del diavolo” proprio a causa della figura del suo fondatore. Pier Luigi Farnese, infatti, era sì un buon governatore che riuscì anche a rendersi benemerito ma era preso da vizi e malattie, privo di qualsiasi libidine (violentò anche un vescovo). Figlio nientemeno che di papa Paolo III (Alessandro Farnese), era considerato una figura diabolica e da qui, ecco il nome del “suo”castello. Altro personaggio piacentino decisamente inquietante fu Girolamo Scottino, vissuto nel Cinquecento, che esercitava scienze occulte ed era considerato un grande mago amico del diavolo, celebre in tutta Europa. Si dice che la gente al solo pronunciare il suo nome si faceva il segno di croce. Si ritiene che, a causa proprio della sua condotta, sia morto lontano da Piacenza, forse bruciato vivo dall’Inquisizione. 

Luogo famoso appena fuori dalle mura cittadine è la chiesa di Camposanto Vecchia, più nota come chiesa “degli appestati”, per lunghi anni abbandonata e sconsacrata, al centro di vandalismi e riti di ogni genere che la fecero passare da luogo di sofferenza a “casa del diavolo”. Al suo interno fu anche violentata una giovane. Fortunatamente da alcuni anni è stata recuperata e riconsacrata. 


Altra chiesa purtroppo presa di mira da vandali e satanisti è quella abbandonata dell’ex collegio dei gesuiti, a Roncovero di Bettola. Qui, nell’estate 2016, ignoti si sono introdotti, profanando una tomba, facendo danni e lasciando scritte sui muri dal significato molto eloquente. 
La cosa è finita, ampiamente, anche sulla stampa locale e padre Achille Taborelli, scalabriniano, esorcista della diocesi di Piacenza, intervenendo sul quotidiano locale “Libertà” ha dichiarato che “il diavolo c’è ma tenta di passare inosservato per far credere di non esistere. In realtà si scoprono diverse situazioni che sono segno della sua presenza. I riti satanici nella chiesa abbandonata di Roncovero sono qui a dimostrarlo. Le pratiche sataniche – ha aggiunto il religioso – non sono mai ragazzate: sono manifestazioni del demonio che possono poi sfociare in episodi più seri”. Parole chiare e certamente pesanti. 

Spostandosi in provincia, esattamente il Val Tidone, celebre è la vicenda delle sante Faustina e Liberata che ebbe come teatro la magnifica Rocca d’Olgisio, in comune di Pianello. Qui il demonio, apparso in forma di corvo, avvelenò Margherita, moglie del castellano Giovannato e madre delle due giovani divenute poi sante. Qui storia e leggenda, come spesso accade, si mescolano decisamente. Si dice, tuttavia, che Giovannato indisse un torneo per stabilire chi avrebbe sposato Liberata. Vi si presentarono dodici nobili pretendenti e, all’improvviso, un tredicesimo, sconosciuto, qualificatosi come “principe di Montenero” che si aggiudicò con abilità e destrezza, tutte le prove, dimostrando anche di possedere importanti ricchezze. Ma proprio durante la cerimonia nuziale, quando il sacerdote Marcello alzò la croce, il misterioso personaggio iniziò a dimenarsi e ad inveire, “smascherandosi” e sprofondando con il suo cavallo in una voragine che si era improvvisamente aperta nel terreno , ancora oggi presente e denominata, naturalmente, “pozzo del diavolo”. Da quel momento le due sorelle, Faustina e Liberata, si ritirarono in preghiera, nelle vicine grotte, rifiutando qualsiasi tipo di mondanità e vivendo una vita ritirata e ascetica, che le condusse poi alla gloria degli altari. 

Sa decisamente di leggenda, poi, la vicenda legata al “Piplon” o “Pipanason”, una imponente roccia monolitica situata, ad un’altezza di circa 350 metri, lungo la strada tra Gropparello e Castellana, in Val Vezzeno. Davvero curioso il suo aspetto che richiama ad una figura umana. Secondo la leggenda “Piplon” era un diavolo sciocco che si travestì da cavaliere e, innamorato di una giovane del posto di nome Gesandra, siu rivolse a frate Gesualdo per riuscire a conquistarla. Il religioso capì con chi aveva a che fare e decise così, dapprima, di far scolpire una statua che gli potesse somigliare, mentre a “Piplon” disse che avrebbe potuto conquistare la ragazza solo se fosse rimasto fermo ad attenderla, tra le rocce, 7 anni, 7 mesi e 7 giorni. 
Condizione che venne accettata e “Piplon”, nonostante si fosse stancato di rimanere in quella posizione, convinto di avere alle spalle frate Gesualdo che lo controllava, rimase immobile addormentandosi profondamente. Il tempo passò e il vento coprì di sabbia “Piplon” facendolo lentamente diventare una roccia. Quella che aveva alle spalle, in realtà, non era che la roccia scolpita con le sembianze di frate Gesualdo. Il monaco se ne andò ben presto salvando così la ragazza, mentre “Piplon” ancora oggi è lì, col naso all’insù, senza far paura a nessuno. Con la speranza che la roccia, che sta avvertendo il trascorrere del tempo, venga consolidata. Una storia, questa, che sa decisamente di leggenda. 

Come leggendaria è anche la vicenda di Veleia Romana, località celebre per la sua area archeologica romana ma anche, secondo la tradizione popolare, per essere stata teatro dello scontro tra il diavolo e san Colombano, il monado irlandese che fondò il monastero di Bobbio, cittadina della Val Trebbia in cui si trova il famoso “ponte del diavolo”, di cui si tratterà più avanti. Secondo la leggenda di Veleia il demonio, al centro di ripetuti scontri con san Colombano, si rifugiò tra i monti per preparare la sua vendetta, rifugiandosi proprio nei pressi di Veleia. Ad un tratto vide sopraggiungere, in processione, nientemeno che i seguaci di san Colombano e, infuriatosi, corse sul monte Moria scatenando una terribile frana che distrusse Veleia. Ma nel compiere questo gesto, secondo la leggenda, il diavolo cadde battendo con forza i piedi sul terreno e lasciando così le sue orme che ancora oggi si possono vedere sulla pietra lungo il sentiero che collega Veleia al Parco provinciale di Monte Moria. Si tratta, tra l’altro, di una zona petrolifera, per questo si dice che il liquido nero (il petrolio) sarebbe il sangue del diavolo. 

Spostandosi nell’appena citata Bobbio, non appena si giunge nel popoloso borgo appenninico non si può non notare il particolare ponte, lungo 273 metri, detto “Ponte Gobbo” per la sua curiosa, antica conformazione, ma ben conosciuto anche come “Ponte del Diavolo”. Anche qui la storia, la tradizione e le leggende vedono comparire le figure di san Colombano e del demonio. Va detto che anticamente si riteneva che congiungere due luoghi che la natura (e quindi Dio) aveva separato era da considerare un’opera diabolica. Secondo una prima leggenda il ponte (che alcuni storici ritengono essere raffigurato nella celeberrima Gioconda di Leonardo Da Vinci), fu costruito dal diavolo direttamente dopo una promessa fatta a san Colombano. In pratica il demonio promise al santo che avrebbe costruito il viadotto in cambio dell’anima del primo essere vivente che lo avrebbe attraversato. Secondo la leggenda fu aiutato da alcuni “diavoletti” (da qui la diversa conformazione delle arcate) ma, alla fine, san Colombano gli mandò un cane ad attraversare il ponte e così il diavolo si gettò nel Trebbia, accecato dalla rabbia, causando la deformazione del ponte. Secondo un’altra leggenda popolare, invece, un oste vendette la propria anima al diavolo (apparso in sembianze di un vecchio gobbo) e, da quel momento, coloro che attraversavano il ponte si sentivano male. La moglie dell’oste chiese e ottenne l’aiuto del vescovo e, dopo aver invitato a cena il vecchio gobbo, lo fecero ubriacare e addormentare. Nel frattempo, il vescovo con i parroci ed alcuni fedeli, realizzarono zone votive e al ponte fu impartita la benedizione, così quando il vecchio si svegliò, rendendosi conto di quanto era accaduto e vedendo il presule col bastone pastorale alzato al cielo, si infuriò e maledisse il ponte annunciando calamità e piene del Trebbia ogni qualvolta la religiosità popolare fosse diminuita. 

Storie, mistero e leggende, dunque, ancora una volta si intersecano intorno ad una città e ad una provincia davvero ricche di fascino e di enigmi.




FONTI BIBLIOGRAFICHE E SITOGRAFICHE

Padre Amorth e P.Rodari – “L’ultimo Esorcista – la mia battaglia contro Satana”- Piemme, 2011

C.Artocchini, “Tradizioni Popolari Piacentine. La fede, il mistero, l’occulto”- Tep edizioni d’arte, 2006

M.L.Pagliani, A.Marcarini, “Route 45: la Val Trebbia”- Diabasis, 2009

A.Grassi – F.Saltarelli – “Valtrebbia e Valnure – Un ponte per il Mediterraneo”, Tep edizioni d’arte, 1997

Archivi Storici Bobiensi, Centro Studi della Valle del Ceno, “Per antiche strade di Santi e Pellegrini dal Trebbia al Taro” , 1994

P.Cerri, G.Dadati, B.Tagliaferri, “Piacenza Misteriosa, guida ai castelli infestati, alle vicende inspiegabili e agli altri enigmi del territorio”, Edizioni Officine Gutenberg, 2015

Sacri corridoi.blogspot.it






FONTI FOTOGRAFICHE

Le immagini della chiesa di Roncovero sono tratte da Facebook e da Liberta.it 
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23 ottobre 2016

L’ENIGMATICO CASTELLO-CALENDARIO DI GOLASO

di Paolo Panni




Tra le numerose eccellenze storiche, architettoniche e ambientali della Val Ceno, il castello di Golaso è da considerare una vera e propria perla. Sia per le sue caratteristiche costruttive che per le sue svariate particolarità che lo rendono unico, nel suo genere, almeno per quanto riguarda l’Appennino Emiliano.


E’ considerato, innanzitutto, il castello senza storie a causa delle poche, scarse notizie che si hanno sul suo passato. Un passato che affonda, senza dubbio, le sue radici a parecchi secoli fa. Basti dire che si sono trovate documentazioni risalenti addirittura al 779 (in una pergamena di epoca longobarda conservata nell’archivio parrocchiale) ed in altri dell’879. All’epoca la località era nota come “Acolasio” o “Agolasio” mentre in altre carte è definita come “Agolate” o “Agolace”. E’ lecito supporre che già in quegli anni potesse esistere una primitiva struttura, che nel tempo ha ovviamente subito numerose modifiche e aggiunte fino alla attuale residenza signorile e fortificata, risalente con ogni probabilità ai secoli XV-XVI. 

Un complesso imponente che associa sia le caratteristiche di struttura difensiva che quelle di residenza signorile e quelle di fattoria: proprio questa “miscela” lo rende unico, nel suo genere, almeno nella zona dell’Appennino Emiliano. Composto da due cortili, da una serie di bassi edifici scanditi da torri tonde angolari, è arricchito dal palazzo principale destinato a residenza, da una cappella dedicata all’Immacolata Concezione e da un caratteristico pozzo. 

Nella sua interezza, di fatto, un’ampia casaforte con una superficie di ben 5mila metri quadrati. Appartenuto in passato ai conti Rugarli, dal 1821 è di proprietà della famiglia Corsini che lo custodisce e lo tutela con particolare attenzione e passione. Un casato, quello dei Corsini, di particolare importanza nella zona della Val Ceno. Uno da citare, su tutti, Gateano Corsini, già colonnello della Guardia d’Onore del Dipartimento del Taro e sindaco di Varsi, il primo della famiglia a stabilirsi all’interno del castello. 

A rendere il grande, antico edificio misterioso ed enigmatico è quella particolare caratteristica, che lo porta ad essere definito come “Castello-Calendario”: infatti è contraddistinto da 12 scale quanti sono i mesi dell’anno, 30 porte quanti sono i giorni del mese, 4 corpi di fabbrica quante sono le stagioni ma, soprattutto, 365 finestre quanti sono i giorni dell’anno. Difficile ritenere che queste siano pure e semplici coincidenze. 

Più facile pensare che almeno una parte di queste coincidenze sia stata appositamente voluta, forse per motivi legati a semplice superstizione o, magari, per aspetti di carattere esoterico? Difficile dare una risposta soprattutto nel momento in cui, a causa delle poche e scarse notizie storiche, non si hanno riferimenti sull’architetto che ha lavorato a questo tipo di struttura né su chi ha commissionato il tutto.

La più particolare peculiarità è senza dubbio quella data dalle 365 finestre, volute forse per illuminare in modo diverso gli ambienti del maniero in ogni giorno dell’anno? Va detto che questo delle 365 finestre di Golaso non è un caso isolato, ma una caratteristica che si può trovare anche in altri luoghi d’Italia e all’estero. Da citare, in particolare, le 365 finestre di Castel Wolsthurn (uno dei manieri più belli dell’Alto Adige) ma anche del castello di Arco e del Palazzo del Drago di Antuni (nel Lazio) così come del Palazzo Ducale di Giove (in provincia di Terni), di Palazzo San Giacomo a Russi (Ravenna) e, varcando i confini nazionali, anche le 365 finestre del castello di Graz (in Austria), del palazzo Episcolape di Oradea (in Romania) e del “Cortijo Jurado” conosciuto anche come la “Casa Encantada”, annoverata fra i luoghi considerati maggiormente infestati della Spagna.


Passando poi alle 12 scale, come non ricordare che il 12 è considerato uno dei numeri più “sacri”: indica infatti la ricomposizione della totalità originaria, la discesa in terra di un modello cosmico di pienezza e di armonia, indicando la conclusione di un ciclo compiuto. Sta anche a simboleggiare la prova iniziativa fondamentale che permette di passare da un piano ordinario a uno superiore, sacro ed ha un significato esoterico elevato perché associato alle prove fisiche e mistiche che deve compiere l’iniziato. Non irrilevante il fatto che in svariate culture i riti iniziatici si compiono all’età di 12 anni.



In definitiva, quindi, un complesso fortificato, signorile e agricolo, quello situato alle porte di Vari, a due passi dal torrente Ceno in cui chi ha costruito ha quantomeno messo in evidenza un entusiasmo particolare, e accentuato per i numeri? Oppure dietro a questa particolarità ci sono motivi misteriosi legati all’esoterismo o ad enigmi storici? Domande a cui è difficile dare una risposta e che quindi rendono questa monumentale struttura dell’Appennino Parmense ricca di fascino e di misteri.


FONTI BIBLIOGRAFICHE E SITOGRAFICHE:

M.Calidoni, M.C.Basteri, G.Bottazzi, C.Rapetti, S.Rossi e M.Fallini – “Castelli e Borghi, Alla ricerca dei luoghi del Medioevo a Parma e nel suo territorio”, Mup Editrice, 2009

G.Finadri – “Castelli sconosciuti del Parmense”, Stamperia scrl, 2012

G.Capacchi – “Castelli Parmigiani”, Silva Editore, 1997

Gazzetta di Parma – Articoli vari

www.valcenoweb.it

www.pregobbion.it

it.wikipedia.org


www.mitiemisteri.it

www.lazionascosto.it

www.stafler.com

www.mondodelgusto.it

www.romagnadeste.it

www.valnerica.umbriaexperience.it

austria.ilreporter.com

www.ifantasmi.it



LE IMMAGINI SONO DI PROPRIETA’ DELL’AUTORE E DELL’ASSOCIAZIONE EMILIA MISTERIOSA. PER UN LORO UTILIZZO SI CHIEDE DI CITARE LA FONTE.

21 settembre 2016

Matilde di Canossa che volle dir messa a Pieve di Sasso




Roberto Mancuso

Dedicata alle donne 

Matilde di Canossa che volle dir messa a Pieve di Sasso

(Neviano degli Arduini)



Narrano antiche cronache che un bel giorno alla grancontessa Matilde di Canossa venne voglia di dir messa come fanno i preti. E perchè mai una donna non dovrebbe farlo si chiedeva la gran dama. 

Ma quelli erano i tempi delle crociate, certi sghiribizzi alle donne non eran permessi,mica si ragionava come noi moderni che ‘ste differenze non le notiamo nemmeno. Ma allora andava così , non per niente quei tempi li chiamano anni bui,e in quel buio medioevale, nemmeno alla signora Matilde ,che tanto faceva per la Chiesa , si poteva permettere di celebrar l’eucarestia, che pareva brutto e blasfemo. Il vescovo di Parma era molto preoccupato per il desiderio della contessa. Ma come si fa ad impedire qualcosa alla Matilde, pensava il vescovo, la signora quando si impunta è proprio “de coccio” e se poi si offende? In fin dei conti è l’amica più preziosa che ha la Chiesa in Europa. Tanto ricca e potente non si è piegata nemmeno davanti all'imperatore Enrico che non ha voluto far entrare nel suo castello ,se non dopo averlo lasciato tre giorni in ginocchio nella neve e a capo chino.Certo che con quel caratterino,se la signora si offendesse anche con noi …non vorrei che poi a Canossa ci dovesse andare anche il papa. Questi dunque erano i pensieri del vescovo, impedire ad una donna di far cose da uomo ,ma senza offenderla ,perché quella signora non era donna comune ed era più utile,intelligente e cocciuta di tanti uomini e bisognava tenerla buona. Pensa che ti ripensa al vescovo venne finalmente un idea geniale. Organizzò un incontro e quando fu al cospetto di Matilde le disse :mia gran signora …per quella sua richiesta ,sa non si potrebbe ,ma con tanta fatica sono riuscito ad ottenere una dispensa,solo per lei che e’ dama pia e caritatevole ,ci sarebbe però una condizione da rispettare;potrà celebrare la santa messa ,ma prima dovrà costruire cento chiese ! Matilde rimase di stucco per un attimo, ma subito si riprese, e ringraziando con un leggero inchino si allontanò frettolosamente dicendo che le servivano muratori e scalpellini. Al vescovo, rimasto solo, sfuggì un sorriso pensando: e quanto ti ci vuole per costruire cento chiese ? cento anni? Perfetto, vuol dire che saranno problemi dei posteri, io la mia missione l’ho compiuta! E si allontanò soddisfatto. Evidentemente il prelato aveva dimenticato il famoso carattere di Matilde, mica era una che si faceva spaventare da un centinaio di chiesette. Pietra su pietra, altare dopo altare le tirò su proprio tutte,con campanili e sagrestie. La centesima fu la pieve di Sasso. Qui Matilde volle celebrare la sua prima funzione,e nessuno ora l’avrebbe potuto impedire. Decise che l’occasione giusta per officiare sarebbe stata la notte di Natale. Arrivato il momento Matilde indossò i paramenti e si avviò verso l’altare ,tra due ali di folla ammutolita tra cui spuntava il volto livido del papa. Quando fu prossima al sacro calice fece per innalzarlo ,ma dovette ritrarre immediatamente le mani ,perché dal calice schizzò fuori una grossa serpe. Tutti pensarono che quel fatto fosse volere di Dio, che evidentemente non gradiva vedere una donna dir la messa, cosi Matilde si tolse i paramenti sacri e si limitò a far solo la contessa.

Questa è la leggenda della pieve di Sasso.


L’antica chiesa non è molto distante da Neviano degli Arduini ed è stata per secoli un luogo di sosta per i pellegrini diretti al Passo del Lagastrello,importante via di collegamento con la Toscana

La pieve è citata per la prima volta in un documento del 1004, quando Matilde non era ancora nata, ma probabilmente l’edificio originario era situato un pochino più a valle. Nel 1082 fu ricostruito nella posizione attuale, Matilde all’epoca aveva circa quarant’anni, e la tradizione le attribuisce la riedificazione. La pieve divenne in anni successivi un centro molto importante da cui dipendevano ben tredici cappelle e relativi villaggi. Di quel periodo rimane un edificio affascinante, restaurato negli anni ‘50, un panorama spettacolare e questa leggenda che ho provato a raccontare.

Ne esistono versioni che si differenziano in alcuni passaggi,ma la trama e sempre identica : Matilde vuol diventare sacerdote, per scoraggiarla il permesso le viene accordato a patto che costruisca cento chiese. Lei riesce, incredibilmente, a soddisfare la richiesta ,ma deve rinunciare al suo sogno all’ultimo momento ,perché un serpente esce dal calice dell’eucarestia. Mi piace pensare che Matilde ,che di cose appannaggio dei maschi ne fece davvero tante, abbia provato sul serio a dir messa e che qualche chierico abbia infilato veramente un serpente nel calice sperando di dissuaderla. In questo racconto sembra comunque evidente un ricordo vivo del carattere di Matilde di Canossa,la sua forza di volontà e la stretta alleanza con il papato. Fu straordinaria per capacità e intelligenza e seppe dimostrare anche in secoli bui e maschilisti che le donne non devono mai temere alcun confronto in nessun ambito e meritano sempre considerazione e rispetto. Senza Matilde di Canossa la storia d’Europa sarebbe andata sicuramente in altro modo, forse non ci sarebbero state nemmeno le crociate, e noi tutti vivremmo in una società diversa. Migliore o peggiore non lo sapremo mai,ma questo nostro mondo l’ha costruito anche Matilde e tante altre donne meno famose di lei ma altrettanto determinanti. La leggenda sembra volerci anche ricordare che in alcuni momenti sembrò superare il clero nel gestire e difendere gli interessi della Chiesa, attingendo alle proprie ricchezze materiali e alle sue capacità politiche e militari. Meritava d’indossare davvero gli abiti sacerdotali per il suo impegno, ma non avrebbe mai potuto farlo perché in quella Chiesa tanto amata si nascondevano serpi pronte a saltarle addosso pur di farla stare al suo posto. Certo era un posto privilegiato,ma nemmeno quello era un incarico per donne,non le era stato regalato, ma lo aveva conquistato con determinazione e volontà. Destinata a diventare semplicemente la moglie di un potente seppe trasformarsi lei stessa in donna di potere,senza mariti o uomini a cui render conto. Se intravide serpenti in tonaca si limitò a scansarli . In questi nostri tempi, che non dovrebbero esser bui, tanti serpenti,di ogni etnia, ceto e razza, sono pronti ad aggredire donne immensamente superiori a loro. Troppi gli uomini capaci solo di spezzar i sogni di chi hanno accanto o diminuirne i meriti. L’esempio di Matilde e di milioni di altre donne non riescono a fermare nemmeno ai nostri giorni femminicidi,violenze, stupri e oppressioni.

Non sono più leggende medioevali ma eterna vergogna.


Bibliografia e sitografia:

Leggende di terra parmense –Ariozzi

Matilde di Canossa-Tondelli

Matilde di Canossa-Santini 



wikipedia-chiesa di Santa Maria Assunta

12 agosto 2016

A RONCHI DI CREDAROLA, TRA RUDERI E CASE DI SASSI CORRE LA TRAGICA STORIA DELL’AEREO PRECIPITATO SUL MONTE


di Paolo Panni





Se Ca’ Scapini, per le leggende e le dicerie che la riguardano è ormai ampiamente considerata la “ghost town” dell’Appennino Emiliano, ad una manciata di chilometri dal borgo esiste un altro modestissimo villaggio (molto più piccolo) che può, a sua volta, essere considerato una piccola “ghost town”. 

Il luogo in questione, situato nel vasto comune di Bardi, é Ronchi di Credarola, altra borgata da decenni completamente abbandonata, con le poche case ridotte ormai a ruderi. Della borgata era tra l’altro originario Giuseppe Spinetti, che ad inizio Novecento lasciò il paese natale per il Galles dove nacque il figlio Victor, attore molto conosciuto in Gran Bretagna (recitò anche con i mitici Beatles), scomparso nel 2012. La sua vicenda storica è analoga a quella di tutte le località abbandonate dei dintorni ma è arricchita da un importante, tragico episodio storico, di cui si parla anche sul portale valcenoweb.it. Infatti nella notte tra il 24 e il 25 novembre 1943 gli abitanti di Banzuolo, Porelli (altri due borghi a due passi da Ronchi) e di Ronchi (che, all’epoca, aveva ancora diversi residenti) furono svegliati di soprassalto da un boato. 

Infatti un velivolo militare andò a schiantarsi, probabilmente a causa del temporale che quella notte infieriva sull’Appennino, contro il monte Ronchi. Dell’episodio parla ampiamente Domenico Rossi in un capitolo del suo libro <Credarola: la mia parrocchia>. L’aereo in questione era un Wellington XLM 329, appartenente alla 37esima squadriglia di bombardieri della base britannica di Djedeida (Africa Settentrionale). La squadriglia, come si può leggere anche sul sito valcenoweb, il 24 novembre alle 19.30, decollò per un’incursione notturna su Torino. L’equipaggio era formato da sei membri. Il capitano pilota, P.V. Taffe, neozelandese, il secondo pilota H.W. Fitch, canadese, il navigatore C.H. Wheasley, canadese ed i mitraglieri D.N. Crocker, J. Sheldon, W.G. Holmes, britannici. Erano tutti giovani in età compresa tra i 21 e i 28 anni. L’aereo portava un carico di 44 bombe incendiarie ed un pieno di 4000 litri di carburante. A causa delle pessime condizioni climatiche alcuni aerei ritornarono alla base, abbandonando la missione. Il Wellington, poco dopo la partenza, perdette invece il contatto radio con la base ed il resto della squadriglia, forse per un’avaria della radio trasmittente, ma nonostante questo, continuò la missione. Il rapporto canadese del giorno definisce quest’aereo scomparso per avverse condizioni climatiche o per azione bellica nemica. Dalle testimonianze oculari che lo definirono in fiamme, si potrebbe ipotizzare che venne colpito dalla contraerea e che non riuscì a scaricare su Torino il suo carico micidiale di ordigni: fatto, questo, dimostrato poi dalle numerose bombe che erano rimaste sparse sul Monte Ronchi dopo lo schianto. 

All’alba del 25 novembre da tutta la zona partirono numerosi curiosi verso la cima del monte, ma la popolazione fu profondamente turbata dallo spettacolo di tutti quei corpi straziati trovati tra i rottami. Giunsero anche i militi repubblichini con il Segretario Berni. Il dottor Liborio Schittone (ufficiale medico del comune), come si legge ancora su valcenoweb e nel libro di Domenico Rossi, propose di seppellire subito i caduti, ma il Sig. Berni decise che questi giovani, ieri nemici ed oggi esseri umani defunti, dovevano avere una dignitosa sepoltura. Dopo la messa celebrata nella chiesa di Credarola dal parroco Don Dorino Ferrari, le sei salme furono sepolte nel cimitero di Credarola. Nel dicembre del 1945 i militari canadesi addetti al recupero delle salme dei loro connazionali dispersi, giunsero a Credarola, disseppellirono le salme dei loro aviatori e le trasportarono nel cimitero militare alleato a Milano.

Sul posto della tragedia rimangono oggi i ricordi, quelli dei più anziani. “Io – racconta una anziana signora incontrata casualmente a Porelli – all’epoca non ero che una bambina. Ricordo il temporale di quella notte e il boato che ci svegliò tutti. Fu davvero una tragedia”. Lei stessa, insieme a un po’ tutti i residenti, non appena si fece giorno, si recò sul posto e lo spettacolo che si trovò di fronte fu ovviamente raccapricciante. “Ricordo – si limita a dire – che c’erano pezzi di aereo sparsi un po’ ovunque e, purtroppo, i corpi senza vita degli occupanti. Uno di loro era rimasto impigliato tra le fronde di un albero”. Si vede che la donna non vuole andare oltre, perché quando si insiste con le domande si trincera dietro al fatto che all’epoca non era che una bambina ed essendo passati tanti anni ricorda poco. Ma i suoi occhi fanno chiaramente capire che si tratta di una pagina dolorosa, che non intende rievocare troppo. Ricorda però, questo sì, che nei tempi successivi, insieme agli amici, andava sui luoghi della disgrazia a cercare i pezzi d’aereo perché quello, per loro, era chiaramente un gioco.

Chiedendo in giro, anche nei dintorni, sono invece emerse testimonianze (dirette e indirette) di persone che, frequentando in tempi diversi la zona, hanno riferito di aver visto luci e bagliori improvvisi notturni, di aver avvertito strane sensazioni aggirandosi tra i boschi e anche di aver udito, in più occasioni, lamenti. Cosa c’è di vero e cosa di fantasioso? Inutile, come sempre, cercare di dare risposta a questa domanda. Rimane quindi il fatto del luogo che sembra celare misteri e fatti inspiegabili, attorno comunque a una pagina di storia delle Terre Alte da non dimenticare.



FONTI BIBLIOGRAFICHE E SITOGRAFICHE

D.Rossi, “Credarola: la mia parrocchia”



LA FOTO DELL’AEREO E’ TRATTA DAL SITO 




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8 agosto 2016

MISTERI E LEGGENDE AL CASTELLO DI BOFFALORA


di Paolo Panni


Fatti di sangue, truffe, estinzioni di famiglie rimaste senza eredi, leggende rendono affascinante, e ricca di misteri, la storia dell’imponente castello di Boffalora, antico maniero che svetta su un dolce e verde colle, a due passi da Agazzano, in quel lembo di terra piacentina situato tra i torrenti Luretta e Tidone. 

Citato nei documenti più antichi come “Flatus Aurae”, sorse in origine come fortilizio con chiare funzioni militari e difensive; nel corso del tempo quindi subì numerose modifiche che lo portarono a diventare una residenza adatta ad ospitare le famiglie gentilizie che lo abitarono nel corso dei secoli. 

Quello che si può osservare oggi è un poderoso castello, dotato di cinque torri, quattro angolari e una centrale, impreziosito internamente da un ampio cortile delimitato da un loggiato settecentesco e da saloni con soffitti e cassettoni e scalinate con affreschi sulle volte. Anche se, va precisato, essendo di proprietà privata è visibile solo esternamente e, pertanto, non si è in grado di presentare immagini delle parti interne. Inoltre, negli ultimi anni, come si può notare fin da una rapida osservazione, ha subito danni e problemi alle coperture. 

A fronte anche del suo prestigio non si può quindi che auspicare che possa essere recuperato quanto prima e restituito al suo originario splendore, magari aprendolo al pubblico. In questo senso va detto che il caso del suo recupero è finito più volte al centro nientemeno che di discussioni parlamentari e l’attuale proprietario, promotore per altro di importanti e costosi interventi, ha più volte sollecitato l’intervento delle Istituzioni, anche a fronte del fatto che quello in questione è un bene di interesse pubblico. Ma, a quanto pare, ad oggi ben poco si è mosso, purtroppo. 

Tornando alla storia e alle vicende che hanno caratterizzato il castello va evidenziato un primo fatto di sangue, storicamente documentato, avvenuto il 13 luglio 1555 quando, all’interno delle sale poste al primo piano, fu assassinato il proprietario, Girardo Rustici, uomo particolarmente ricco che era entrato in possesso dell’edificio dopo che questo era appartenuto agli Arcelli (che subentrarono a capo del’immobile, per iniziativa dei Visconti, nel XV secolo). Girardo Rustici fu ucciso in seguito a una rapina. 

Nonostante il drammatico fatto di sangue il castello rimase di proprietà della famiglia Rustici ancora per diversi decenni, fino al 1634 quando passò a un Barattieri, marito di Marta Rustici. Appartenne a Gudo Barattieri (ultimo del ramo di Boffalora), e a sua moglie Elisabetta Zanardi Landi, fino al 1671 e quindi, per decisione della Camera Ducale, passò ai conti Bonvini e, da questi, al marchese Francesco Casati e a suo figlio, Bartolomeo. Quest’ultimo si macchiò di reati molto gravi al punto da perdere tutti i beni, compreso il castello, che nel 1716 divenne di proprietà del conte Federico Dal Verme che fece realizzare importanti restauri. Dieci anni più tardi ennesimo cambio di proprietà, col subentro del conte Gaetano Baldini che, a sua volta, fece realizzare importanti lavori. Tra l’altro, nel 1773, quando ancora era di proprietà della famiglia Baldini, il maniero ospitò la duchessa Maria Amalia di Borbone (come si legge ancora oggi in una iscrizione muraria), moglie di Don Ferdinando, durante una sua visita alla vicina Val Tidone. In seguito alla morte dell’ultimo dei Baldini avvenuta nel 1788, il castello passò di nuovo alla Camera Ducale e, quindi, ai nobili fratelli Tredicini che ottennero il titolo di marchesi. Successivamente la proprietà passò a Genesio Scarani, alla famiglia Radini Tedeschi, agli Anguissola Scotti (nel 1950) e alla famiglia Brichetto Orsi. Una serie quindi infinita di passaggi di proprietà, spesso segnati da fatti di sangue ma anche da truffe e da estinzioni di famiglie rimaste senza eredi. 

Da evidenziare che, a pochi passi dal castello, si trova anche una bella chiesa, a tre navate, da tempo inutilizzata, voluta nel 1726 da Gaetano Maria Baldini sulla stessa area in cui, un tempo, sorgeva un precedente oratorio dedicato a San Giuseppe. Particolarità della chiesa, che un tempo ospitava anche le reliquie di San Felice Martire, è il fatto, unico in provincia di Piacenza, di essere caratterizzata, a livello dell’abside, da due altari sovrapposti. 

Alle vicende del castello e della chiesa di Boffalora è quindi legata una leggenda che, da secoli, si tramanda in tutta la zona. E’ quella legata a una giovane del posto, di nome Silvia, orfana di padre. Gli eventi sarebbero avvenuti nel XVII secolo. La ragazza, molto bella, era promessa in sposa al figlio di un mugnaio locale ma, a causa della malattia di una zia di lei, il matrimonio fu rimandato. Silvia doveva infatti accudire la zia e, per un periodo, fu costretta di fatto a rincasare sempre a tarda ora. 

Stando sempre a quanto narra la leggenda, durante uno dei suoi rientri notturni, la ragazza si rese conto di essere inseguita da un lugubre personaggio, pallido al punto da sembrare un fantasma e, in preda al terrore, si rifugiò nella chiesa (evidentemente quella preesistente all’attuale) a pregare, nella speranza che quella “presenza” potesse andarsene. Così fu e, Silvia, per gratitudine, decise di fare voto di castità e di nubilato. Voto che, nel giro di qualche tempo, tuttavia venne meno e la ragazza, in preda al rammarico, cadde in uno strato depressivo e si ammalò. 

Nei dintorni si sparse addirittura la voce che potesse essere in preda alle cosiddette forze del male e, così, si decise di richiedere l’intervento di una vecchia strega del paese, di nome Veronica, esperta nell’uso terapeutico delle erbe. La guaritrice effettuò diversi rituali ed un giorno, per giungere alla completa liberazione dal male, invitò Silvia a indossare veli bianchi (in quanto il bianco è simbolo di purificazione) e a raggiungere la poco distante Fontana dei Quadrelli dove avrebbe dovuto raccogliere erbe che l’avrebbero fatta guarire. Silvia fece quanto le era stato indicato di fare e, proprio mentre era intenta a raccogliere le erbe, si sentì afferrare da braccia forti che la sollevarono e la portarono via. Nelle ore successive, non vedendola rincasare, la madre e il fidanzato iniziarono a cercarla, senza esito. Trovarono soltanto alcuni brandelli dei veli che indossava, impigliati nelle siepi di biancospino. Poco dopo, insieme alle persone che avevano partecipato con loro alle ricerche, videro spalancarsi una delle finestre del maniero e da lì si affacciò, in sembianze spettrali, la povera Silvia che si limitò a salutate tristemente i presenti con un cenno della mano, per poi gettarsi nel fossato del castello. Ancora oggi, secondo la leggenda, il suo spirito si aggirerebbe tra le sale e all’interno del parco del poderoso maniero. Parlando con diversi residenti della zona, non è mancato chi ha riferito di aver udito lamenti e visto strane luci, attorno al castello, anche in tempi relativamente recenti, così come c’è chi riferisce di aver ricevuto testimonianze in tal senso da familiari e conoscenti. 

Realtà o semplice fantasia? E’ questa la domanda finale che, come sempre, ci si pone, consapevoli di non poter dare alcuna risposta definitiva o, comunque, capace di “accontentare” tutti. Resta pertanto il mistero, di quello che nel tempo si sarebbe udito e visto attorno al castello: riguardante la “presenza” di Silvia o forse relativo al drammatico omicidio del 1555? 



FONTI BIBLIOGRAFICHE E SITOGRAFICHE

P.Cerri, G.Dadati, B.Tagliaferri – “Piacenza Misterios, guida ai castelli infestati, alle vicende inspiegabili e agli altri enigmi del territorio”, Edizioni Officine Gutenberg, 2015.

C.Artocchini, “Castelli Piacentini”, Edizioni Tep Piacenza, 1983

L.Cafferini, “Guida turistica Piacenza e la sua provincia””, Nuova Litoeffe, 2012.





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A.

23 luglio 2016

“BOLOGNA MERAVIGLIOSA” – ANCHE MISTERI E LEGGENDE TRA LE STORIE ILLUSTRATE DA CRISTINA ORLANDI


di Paolo Panni




E’ uscito di recente il libro “Bologna Meravigliosa – storie della città felsinea”, pubblicato dalle Edizioni della Sera, scritto da Cristina Orlandi, bolognese doc, che del capoluogo emilianoronagolo conosce angoli e segreti, aneddoti e vicende, misteri e particolarità. L’incontro con l’autrice è stato anche l’occasione per “scavare” anche tra le pagine del suo libro e per far emergere i misteri di cui tratta. 

"Bologna Meravigliosa" è il titolo del tuo libro: possiamo aggiungere anche "Bologna Misteriosa"? Perchè?

Ciao, 
Innanzitutto, grazie per il pensiero di dedicare un po' di spazio al mio libro sul vostro sito.
Certo, si potrebbe tranquillamente aggiungere "Misteriosa" come aggettivo per definire la mia città, per una serie di motivi:
Innanzitutto, Bologna ha origini antichissime, la sua fondazione risale addirittura all'epoca etrusca.
Più volte distrutta e ricostruita nel corso dei secoli è passata attraverso diversi domini, come etruschi, romani, barbari (i galli Boi, che cambiarono il nome da Felsina a Bononia), lo Stato Pontificio, Napoleone. Bologna fu anche libero comune, e questo significò essere teatro di vari scontri, guerre e battaglie. 
Un passato così antico e turbolento significa reperti, macerie, che spesso rivelano qualcosa di misterioso e inquietante. Una suppellettile, anche non necessariamente bellica, se molto antica, racchiude in sè mistero. Intendo dire: al ritrovamento di un qualsiasi reperto viene spontaneo domandarsi e cercare di scoprire a chi potrebbe essere appartenuto, a cosa servisse esattamente. 
In alcuni luoghi, poi, durante la ricostruzione post-bellica della II guerra mondiale, sono stati ritrovati scheletri e resti mummificati, che probabilmente risalgono a epoca medievale. Il "probabilmente" incuriosisce, inquieta. È un mistero, uno dei tanti. 
Inoltre, la struttura a "ragnatela" delle vie del centro storico contribuisce non poco a rendere Bologna misteriosa.
Senza contare il fatto che Bologna è la città che vanta il maggior numero di portici nel mondo. 
I portici offrono i vantaggi di riparare dalle intemperie e fare ombra d'estate, e soprattutto di nascondere.
John Grisham scelse Bologna come teatro per l'unico dei suoi romanzi ambientato in Italia perché, per sua stessa definizione "E' la città ideale per nascondersi".

Domanda d'obbligo: perchè "meravigliosa"?

Premetto di non avere scelto io il titolo: il libro fa parte di un progetto editoriale della Casa Editrice "Edizioni della Sera"
Il link riporta alla collana "Radici", vale a dire al progetto a proposito delle guide emozionali sulle principali città italiane.
"Meravigliosa" perché si tratta di una guida emozionale, cioè di un percorso di emozioni legati ai luoghi. 
Indispensabile era quindi conoscere non solo la città e la sua storia, ma anche i modi di dire e di vivere, la cultura, le tradizioni popolari. 
Ad ogni luogo, o tradizione, o curiosità è abbinato un racconto. Alcuni autobiografici, altri inventati,
altri ancora sono ricordi di famiglia. 
Il libro non è propriamente una guida turistica, anche se può essere così utilizzata perché parla di luoghi; piuttosto, è un souvenir, un album di ricordi, di curiosità, di tradizioni.

Tra i luoghi misteriosi indicati nel tuo libro c'è il santuario di Santa Maria di Zena, noto anche come "Santuario del Monte delle Formiche". Parlaci di questo luogo e dei suoi misteri.

Si tratta di un santuario dedicato alla Beata Vergine, situato su un monte nei pressi di Loiano, località dell'Appennino bolognese. 
È conosciuto come "Santuario del Monte delle Formiche" perché nel mese di settembre le formiche alate arrivano al Santuario a sciami, e poi cadono a terra inerti. Pare un fenomeno soprannaturale, intenso e solenne. Ci sono leggende popolari che raccontano di come le formiche rendano l'estremo omaggio all'altare della Beata, per morire subito dopo.

Del Portico delle 3 frecce invece cosa puoi dirci?

Si tratta di un portico ligneo, situato nel punto in cui Strada Maggiore, una delle vie che si diramano dalle Due Torri, incontra Palazzo Isolani. Sotto la volta del portico si trovano tre frecce conficcate nel legno. 
Attorno a quelle frecce sono nate varie leggende: c'è chi racconta che rappresentavano, all'epoca dei Liberi Comuni, i simboli del potere cittadino: la Chiesa, il Senato Massonico, il Partito. 
Poi ci sono diverse, leggendarie versioni che narrano di regolamenti di conti, spedizioni punitive, vendette, tutte terminate con il mancato bersaglio da parte degli arcieri che mandarono, per l'appunto, le frecce a conficcarsi sotto la volta del portico. 
Di queste leggende, la più curiosa é quella che vede gli arcieri sbagliare mira perché distratti dalla visione di una donna bellissima, che si affacciò nuda ad una delle finestre. Era la donna stessa il bersaglio, che doveva essere punita in quanto adultera? O era la moglie di un nobile, oggetto di regolamento di conti, che salvò il marito da morte certa, facendo sì che i sicari sbagliassero mira, distratti dalla sua bellezza? 
Oppure il portico, in quel punto, fu teatro di un turbolento duello a colpi di freccia? 

Da bolognese e da scrittrice quali sono i misteri che più ti affascinano della città e della sua provincia?

Sicuramente mi affascinano i colli, primo fra tutti quello con il Santuario della B. V. di San Luca. 
La strada che conduce vanta il portico più lungo del mondo, collegato direttamente con lo Stadio. Più di tre chilometri di portico, in salita, con quattrorocentonovantotto gradini. È il numero degli archi a inquietare: 666! 
Perché la strada che conduce a un luogo sacro ha un numero di archi da poter essere definito come "diabolico"?
E perché durante le processioni della Beata, che si tengono 2 volte l'anno, piove sempre? 
I colli attorno a Bologna, 10, con le loro suggestive vedute panoramiche, paiono avvolgere la città di mistero, di ombra. Chi può sapere cosa succederebbe a chi, malauguratamente, dovesse cadere da uno strapiombo? Erba alta, alberi, silenzio, ville circondate da mura. 
Poi ci sono le torri. 
Penso che qualsiasi romanziere finisca fatalmente per essere attratto dalle torri, da sempre indicate per antonomasia come teatro di drammi, prigionie, lacrime e salvataggi. Poco importa che a Bologna, in realtà, le torri, in epoca medievale, venissero costruite dalle famiglie più influenti come simbolo di potere e prestigio. 
Una torre è sempre una torre, qualcosa deve essere successo per forza, dietro quelle spesse e anguste mura, illuminate a fatica da finestrelle minuscole.