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20 aprile 2018

POLESINE – IL MISTERO DEI DUE VESCOVI DI SANTA CROCE


di Paolo Panni






Che in un borgo che, nella sua storia, non ha mai superato le poche centinaia di abitanti possano nascere, in tre secoli, due vescovi, è già un fatto più straordinario che singolare. Che i due vadano a poi a reggere la stessa diocesi, a quasi 800 chilometri di distanza, prima di essere entrambi trasferiti in sedi più prestigiose, è una coincidenza che ha dell’incredibile, se non del soprannaturale. 

Il borgo in questione è Santa Croce, minuscola frazione del Comune di Polesine prima, e di quello di Polesine Zibello poi. I due prelati in questione sono invece Lazzaro Caraffini e Alberto Costa, nati per altro in due abitazioni poste e non più di trecento metri l’una dall’altra lungo la stessa direttrice, quella che collega Polesine e Zibello. 

Il primo, Lazzaro Caraffini, nato a Santa Croce il 16 giugno 1594, dopo una brillante carriera sacerdotale, fu eletto vescovo di Melfi e Rapolla (località della provincia di Potenza) nel 1622, per poi essere trasferito a Como nel 1626, reggendo quindi per poco più di tre anni la diocesi lucana. 

Il secondo, Alberto Costa, nato a Santa Croce il 15 marzo 1873, fu eletto vescovo di Melfi e Rapolla nel 1912. Alla sua diocesi, nel 1924, la Santa sede unì anche la città di Venosa, patria di Orazio. In terra lucana rimase molto più del suo predecessore, fino al 1928 quando fu trasferito a reggere la diocesi di Lecce, dove morì nel 1950. 

Senza addentrarsi eccessivamente nella storia, importante, dei due presuli, val comunque la pena di ricordare che monsignor Caraffini, nato nella villa di famiglia che sorge a due passi dalla chiesa parrocchiale (villa sapientemente restaurata e recuperata alcuni anni fa dall’avvocato italoamericano Giuseppe Tomasetti) e che probabilmente utilizzava anche durante i periodi di vacanza, ricoprì varie dignità nella Chiesa cremonese e, dopo il breve episcopato nel Mezzogiorno, succedette, a Como, sulla cattedra episcopale che fino ad allora era stata del fanatico persecutore di eretici Desiderio Scaglia. L’episcopato di monsignor Caraffini segnò pagine gloriose nella storia della Chiesa lariana, eresse ventidue nuove parrocchie e consacrò quattordici chiese. Stimato e venerato dal suo popolo per la vasta dottrina e le grandi opere di carità e bontà realizzate morì all’età di 75 anni e venne sepolto nella cattedrale di Como. 

Passando a monsignor Costa, questi ricoprì importanti incarichi nella diocesi di Fidenza prima di essere inviato, come vescovo, a Melfi e Rapolla e, successivamente a Lecce. In entrambe le diocesi si distinse per la profonda fede e la grande bontà d’animo occupandosi non solo di problematiche religiose ma anche di temi legati all’economia, al lavoro e al sociale. Il pontefice Pio XI, nel suo venticinquesimo di episcopato, lo annoverò, nel 1937, fra i vescovi assistenti al Soglio Pontificio creandolo inoltre nobile e conte palatino. Ebbe anche onorificenze dal Governo italiano per le benemerenze acquisite nell’adempimento della sua missione pastorale. Il periodo più difficile per lui fu quello della seconda guerra mondiale, al quale giunse per altro già con problemi di salute che, tuttavia, non gli impedirono di prodigarsi per la sua gente. Morì il 2 agosto 1950 e fu sepolto nella cattedrale della “sua” Lecce. 

Notizie storiche a parte, resta l’interrogativo su questa incredibile coincidenza storica di due vescovi nati a tre secoli di distanza nello stesso, minuscolo borgo, che hanno iniziato il ministero episcopale nella medesima città, nella stessa cattedrale, a quasi 800 chilometri di distanza dalla terra natale. 

Per un credente, forse, verrebbe fin troppo facile dire che tutto questo dipende dall’azione dello Spirito Santo, le cui vie sono inaccessibile e imperscrutabili. Ma un agnostico, un non credente, o un semplice dubbioso, come può motivare tutto questo? Semplice coincidenza? Pura casualità? Oppure chissà, attraverso i secoli, un invisibile filo snodatosi attraverso i percorsi della mistica e del soprannaturale ha unito, attraverso le figure di due vescovi, le terre del Grande fiume a quelle della lontana Lucania? 







FONTI BIBLIOGRAFICHE E SITOGRAFICHE 

D.Soresina – Enciclopedia Diocesana Fidentina- vol! “I Personaggi”, Tipografia La Commerciale Fidenza 1961 

Diocesimelfi.it 

It.wikipedia.org 

Diocesilecce.org 

Loradelsalento.diocesilecce.org 




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26 marzo 2018

DA CHIESA A CARCERE, FINO ALL’ABBANDONO – OTTO SECOLI DI STORIA, E MISTERI, NEL CUORE DI PARMA


di Paolo Panni






Nel centro cittadino di Parma uno straordinario monumento gotico che, in otto secoli, ne ha viste davvero, di cotte e di crude. Nata come chiesa, poi violata dalle truppe napoleoniche divenendo addirittura carcere, per poi finire nell’abbandono. Quella di San Francesco del Prato è una delle primissime chiese francescane del Nord Italia, costruita solo pochi decenni dopo la morte di San Francesco d’Assisi. Il Poverello, come noto, morì nel 1126 e l’avvio dei lavori per la costruzione di questa grane chiesa avvenne, stando alle cronache, nel 1248 circa. 

Il tutto grazie alla generosità e alla devozione dei parmigiani che, a suon di offerte, arrivarono a permettere la realizzazione di questo edificio, più grande anche del vicino Duomo. Ci fu, proprio nel periodo della sua erezione, una sorta di competizione edilizia tra congregazioni ed ordini ecclesiastici, con la costruzione dei  conventi di San Luca degli Eremitani, nel 1227, di San Pietro Martire dei Domenicani nel 1245, di San Domenico, di San Giovanni Battista e del monastero dei Servi di Maria. 

E’ noto che nella progettazione di questi luoghi, tanto più quelli di carattere gotico, niente è lasciato al caso, né la scelta dei caratteri e degli stili estetici né men che meno la localizzazione. Partendo proprio da questa ultima è facile notare, carte geografiche dell’epoca alla mano, come unendo questa chiesa agli altri e principali monasteri di quel periodo si formi un perfetto rettangolo aureo. Un legame profondo, e misterioso, anche col Battistero (uno dei principali monumenti cittadini). 

Infatti partendo dall’affresco dedicato a San Francesco situato nel Battistero, attraversando il Battistero stesso e prolungando una linea immaginaria verso l’esterno si arriva esattamente, guarda caso, all’ingresso della grande chiesa di San Francesco del Prato, realizzata su un’area (un prato) in cui fin dall’epoca longobarda si realizzavano mercati, fiere e feste cittadine. 



Non mancano i misteri nemmeno a carico del grande rosone centrale, che impreziosisce la facciata, opera di Alberto da Verona che lo realizzò nel 1461 . Il suo diametro, escludendo la cornice in cotto, è di 3 metri e 27 centimetri: esattamente la misura di una pertica di terreno parmigiana. Sono inoltre sedici i raggi che lo compongono. Un numero, il sedici, che non può certo passare inosservato e che per gli occultisti medievali significa rappresentare la dimora del Creatore. Sedici è considerato un numero ambivalente, simbolo delle avversità, che possono essere benefiche quando portano ad un cambiamento costruttivo, ma anche negative quando portano l’individuo alla caduta verso la distruzione. 

La riduzione del sedici lo mette anche in rapporto con il numero Sette (16 = 1+6 = 7) e dunque con la perfezione. Come prodotto invece della moltiplicazione del numero Quattro per se stesso (16 = 4 x 4) rappresenta la cifra della realtà concreta e della terra. Può portare al pericolo di un accestivo attaccamento e radicamento. In questo caso il numero sedici incarna l’orgoglio, le prove della vita, la formazione attraverso gli insuccessi e le disillusioni. Altro significato è quello del  potere materiale. È considerato il numero finale dell’emanazione, e secondo Abellio, rappresenta l’Incarnazione completa. Per R.Allendy, invece, questo numero simboleggia  “il ruolo del Karma 6 nell’unità cosmica 10. Questo ruolo consiste in creare una corrente di evoluzione (1+ 6= 7) ma verso due direzioni opposte, così che, di per sè, il numero pari a 16, è incapace scegliere”. Come prodotto di 2 per 8, è l’evoluzione positiva che conduce alla liberazione karmica, o l’evoluzione negativa che porta a una sequenza crescente nei cicli naturali. 

 Va anche ricordato, e le numerose tombe che oggi si possono chiaramente notare sulla pavimentazione ne è la chiarissima conferma, che la chiesa di San Francesco fu anche scelta come  ultima dimora delle maggiori famiglie parmigiane: vi furono infatti sepolti esponenti dei Rossi, dei Sanvitale, dei Terzi degli Arcimboldi, dei Meli Lupi e degli Aldighieri (la famiglia cui apparteneva anche Dante Alighieri). Con cura e attenzione si è scelto anche l’orientamento del sacro edificio. Infatti dal rosone entrano i raggi del tramonto del solstizio d'estate, mentre l'abside “punta” la luce dell'alba del solstizio d'inverno. Orientata quindi per accogliere le stagioni dell'anno, e costruita come numerose chiese gotiche per parlare la lingua della mistica, ma anche dell’occulto. 

In questo luogo sono anche stati avviati alla vita religiosa francescana personaggi significativi come fra' Salimbene de Adam, uno dei più importanti cronisti e storici del Medioevo, e il beato Giovanni Buralli, Ministro generale dell'Ordine (1247-1257). Fu anche sede di uno Studium Generale dell'Ordine minoritico e tale continuò ad essere anche quando, con la divisione dell'Ordine, rimase ai Frati Minori di tradizione conventuale. Infatti vi insegnò anche il famoso teologo scotista Bartolomeo Mastri da Meldola, il riformatore dell’Accademia degli Imperfetti. Nel periodo in cui fu destinata a carcere vi prestò il proprio apostolato anche il venerabile padre Lino mapuas, molto caro al cuore di tantissimi parmigiani. 

Purtroppo dopo essere stata utilizzata, per secoli, secondo la sua funzione originaria, quindi quella di chiesa, la grande basilica subì, e non poco, i radicali mutamenti della storia. Fu un vero e proprio scempio quello protratto dalle truppe napoleoniche che la depredarono di tutto, a partire dal coro ligneo intarsiato per proseguire con l’organo e tanto altro. In seguito alle soppressioni napoleoniche del 1800 fu quindi trasformata in carcere (e lo rimase fino al 1993) e così vennero rovinati pesantemente, e in larga parte cancellati, i preziosi affresco quattrocenteschi di artisti quali   Jacopo Loschi e Bartolino de’ Grossi: due dei maggiori pittori emiliani del Quattrocento. 


Il suo interno, proprio per crearvi la struttura carceraria, fu pesantemente modificato, con la divisione in piani, settori e la creazione di celle e di una falegnameria. Quest’ultima fu ricavata nella navata centrale. Non fu risparmiato nemmeno il cinquecentesco campanile, divenuto a sua volta sede carceraria. Nelle sue celle venne imprigionato anche Gaetano Bresci, l’anarchico che uccise re Umberto Primo. 

Nel carcere vennero rinchiusi, in tempi diversi, anche il giornalista e scrittore Giovannino Guareschi, Renato Vallanzasca e, negli anni Ottanta del Novecento il terrorista Paolo Ceriani Sebregondi (condannato all'ergastolo per l'omicidio, nel 1978, di Carmine De Rosa, responsabile del servizio di sorveglianza della Fiat di Cassino, e per la strage di Patrica - in Ciociaria - in cui furono ammazzati il giudice Fedele Calvosa e due agenti: l'autista Luciano Rossi, di appena 24 anni e l'agente di scorta Giuseppe Pagliei, di 29), che nel 1980 riuscì ad evadere calandosi dai tetti. 

Nel carcere attiguo alla chiesa, dopo l’8 settembre 1943, vi furono rinchiusi anche   partigiani, ebrei, ex prigionieri alleati e renitenti, uomini e donne prelevati dalle loro case o catturati sui monti e nelle campagne, in attesa che venisse decisa la loro sorte. Il 13 maggio 1944 i bombardieri alleati, durante un’incursione aerea, colpirono un’ala dell’edificio e approfittando della varco che si era aperto nella cinta muraria, numerosi prigionieri riuscirono ad evadere. 

Nell’estate di quello stesso anno vi furono fucilate anche tre guardie carcerarie, vale a dire  Gennaro Capuano, Enrico Marchesano, Giuseppe Patrone, per aver operato clandestinamente in contatto con la Resistenza. La Brigata Nera, dopo averli arrestati, costrinse i loro stessi colleghi a formare il plotone d'esecuzione. Il loro sacrificio è ricordato in una targa posta all’esterno della struttura insieme a quello di Lodovico Freschi, commissario di polizia della Questura di Parma caduto anch’egli per la libertà.

Il carcere rimase attivo sino al 1992 quando fu trasferito in via Burla. Da allora si trova in abbandono, come la chiesa. Un gioiello gotico, quest’ultimo, per il quale si sta ora aprendo una nuova era. E’ stato infatti annunciato il suo prossimo restauro e il suo ritorno alla funzione originaria, quella di luogo di culto. Mentre per la struttura adiacente che ospitava il carcere è prevista la realizzazione di uno studentato. 
Emilia Misteriosa è in grado di presentare ai lettori le immagini sia della chiesa che dell’ex carcere grazie all’apertura avvenuta in occasione della Giornata di Primavera del Fai 2018.








FONTI SITOGRAFICHE




resistenza mappe.it







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