6 giugno 2018

I MISTERI DELL’ANTICO MULINO DI SCIPIONE PONTE: SULLE TRACCE DELL’IMPERATRICE AGELTRUDE


di Paolo Panni

Al confine tra le province di Parma e Piacenza, nel “cuore” del Parco dello Stirone, un luogo ormai dimenticato, ridotto a un rudere, ma con un storia importante alle spalle, accompagnata e arricchita da una serie di singolari misteri. Un mulino dalle origini molto antiche, abbandonato da decenni anni, testimonianza significativa e preziosa della civiltà contadina emiliana. 

Un luogo ben conosciuto a tanti salsesi e fidentini, come dagli abitanti dei territori vicinissimi della Val Ongina e della Val d’Arda. 

Ha sempre avuto, nel tempo, la funzione per la quale era stato costruito, vale a dire quella di mulino e di azienda agricola; è passato attraverso diverse proprietà e al suo interno, in passato, hanno vissuto numerose famiglie. Le mura poderose che ancora oggi, nonostante lo stato di abbandono, lo caratterizzano, rendendolo quasi simile a un fortilizio, ne rimarcano la storia antica e senza dubbio importante. 

Ignota la sua origine, ma è evidente che la stessa getta le radici a qualche secolo fa. Basti considerare che nelle carte del XV secolo viene già raffigurato e indicato come “Molinazzo”. E’ inoltre certo che da qui (allora era chiamato mulino “del Marchesetto”) partiva un canale (all’epoca il torrente Stirone era più alto) denominato “dei tre mulini” che collegava i vicini mulini di San Nicomede e quello di Laurano. Di questi tre mulini si hanno notizie già nel 1136 quando appartenevano al Monastero di San Giovanni che sorgeva nel piazzale in cui si trova anche il duomo di Fidenza. Tra l’altro nei pressi del mulino di Laurano sorgeva un lago in cui purtroppo, anni addietro, perse la vita un bambino. 

In quanto al “Molinazzo”, la sua storia è arricchita da un groviglio affascinante di misteri. Su tutti quello di un’anziana che, in più occasioni, nel tempo, sarebbe improvvisamente comparsa, vestita in abiti ottocenteschi, a persone della zona che si sono trovate ad aggirarsi nei pressi dell’antico, vetusto complesso. Non pochi sono i testimoni che asseriscono di averla incontrata e, cosa non di poco conto, lo affermano anche persone che non si conoscono tra loro (e quindi non potrebbero nemmeno essersi in qualche modo messe d’accordo) descrivendo particolari e dettagli che si accomunano tra loro. 

“Un amico – racconta un conoscente a chi scrive questo reportage – anni fa acquistò il mulino. Nelle sue visite alla proprietà, per ben due volte gli apparve una donna anziana in abiti da contadina di altri tempi (sottana lunga e larga, fazzoletto nero sul capo) che apostrofò il malcapitato amico con ‘siur sa vrì?’ (frase dialettale che significa ‘signore cosa volete?’) per poi spariee nell’ombra senza lasciare traccia. Dopo alcuni mesi – prosegue – stessa apparizione, stessa domanda e uguale impossibilità di rintracciare la donna. Sottolineo che l’amico era persona degna di fede, stimato commerciante, consigliere comunale sicuramente non dedito agli alcolici. Nel tempo altri accennarono a una figura con le stesse caratteristiche, vagante fra il mulino e il fiume”. Considerazione questa avvallata proprio da altre testimonianze analoghe di persone, residenti nei dintorni, che asseriscono di aver più volte avvistato, nei pressi del mulino, questa anziana vestita in abiti contadini, verosimilmente ottocenteschi. La donna, dopo fugaci apparizioni, sparirebbe puntualmente nel nulla. 

La vicenda si fa ancora più inquietante grazie alla collaborazione del salsese Giacomo Barbieri un cui zio, circa quarant’anni fa, trovò in passato un quadro raffigurante una vecchia, con un fazzoletto bianco in testa (non nero come invece affermano di vedere coloro che sono stati al centro delle curiose ed inspiegabili “apparizioni”), intenta a tagliare l’erba attorno a quello che potrebbe essere un mulino. Forse il mulino di Scipione Ponte da tutti conosciuto, in zona, come il “Mulinas”? La donna raffigurata è forse la stessa comparsa, in più occasioni e in tempi diversi, a chi si è avvicinato all’edificio? A rendere ancora più curiosa e inquietante la vicenda, il fatto che il quadro sia stato trovato misteriosamente, e fortuitamente, in un campo a ridosso dello Stirone, dal versante del Monte Combu, da uno zio come anticipato, che andava all’epoca alla ricerca di gamberi nel torrente. Un quadro che tuttora si conserva in un’abitazione di famiglia, nei pressi di Salsomaggiore, protetto da una cornice di pregio e accompagnato da tutta una serie di interrogativi: chi lo ha dipinto? Chi e cosa raffigura? Chi lo ha smarrito e come mai era finito proprio in un campo? Forse qualcuno lo aveva piazzato appositamente lì? Diversamente come poteva esserci finito? Infine, chi lo ha realizzato visto che non contiene alcuna firma del suo autore e nessun segno che possa ricondurre allo stesso? Tutte domande che, in quasi mezzo secolo, non hanno mai trovato una risposta. La famiglia che ne è divenuta proprietaria lo ha sempre considerato inquietante, come ammesso dallo stesso Barbieri, ma nessuno se ne è mai voluto disfare, un po’ per paura e un po’ per il timore che possa raffigurare qualche antenato. 

Da tempo, quando si parla del “Mulinas” la gente che lo conosce dice che “in quel luogo ci si sente” a dimostrazione del fatto che i fatti singolari, inquietanti e spesso inspiegabili che lì si sono verificati sono diversi. 

Ma i misteri non si esauriscono qui. E’ infatti lecito supporre che, in qualche modo, almeno nelle sue origini più remote, il luogo faccia parte della serie di mulini (in tutto dovrebbero essere sette) realizzati, nel tratto compreso proprio fra Scipione Ponte e Pozzolo di Bore, fondati dall’imperatrice longobarda Ageltrude. Quest’ultima, figlia del principe Adelchi di Benevento, andò in sposa a Guido III Duca di Spoleto e successivamente imperatore. Sia il marito che il figlio Lamberto II morirono prematuramente (il figlio misteriosamente durante, si dice, una battuta di caccia nei pressi di Marengo), e lei, imperatrice del Sacro Romano Impero dall’891 all’984, passata alla storia anche per il cosiddetto “Sinodo del cadavere” (vale a dire il surreale processo a carico del defunto papa Formoso, che lei aveva in odio ritenendolo traditore dopo che aveva incoronato uno straniero, Arnolfo di Germania, non riconoscendo come imperatore suo figlio Lamberto), passò gli ultimi trent’anni della sua esistenza ritirandosi a vita religiosa, prima nel monastero di Natabene in Camerino e poi in quello di San Nicomede in Fontana Broccola, vale a dire l’attuale Salsomaggiore. 

In pratica fondò, laddove oggi sorge la pieve romanica di San Nicomede (edificio di origine carolingia) il monastero in cui visse dando vita anche ad altre realizzazioni, compresi i già citati sette mulini. Ignota e misteriosa è la fine di Ageltrude. C’è chi sostiene sia stata sepolta proprio nei pressi di San Nicomede mentre una leggenda vuole che sia stata sepolta a Varsi. Sembra anche che sia stata inumata in un sarcofago in oro, mai ritrovato. Realtà o fantasia? Difficile dare una risposta, fatto sta che di lei non si conoscono né la data né le cause della morte e non è mai stato ritrovato il luogo della sua sepoltura. L’ultimo documento che la riguarda è datato 923, si tratta di un atto testamentario dal titolo “Olim Imperatri(s) Deo Devota Ancilla Christi” in cui dispone parte dei suoi beni a favore dell’altare di San Remigio della cattedrale di Parma, accanto al quale si trova la tomba del marito Guido. 

Se quelle antiche mura del “Mulinas” potessero parlare, cosa potrebbero rivelare dell’imperatrice e di tante vicende di cui sono state dirette o indirette testimoni? Chi è la misteriosa e anziana signora che in più occasioni e a più riprese sarebbe comparsa a chi si è aggirato nei pressi del luogo? Cosa e chi rappresenta il misterioso, anonimo quadro trovato, meno di mezzo secolo fa, in zona? 

Tutte domande che ad oggi non trovano una risposta e che rendono affascinante e singolare il groviglio di misteri che si intrecciano attorno a questa antica frontiera longobarda . 



Fonti bibliografiche e sitografiche 



it.wikipedia.org 

“Ageltrude: dal Ducato di Spoleto al cuore del Regno Italico” di Paola Guglelmotti (Reti Medievali, rivista 7, 13, 2 – 201) – Il patrimonio delle Regione: beni del fisco e politica regia tra IX e X secolo” a cura du Tiziana Lazzari, Firenze University Press 

S.Panizza "misteri di parma" volume 2. Tipografia Mattioli 2016






Si ringraziano Giacomo Barbieri, Roberto Mancuso e Stefano Panizza per la fondamentale collaborazione. 

Le foto sono di proprietà dell’autore dell’associazione Emilia Misteriosa; quella del quadro è stata gentilmente concessa da Giacomo Barbieri. L’immagine dell’imperatrice Ageltrude è tratta dal sito culturaitalia.it.

24 maggio 2018

MENTA, IL PICCOLO BORGO SALVATO DALLA MADONNA


di Paolo Panni


“Gli abitanti di Menta Ringraziano la Madonna del Carmine di essere rimasti illesi il 16 luglio 1944 quando la frazione è stata bruciata”. E’ sufficiente leggere un cartello con questi brevi, ma chiari, contenuti posti all’ingresso di un piccolo borgo per decidere di approfondire la visita e cercare di saperne qualcosa in più; per intuire come, ancora una volta, storia e mistero possano intrecciarsi andando a rispolverare pagine del passato e, allo stesso tempo, porre interrogativi su una vicenda dagli aspetti intrisi, appunto, di mistero. 

Il borgo in questione, ai confini del Parmense, è quello di Menta. Un gruppo di case, per altro suggestivo nella sua semplicità, posto a due passi da Santa Maria del Taro, in Comune di Tornolo. Un luogo dove l’aria della montagna, ricca di boschi, è spesso impreziosita dai venti provenienti dal mare. 
La data, 1944, non lascia praticamente dubbi sul fatto che gli accadimenti siano relativi alla seconda guerra mondiale e al periodo successivo all’8 settembre 1943. Periodo in cui era molto attiva, specie sui colli come questi, la lotta partigiana. 

Grazie alla collaborazione di Giacomo Bernardi, storico della vicina Borgo Val di Taro è stato possibile approfondire quanto accaduto in questo angolo di Appennino negli ultimi mesi del secondo conflitto bellico. 

Nel giugno 1944, i partigiani avevano liberato l'intera valle ed era nato il Territorio Libero del Taro. I tedeschi cercarono con diverse puntate di liberare la valle stessa. Tentativi tutti respinti: il 30 giugno battaglia della Manubiola, l'8 luglio, scontro a Grifola. Il 10 luglio nuovo tentativo dei tedeschi che in quella occasione arrivarono da Chiavari, attraverso il Bocco e si fermarono a Santa Maria del Taro. Il giorno dopo avanzarono verso Bedonia, ma a Pelosa caddero in una trappola e lasciando sul terreno 34 morti (7 tra i partigiani). I tedeschi non esitarono a vendicare la dura sconfitta. Catturarono infatti e uccisero numerosi civili a Castagnola, a Casa Strinata, a Pelosa, a Giuncareggio, a Varviaro, a Cerosa Lazzini, a Pianazzo (dove vennero fucilati ben 8 civili). “Nel mio libro ‘1944: quel luglio di sangue’ – spiega lo stesso Giacomo Bernardi - elenco tutti i fatti accaduti. A proposito di Menta, scrivo: ‘In località Menta, dove gli uomini sono tutti fuggiti, restano soltanto le donne, alle quali vengono concessi pochi minuti di tempo per portare fuori dalle abitazioni l’essenziale. Subito dopo viene dato fuoco all'intero villaggio. La squadraccia si porta quindi a Pianazzo dove vengono uccise sette persone’. Quindi in quel luglio vennero uccisi molti civili in varie località di Santa Maria. A Menta i tedeschi non trovarono uomini e quindi non uccisero. Quella lapide – conclude lo storico - credo voglia ricordare quei fatti, ossia che ovunque attorno i tedeschi uccisero, a Menta no. Solo perchè non trovarono uomini”. 

Ecco dunque spiegato il motivo della lapide posta all’ingresso del villaggio di Menta dove non restano segni visibili dell’incendio, ma resta il ricordo, specie nei più anziani. Ricordo dove la storia è quella, chiaramente, della seconda guerra mondiale. Il mistero è quello di una possibile grazia mariana. Da subito, infatti, il fatto che i residenti siano rimasti comunque illesi è stato attribuito a un miracolo della Vergine, al punto da indurli a realizzare un piccolo luogo di culto che, ancora oggi, è particolarmente caro ai pochi abitanti del luogo che ne hanno uno speciale e costante decoro. Oltretutto quello di Menta non è l’unico luogo dell’Emilia in cui, in tempo di guerra, sono accaduti fatti straordinari attribuiti all’intercessione della Vergine. “Scendendo” in pianura basti pensare a quanto accaduto a Zibello dove, un ordigno sganciato sulla centralissima piazza Garibaldi, rimase incredibilmente inesploso e, in questo caso si parlò, da subito, di grazia attribuita alla Madonna di Fatima, in onore della quale, la sera del 13 maggio di ogni anno si organizza una processione e, singolare è il fatto che da allora, il 13 maggio, anche quando al mattino o al pomeriggio le condizioni meteo sono state avverse, in serata le piogge sono sempre cessate. Fatti simili, attribuiti ancora all’intercessione della madonna di Fatima, accaddero anche sulla riva opposta del Grande fiume, a San Daniele Po. 

“Tornando” sui monti, ecco dunque questo fatto accaduto nella piccola Menta, attribuito alla Madonna del Carmine. Un fatto che, tra storia e fede popolare, scetticismo e tanti interrogativi, lascia comunque la vicenda avvolta nel mistero. 

Da evidenziare anche che, nel territorio di Tornolo, la Madonna del Carmine è particolarmente venerata. Lo dimostra l’esistenza, nella frazione di Tarsogno, del Poggio del Carmelo (va ricordato che la festa liturgica della Beata Vergine del Monte Carmelo e quella del Carmine sono la stessa cosa) a due passi dal quale sorge l’imponente santuario dedicato proprio alla Beata Vergine del Carmelo, realizzato nel 1833. Inoltre, in località Villa Berni, sorge una cappella dedicata alla Beata Vergine del Carmelo, datata 1836. 

Per quanto riguarda il borgo di Menta, va anche aggiunto, per chi si dovesse recare a visitare il luogo, che a pochi minuti di cammino, addentrandosi nel bosco, è possibile giungere al villaggio fantasma di Varviaro, paese rimasto completamente privo di abitanti da ormai diversi decenni. Non ci sono misteri particolari legati a questa località perduta, se non quello suggestivo e singolare dato dal silenzio profondo che regna tra i resti delle case in pietra, oggi avvolte e divorate dal bosco. 






FONTI BIBLIOGRAFICHE E SITOGRAFICHE 

“Il Museo dell’Emigrante. Tarsogno”, Edizioni Edicta 2006 



LE FOTO SONO DI PROPRIETA’ DELL’AUTORE E DELL’ASSOCIAZIONE EMILIA MISTERIOSA. PER UN LORO UTILIZZO E’ SUFFICIENTE CITARE LA FONTE 

SI RINGRAZIANO LO STORICO GIACOMO BERNARDI E L’AMICO ROBERTO SPAGNOLI PER LA PREZIOSA COLLABORAZIONE 

17 maggio 2018

La Madonnina sul vetro


di Roberto Mancuso


Dopo la seconda guerra mondiale gli uomini e le donne del mondo ricostruirono i loro paesi e fecero molti progressi in tutte le scienze, riuscirono persino ad arrivare sulla Luna, però rimanevano sempre i soliti cialtroni attaccabrighe di sempre e a stento si riuscì ad evitare una terza grande distruzione. 



La Madonnina non cessava di stupirsi nel guardare dal cielo tanta gente che ancora non si era stancata dal fare a botte, e visto che Lei non può scendere dal cielo per tirar scopoloni a destra e a sinistra, e non può apostrofare gli uomini come meritano, perché non sarebbe linguaggio da signora, decise comunque di dire la sua a modo suo, apparendo in un sacco di posti. 

In quegli anni apparve infatti in Germania, in Egitto, in Francia, in Slovacchia e in tanti altre zone. Dalle parti di Piacenza, guarda caso proprio vicino ad un aeroporto militare, apparve persino in cima a un pero. Gli uomini guardavano a queste apparizioni, si stupivano, e per un attimo pensavano che non esistessero solo le atomiche, ma qualcosa di più bello, e questo la Madonnina lo considerava già un successo. 

Molti però non credevano che apparisse davvero, e forse avevano ragione, forse era solo il desiderio di vederla che la faceva apparire, oppure, a volte, qualche buontempone giocava una burla. 

Fu nel clima di quegli anni che accadde il fatto. 

Un bel giorno su una finestra della scuola elementare di Contignaco, quella al primo piano, quella con il balconcino da cui si vedono i bambini arrivare da casa ed entrare in classe, apparve dal nulla una figurina dai contorni sfumati. 

Era una signora con un bel mantello azzurro e il mondo tra le mani e molti pensarono di riconoscere in quella figura proprio la Madonnina. 

Si diffuse la notizia e iniziarono i pellegrinaggi. Alcuni gridarono” Miracolo” altri scossero la testa pensando “ma come si fa’ a credere a ‘ste cose”. 

Furono comunque in molti a visitare la vecchia scuola, chi per devozione, chi per curiosità e vennero anche da molto lontano per guardare la Madonnina sul vetro. Chiedevano spiegazioni alla maestra che per prima si era accorta dell’apparizione, e lei raccontava che tutto era accaduto mentre sulla strada stava passando la processione della Madonna Pellegrina. I devoti si erano fermati a pregare proprio davanti alla scuola, sicuramente per far dispetto alla maestra che a ‘ste cose da chiesa non credeva. Per la rabbia la maestra aveva chiuso con forza le finestre, facendo rompere tutti i vetri. Tutti i vetri andarono in frantumi tranne uno, su cui apparve dal nulla una figurina che sembrava proprio essere una Madonnina. Dalla processione si staccarono alcune persone, che sentendo il rumore di vetri rotti, entrarono nell’edificio per vedere cosa era accaduto, e anche loro videro quella figurina, e parve anche a loro che quella 

fosse la Madonnina. Fu così che si iniziò a dire che a Contignaco era accaduto il Miracolo della Madonnina sul vetro. 

Venne anche un parroco a cui il futuro avrebbe riservato un mare di soddisfazioni e responsabilità. Quel giorno a qualcuno parve di sentirgli dire” mo’ adesso i miracoli succedono a casa dei comunisti!”. Non è certo che disse proprio cosi, ma se lo fece lo disse con un bell’accento emiliano che fa allargare un sorriso in chi ascolta. 

Ci fu chi provò a dare spiegazioni; sarà stato un fulmine, sarà un difetto del vetro, forse un’illusione, oppure chissà! 

Molti tentarono di spiegare il fenomeno ma a nessuno venne in mente la cosa più ovvia, la più semplice, quella di cui non c’era nulla dia stupirsi: in quale altro posto può essere più felice la Madonnina, se non in mezzo ai bambini? 

Oggi i bambini non vanno più in quella scuola, la maestra non c’è più, né i libri, né gli scherzi e l’allegria di un pugno di ragazzini, non c’è più niente, tranne il silenzio di un edificio chiuso da anni. 

È chiusa anche la finestra della Madonnina e nessuno passa più a trovarla, scettici o devoti che siano, ma chissà se Lei è ancora lì, oppure se ha trovato un'altra finestra da cui poter guardare i bimbi del mondo. 

Se poi qualcuno pensasse che questa storia me la sono inventata ,potrà ricredersi leggendo “il Candido” del gennaio 1955. Giovannino Guareschi fondò nel 1945 il settimanale satirico “Candido” che diresse fino al 1957. Le rubriche del giornale avevano come bersaglio i comunisti e divennero in breve tempo molto popolari. Una di quelle rubriche era costituita dai racconti di Mondo Piccolo che narravano le liti tra il parroco Don Camillo e il sindaco comunista Peppone. Guareschi lasciò forzatamente il giornale dal maggio del ‘54 al luglio del ‘55, mesi che trascorse nel carcere di Parma perché condannato per vilipendio al Capo dello Stato. Durante questo periodo, precisamente nel gennaio del ‘55, la rubrica “Storie vere del Mondo Piccolo “non raccontò di Don Camillo e Peppone, ma del futuro cardinale Don Ersilio Tonini, a quel tempo giovane parroco di Salsomaggiore Terme, e della Mariola, maestra comunista di Contignaco, una piccola frazione della cittadina termale. 

L’episodio riportato dal “Candido” è firmato da Antonio de Carlo e riesce ancora a trasportare con ironia e intelligenza al clima di quegli anni, riportando alla memoria un evento veramente accaduto, che passò alla storia come il miracolo sul vetro. Che fosse miracolo o illusione io non lo so di certo, ricordo però i pellegrini, che almeno dieci anni dopo il fatto, passavano ancora davanti a casa mia, chiedendo indicazioni per raggiungere la piccola scuola di campagna, quella del miracolo. Spero che un giorno, meglio se fosse oggi, la Madonnina possa riapparire su altri vetri, quelli dei computer da cui si lanciano i missili che non sono mai intelligenti, oppure si decidesse a dar scopoloni,ma belli forti ,che noi umani abbiamo la testa dura e fatichiamo a capire.

10 maggio 2018

NELLE TERRE DEI PALLAVICINO, SULLE TRACCE DEL SANTO GRAAL


di Paolo Panni


Tracce del leggendario Santo Graal nella Bassa Emiliana tra le province di Parma e Piacenza? Una domanda ricca di fascino, di certo sufficiente,da sola, a stuzzicare la curiosità dei lettori invogliandoli ad andare oltre, per scoprirne di più. Un interrogativo che potrebbe anche essere definito irriverente o irreale, d’interesse per chi è sempre alla ricerca di nuovi misteri ma, allo stesso tempo, non lo si nega, capace di far sorridere gli storici. 



Allora, lo si evidenzia subito, nessuno sta ipotizzando, neppure lontanamente, che il Santo Graal sia finito, anche solo di “passaggio”, nella pianura emiliana. Ci sono tuttavia alcuni aspetti tanto misteriosi, quanto curiosi, che non possono passare inosservati e che lasciano aperti alcuni interrogativi, anche affascinanti. 

Ci sarebbe da aprire, innanzitutto, un’ampia parentesi sul Graal e qui va premesso che, a conti fatti, ad oggi, nessuno sa realmente che cosa sia, se è qualcosa di semplicemente leggendario o se è accompagnato da qualche verità storica e, ancora di più, nessuno sa dove si trovi. Basta una rapidissima ricerca sul web per trovare una serie di luoghi, in Italia e nel mondo, accreditati come possibili custodi del Graal. Tutte ipotesi, più o meno fondate, più o meno sostenute da vicende storiche, ma pur sempre ipotesi. 

Già la domanda “che cos’è il Graal?” sarebbe sufficiente a richiedere pagine e pagine di scritti, che risparmiamo ai lettori limitandoci a un brevissimo sunto. La teoria, da sempre, più accreditata vuole che si tratti della coppa, oppure del piatto o del vaso, utilizzata da Gesù durante l’Ultima Cena e nella quale Giuseppe d’Arimatea raccolse il sangue di Cristo durante la crocifissione. Questa, appunto, l’ipotesi più quotata, ma non certo la sola. C’è chi sostiene che il Graal non sia altro che la Sindone custodita, come noto, a Torino; ma c’è anche chi ritiene sia il simbolo della discendenza di Gesù. Ipotesi, questa, sostenuta da chi ritiene che Maria Maddalena fosse la moglie di Gesù, dal quale avrebbe avuto un figlio e, dopo il martirio di Cristo sarebbe fuggita in Normandia dando vita alla dinastia dei merovingi. Un oggetto, quindi, molto legato, comunque, al cristianesimo. Ma è altrettanto vero che c’è chi sostiene che sia divenuto un simbolo cristiano, pur avendo tuttavia origini molto più antiche, originate per altro da leggende di diverse culture. Altri sostengono che sarebbe una pietra preziosissima, probabilmente caduta dal cielo, dai poteri straordinari, addirittura capace di donare l’immortalità. 

Nel tempo il Graal ha originato numerose suggestioni letterarie e cinematografiche, le tesi si sono moltiplicate, le discussioni anche. 

Fatto sta che,ad oggi, nessuno sa che cosa sia realmente né dove sia finito. Uno dei più grandi, suggestivi e curiosi misteri di sempre. 

Ma cosa centra, fatte queste doverose premesse, la Bassa Emiliana con il leggendario Sacro Graal? Probabilmente, lo abbiamo già anticipato, poco o nulla. Ma alcuni curiosi interrogativi restano e riguardano due chiese pressoché contemporanee, poste a pochi chilometri l’una dall’altra, entrambe fondate dalla nobile famiglia dei Pallavicino che, tra i suoi esponenti, ebbe anche appassionati e cultori di leggende e vantò nientemeno che un cavaliere templare, Guido Pallavicino, sepolto nell’antica Abbazia cistercense di San Bernardo, a Fontevivo. Ed è noto che, spesso e volentieri, la vicenda del Graal viene associata a quella dei cavalieri Templari. 

Le due chiese in questione sono l’Insigne chiesa collegiata di san Bartolomeo Apostolo in Busseto e la Basilica di Santa Maria delle Grazie e San Lorenzo in Cortemaggiore. La prima, quella di Busseto, riedificata tra il 1437 ed il 1450(all’epoca di Orlando Pallavicino il Magnifico) in luogo della precedente (documentata come più piccola) fondata nel 1336 da Uberto V Pallavicino. La seconda, quella di Cortemaggiore, iniziata nel 1481 per volere di Gian Lodovico e Rolando II Pallavicino. Quindi pressoché contemporanee, distanti appena 12 chilometri l’una dall’altra. Entrambe caratterizzate dalla presenza di raffigurazioni del Preziosissimo Sangue: a Busseto una tavola dipinta e a Cortemaggiore un affresco. In ambedue i casi il Cristo viene raffigurato in posizione eretta mentre dal suo corpo si sprigiona il sangue che finisce in un calice posto ai suoi piedi. Calice semplicemente dipinto a Cortemaggiore, mentre a Busseto è fissato sull’antica tavola lignea su cui è dipinto il Cristo ed è impreziosito da una evidente lamina in argento, senza dubbio a voler esaltare questo oggetto. Perché esaltarlo? Un semplice fatto di devozione popolare? Una grazia ricevuta? O ci sono altri motivi per volerlo mettere in evidenza? C’è da dire che la rappresentazione del Preziosissimo Sangue di Gesù Cristo, per un certo periodo della storia, è stata assai in voga. Infatti il sangue versato da Gesù per la salvezza dell’umanità fu oggetto di culto fin dai primo secoli dell’era cristiana, ma la devozione si intensificò a partire dall’XI secolo, specialmente in relazione alla diffusione della leggenda del Sacro Graal. In particolare la devozione verso il Preziosissimo Sangue ebbe una importante diffusione nel Cinquecento, soprattutto nel Nord Italia. Ed è stato nel Cinquecento che il tema è stato dibattuto, teologicamente e iconograficamente. 

Ad oggi è del tutto ignoto l’autore che ha dipinto il Redentore sulla tavola di Busseto. C’è stato chi ha ipotizzato una attribuzione al cremonese Tommaso Aleni, detto il Fadino, ma sembra che questa ipotesi sia da scartare. Ignoto è anche il nome di chi ha inserito la lamina d’argento sul calice. Curioso poi il fatto che la tavola dipinta sia stata posizionata sulla prima colonna di destra, entrando, in chiesa mentre sulla prima colonna di sinistra è raffigurato un affresco della Madonna col Bambino. A Cortemaggiore, l’affresco del Redentore si trova invece sulla pilastrata absidale di destra e, su quella di sinistra, guarda caso, spicca un’altra Madonna col Bambino. E’ solo una coincidenza che, nelle due chiese “pallaviciniane” il Preziosissimo Sangue e la Madonna col Bambino siano stati rappresentati nelle due estremità opposte delle chiese? Oppure un significato nascosto va a collegare le due chiese con le rispettive opere? 

Venendo all’immagine del Preziosissimo Sangue di Busseto, quella appunto dipinta su una tavola, oggi il tutto si presenta molto scuro, il che non favorisce né le attribuzioni né datazioni precise. Da notare il fatto che il Cristo è ricoperto del solo perizoma e porta una mano al petto indicando il cuore infiammato. Sorprende inoltre il fatto che non pochi testi di storia locale, dedicati alla collegiata, non facciano alcun cenno di questa tavola e, men che meno, del calice in argento. Non si è nemmeno a conoscenza della provenienza di questa tavola. E’ stata fatta per la collegiata di San Bartolomeo o proviene da un altro luogo? Domande che, al momento non trovano alcuna risposta. Sulla colonna opposta si trova invece, come già anticipato, una Madonna col Bambino, affresco quattrocentesco di scuola senz’altro lombarda. E’ dipinta nella rappresentazione iconografica della Madonna del Divino Soccorso in cui la Vergine compare con una veste bianca e un manto rosso trapunto di stelle dorate. Sorregge in grembo il Bambino che, come lei, è coronato ed è rappresentato nell’atto di poppare. 

Passando invece al Cristo Risorto rappresentato sulla pilastrata di destra (rispetto all’altare maggiore) della basilica di Cortemaggiore, si tratta di un frammento d’affresco cinquecentesco, di scuola lombarda. C’è chi ipotizza possa essere opera del Chiaveghino che a Cortemaggiore ebbe modo di lavorare. Nell’affresco è raffigurato in piedi (come a Busseto) con il calice a fianco del piede destro (esattamente come a Busseto) all’interno del quale finiscono le abbondanti quantità di sangue. Quattrocentesco è invece l’affresco della Madonna col Bambino che si conserva sulla pilastrata opposta. Sicuramente di scuola lombarda, rappresenta la Madonna avvolta in un manto che sorregge il Bambino nudo, ma con indosso una collana e bracciali in corallo rosso. 

A pochi metri di distanza un altro luogo, mistico, ricco di fascino e di mistero, vale a dire la cripta nella quale campeggia l’affresco del Cristo Risorgente, definito anche il “Cristo miracoloso”, tornato alla luce nel 1761 durante i lavori per la realizzazione della cripta. Datato 1522, opera di Antonietto dè Renzi, venne ritrovato in maniera del tutto fortunosa, durante appunto la realizzazione della cripta. L’evento colpì, e non poco, l’opinione pubblica che iniziò a chiamare, quello in oggetto, il “Cristo miracoloso”, rimasto per decenni sepolto sotto cumuli di terra, riscoperto in quel modo imprevisto. Su quella che poteva essere la sua funzione originaria le tesi degli storici si dividono. Per alcuni era posto sopra l’ingresso dell’area in cui venivano tumulati i sacerdoti; per altri sormontava, invece, il tabernacolo dove, durante il Triduo Pasquale, venivano custodite le particola. Una immagine, comunque, particolare che vede raffigurato il Cristo mentre sorge dal sepolcro, con le croce imbandierata alle spalle e le braccia allargate, richiamando così alla Misericordia divina che, come scrisse il sommo poeta Dante Alighieri “Ha sì gran braccia che prende ciò che si rivolge a lei”. Da evidenziare che anche nel “casino di campagna” dei Pallavicino si trova una immagine del Cristo Risorto (raffigurato mentre esce dal sepolcro, con a fianco la Madonna in trono e le mani, però, incrociate), datata 1519, opera a sua volta di Antonietto dè Renzi e pure in diverse abitazioni del paese si conservano non poche immagini del Cristo che risorge dal sepolcro. Questo è dovuto al clamore che ebbe il ritrovamento del 1761 oppure altri significati, ad oggi celati dal mistero, accompagnano questa particolare iconografia religiosa che ricorre nel borgo piacentino? 

Misteri e domande irrisolte, dunque, che si rincorrono in questa linea di pianura divisa dall’Ongina e dall’Arda, ma unita dalla storia che trova le sue radici nelle vicende della nobile famiglia dei Pallavicino. In questo senso va ricordato che nella divisione dei feudi di Rolando il Magnifico, Busseto e Cortemaggiore toccarono, in comune, a Gian Lodovico e a Pallavicino Pallavicino. I loro rapporti, tuttavia, non erano idilliaci e, così, si divisero il territorio e, a Gian Lodovico, toccò, nel 1479, Cortemaggiore dove si trasferì seguito, per altro, da parecchi abitanti di Busseto. Nacque così il nuovo ramo di Cortemaggiore e da subito iniziò la costruzione della fortezza, progetta da Maffeo Carretto da Como. Gian Lodovico morì due anni più tardi, nel 1481 e gli successe così il figlio Rolando II, che alcuni storici tuttavia citano come Orlando. Fu lui a portare avanti i lavori del castello e della cinta muraria e ad avviare la realizzazione dell’odierna basilica di Santa Maria delle Grazie e San Lorenzo. 

Una storia, quella della famiglia Pallavicino, che andando indietro nei secoli incrocia anche quella, come anticipato, di Guido Pallavicino, del ramo di Pellegrino Parmense, celebre cavaliere templare, vicerè di Tessalonica, sepolto nell’Abbazia di San Bernardo a Fontevivo di cui era benefattore (motivo questo che spiega la sua sepoltura in un edificio sacro), in una tomba posta nelle immediate vicinanze dell’altare maggiore, sulla cui lastra frontale compare l’immagine dello stesso cavaliere, vestito della sua armatura, per altro caratterizzata da svariati simboli esoterici. Guido Pallavicino poteva forse essere a conoscenza di particolari, non secondari, riguardanti la vicenda del Sacro Graal? E’ noto che numerosi sono, a tutt’oggi, i misteri, e le leggende, che accompagnano la storia dei cavalieri Templari, soprattutto quelli legati proprio al Sacro Graal. Misteri irrisolti che i cavalieri si sino portati nella tomba. E’ assai probabile che questo possa essere accaduto anche per Guido Pallavicino. La domanda, allora è: vi sono fatti o vicende, non passati alla storia, che tuttavia in qualche modo si sono tramandati, nei secoli, all’interno della nobile famiglia Pallavicino arrivando così anche ad esponenti di altri rami? Interrogativi, anche questi, a cui è ben difficile poter dare una risposta. Se dunque, come affermato fin dall’inizio, è a dir poco improbabile che la storia del Sacro Graal possa anche solo sfiorare quella di Busseto e Cortemaggiore, è altrettanto vero che tanti interrogativi restano. Perché rappresentare in due chiese vicine, contemporanee, due immagini del Preziosissimo Sangue con il calice, quasi nascosto, ai piedi di Cristo? Perché evidenziare quello di Busseto con una lamina in argento? Perché queste immagini sono state poste all’inizio e alla fine delle due chiese? Che cosa ha “tramandato” la vicenda storica di un importante cavaliere templare quale è stato Guido Pallavicino, attraverso i secoli, verso i suoi discendenti? Di quali misteri è stata custode la nobile famiglia? 



FONTI BIBLIOGRAFICGHE E SITOGRAFICHE 

E.Seletti, “La città di Busseto – Capitale un tempo dello Stato Pallavicino. Memorie storiche raccolte da Emilio Seletti” Vol. I, Tipografia Bortolotti di Dal Bono e C., 1883 

G.Cirillo e G.Godi – “Guida artistica del Parmense”, Artegrafica Silva, 1984 

C.Francou – La basilica di Santa Maria delle Grzie e di San Lorenzo in Cortemaggiore: storia, arte e devozione. Com&Print, Brescia, 2012 

D.Soresina, “Enciclopedia Diocesana Fidentina – Vol III. Le parrocchie, i parroci, le chiese”. Arte Grafica Fidenza, 1979 

It.ateleia.org 

www.focus.it 


Si ringraziano gli amici, e storici, Corrado Mingardi, Cristiano Dotti e Stefano Panizza per la preziosa collaborazione. 

LE IMMAGINI SONO DI PROPRIETA’ DELL’AUTORE E DELL’ASSOCIAZIONE EMILIA MISTERIOSA, PER UN LORO UTILIZZO E’ SUFFICIENTE CITARE LA FONTE.


20 aprile 2018

POLESINE – IL MISTERO DEI DUE VESCOVI DI SANTA CROCE


di Paolo Panni






Che in un borgo che, nella sua storia, non ha mai superato le poche centinaia di abitanti possano nascere, in tre secoli, due vescovi, è già un fatto più straordinario che singolare. Che i due vadano a poi a reggere la stessa diocesi, a quasi 800 chilometri di distanza, prima di essere entrambi trasferiti in sedi più prestigiose, è una coincidenza che ha dell’incredibile, se non del soprannaturale. 

Il borgo in questione è Santa Croce, minuscola frazione del Comune di Polesine prima, e di quello di Polesine Zibello poi. I due prelati in questione sono invece Lazzaro Caraffini e Alberto Costa, nati per altro in due abitazioni poste e non più di trecento metri l’una dall’altra lungo la stessa direttrice, quella che collega Polesine e Zibello. 

Il primo, Lazzaro Caraffini, nato a Santa Croce il 16 giugno 1594, dopo una brillante carriera sacerdotale, fu eletto vescovo di Melfi e Rapolla (località della provincia di Potenza) nel 1622, per poi essere trasferito a Como nel 1626, reggendo quindi per poco più di tre anni la diocesi lucana. 

Il secondo, Alberto Costa, nato a Santa Croce il 15 marzo 1873, fu eletto vescovo di Melfi e Rapolla nel 1912. Alla sua diocesi, nel 1924, la Santa sede unì anche la città di Venosa, patria di Orazio. In terra lucana rimase molto più del suo predecessore, fino al 1928 quando fu trasferito a reggere la diocesi di Lecce, dove morì nel 1950. 

Senza addentrarsi eccessivamente nella storia, importante, dei due presuli, val comunque la pena di ricordare che monsignor Caraffini, nato nella villa di famiglia che sorge a due passi dalla chiesa parrocchiale (villa sapientemente restaurata e recuperata alcuni anni fa dall’avvocato italoamericano Giuseppe Tomasetti) e che probabilmente utilizzava anche durante i periodi di vacanza, ricoprì varie dignità nella Chiesa cremonese e, dopo il breve episcopato nel Mezzogiorno, succedette, a Como, sulla cattedra episcopale che fino ad allora era stata del fanatico persecutore di eretici Desiderio Scaglia. L’episcopato di monsignor Caraffini segnò pagine gloriose nella storia della Chiesa lariana, eresse ventidue nuove parrocchie e consacrò quattordici chiese. Stimato e venerato dal suo popolo per la vasta dottrina e le grandi opere di carità e bontà realizzate morì all’età di 75 anni e venne sepolto nella cattedrale di Como. 

Passando a monsignor Costa, questi ricoprì importanti incarichi nella diocesi di Fidenza prima di essere inviato, come vescovo, a Melfi e Rapolla e, successivamente a Lecce. In entrambe le diocesi si distinse per la profonda fede e la grande bontà d’animo occupandosi non solo di problematiche religiose ma anche di temi legati all’economia, al lavoro e al sociale. Il pontefice Pio XI, nel suo venticinquesimo di episcopato, lo annoverò, nel 1937, fra i vescovi assistenti al Soglio Pontificio creandolo inoltre nobile e conte palatino. Ebbe anche onorificenze dal Governo italiano per le benemerenze acquisite nell’adempimento della sua missione pastorale. Il periodo più difficile per lui fu quello della seconda guerra mondiale, al quale giunse per altro già con problemi di salute che, tuttavia, non gli impedirono di prodigarsi per la sua gente. Morì il 2 agosto 1950 e fu sepolto nella cattedrale della “sua” Lecce. 

Notizie storiche a parte, resta l’interrogativo su questa incredibile coincidenza storica di due vescovi nati a tre secoli di distanza nello stesso, minuscolo borgo, che hanno iniziato il ministero episcopale nella medesima città, nella stessa cattedrale, a quasi 800 chilometri di distanza dalla terra natale. 

Per un credente, forse, verrebbe fin troppo facile dire che tutto questo dipende dall’azione dello Spirito Santo, le cui vie sono inaccessibile e imperscrutabili. Ma un agnostico, un non credente, o un semplice dubbioso, come può motivare tutto questo? Semplice coincidenza? Pura casualità? Oppure chissà, attraverso i secoli, un invisibile filo snodatosi attraverso i percorsi della mistica e del soprannaturale ha unito, attraverso le figure di due vescovi, le terre del Grande fiume a quelle della lontana Lucania? 







FONTI BIBLIOGRAFICHE E SITOGRAFICHE 

D.Soresina – Enciclopedia Diocesana Fidentina- vol! “I Personaggi”, Tipografia La Commerciale Fidenza 1961 

Diocesimelfi.it 

It.wikipedia.org 

Diocesilecce.org 

Loradelsalento.diocesilecce.org 




Si prega di voler segnalare eventuali copyright nei testi per una loro eventuale modifica o cancellazione 

26 marzo 2018

DA CHIESA A CARCERE, FINO ALL’ABBANDONO – OTTO SECOLI DI STORIA, E MISTERI, NEL CUORE DI PARMA


di Paolo Panni






Nel centro cittadino di Parma uno straordinario monumento gotico che, in otto secoli, ne ha viste davvero, di cotte e di crude. Nata come chiesa, poi violata dalle truppe napoleoniche divenendo addirittura carcere, per poi finire nell’abbandono. Quella di San Francesco del Prato è una delle primissime chiese francescane del Nord Italia, costruita solo pochi decenni dopo la morte di San Francesco d’Assisi. Il Poverello, come noto, morì nel 1126 e l’avvio dei lavori per la costruzione di questa grane chiesa avvenne, stando alle cronache, nel 1248 circa. 

Il tutto grazie alla generosità e alla devozione dei parmigiani che, a suon di offerte, arrivarono a permettere la realizzazione di questo edificio, più grande anche del vicino Duomo. Ci fu, proprio nel periodo della sua erezione, una sorta di competizione edilizia tra congregazioni ed ordini ecclesiastici, con la costruzione dei  conventi di San Luca degli Eremitani, nel 1227, di San Pietro Martire dei Domenicani nel 1245, di San Domenico, di San Giovanni Battista e del monastero dei Servi di Maria. 

E’ noto che nella progettazione di questi luoghi, tanto più quelli di carattere gotico, niente è lasciato al caso, né la scelta dei caratteri e degli stili estetici né men che meno la localizzazione. Partendo proprio da questa ultima è facile notare, carte geografiche dell’epoca alla mano, come unendo questa chiesa agli altri e principali monasteri di quel periodo si formi un perfetto rettangolo aureo. Un legame profondo, e misterioso, anche col Battistero (uno dei principali monumenti cittadini). 

Infatti partendo dall’affresco dedicato a San Francesco situato nel Battistero, attraversando il Battistero stesso e prolungando una linea immaginaria verso l’esterno si arriva esattamente, guarda caso, all’ingresso della grande chiesa di San Francesco del Prato, realizzata su un’area (un prato) in cui fin dall’epoca longobarda si realizzavano mercati, fiere e feste cittadine. 



Non mancano i misteri nemmeno a carico del grande rosone centrale, che impreziosisce la facciata, opera di Alberto da Verona che lo realizzò nel 1461 . Il suo diametro, escludendo la cornice in cotto, è di 3 metri e 27 centimetri: esattamente la misura di una pertica di terreno parmigiana. Sono inoltre sedici i raggi che lo compongono. Un numero, il sedici, che non può certo passare inosservato e che per gli occultisti medievali significa rappresentare la dimora del Creatore. Sedici è considerato un numero ambivalente, simbolo delle avversità, che possono essere benefiche quando portano ad un cambiamento costruttivo, ma anche negative quando portano l’individuo alla caduta verso la distruzione. 

La riduzione del sedici lo mette anche in rapporto con il numero Sette (16 = 1+6 = 7) e dunque con la perfezione. Come prodotto invece della moltiplicazione del numero Quattro per se stesso (16 = 4 x 4) rappresenta la cifra della realtà concreta e della terra. Può portare al pericolo di un accestivo attaccamento e radicamento. In questo caso il numero sedici incarna l’orgoglio, le prove della vita, la formazione attraverso gli insuccessi e le disillusioni. Altro significato è quello del  potere materiale. È considerato il numero finale dell’emanazione, e secondo Abellio, rappresenta l’Incarnazione completa. Per R.Allendy, invece, questo numero simboleggia  “il ruolo del Karma 6 nell’unità cosmica 10. Questo ruolo consiste in creare una corrente di evoluzione (1+ 6= 7) ma verso due direzioni opposte, così che, di per sè, il numero pari a 16, è incapace scegliere”. Come prodotto di 2 per 8, è l’evoluzione positiva che conduce alla liberazione karmica, o l’evoluzione negativa che porta a una sequenza crescente nei cicli naturali. 

 Va anche ricordato, e le numerose tombe che oggi si possono chiaramente notare sulla pavimentazione ne è la chiarissima conferma, che la chiesa di San Francesco fu anche scelta come  ultima dimora delle maggiori famiglie parmigiane: vi furono infatti sepolti esponenti dei Rossi, dei Sanvitale, dei Terzi degli Arcimboldi, dei Meli Lupi e degli Aldighieri (la famiglia cui apparteneva anche Dante Alighieri). Con cura e attenzione si è scelto anche l’orientamento del sacro edificio. Infatti dal rosone entrano i raggi del tramonto del solstizio d'estate, mentre l'abside “punta” la luce dell'alba del solstizio d'inverno. Orientata quindi per accogliere le stagioni dell'anno, e costruita come numerose chiese gotiche per parlare la lingua della mistica, ma anche dell’occulto. 

In questo luogo sono anche stati avviati alla vita religiosa francescana personaggi significativi come fra' Salimbene de Adam, uno dei più importanti cronisti e storici del Medioevo, e il beato Giovanni Buralli, Ministro generale dell'Ordine (1247-1257). Fu anche sede di uno Studium Generale dell'Ordine minoritico e tale continuò ad essere anche quando, con la divisione dell'Ordine, rimase ai Frati Minori di tradizione conventuale. Infatti vi insegnò anche il famoso teologo scotista Bartolomeo Mastri da Meldola, il riformatore dell’Accademia degli Imperfetti. Nel periodo in cui fu destinata a carcere vi prestò il proprio apostolato anche il venerabile padre Lino mapuas, molto caro al cuore di tantissimi parmigiani. 

Purtroppo dopo essere stata utilizzata, per secoli, secondo la sua funzione originaria, quindi quella di chiesa, la grande basilica subì, e non poco, i radicali mutamenti della storia. Fu un vero e proprio scempio quello protratto dalle truppe napoleoniche che la depredarono di tutto, a partire dal coro ligneo intarsiato per proseguire con l’organo e tanto altro. In seguito alle soppressioni napoleoniche del 1800 fu quindi trasformata in carcere (e lo rimase fino al 1993) e così vennero rovinati pesantemente, e in larga parte cancellati, i preziosi affresco quattrocenteschi di artisti quali   Jacopo Loschi e Bartolino de’ Grossi: due dei maggiori pittori emiliani del Quattrocento. 


Il suo interno, proprio per crearvi la struttura carceraria, fu pesantemente modificato, con la divisione in piani, settori e la creazione di celle e di una falegnameria. Quest’ultima fu ricavata nella navata centrale. Non fu risparmiato nemmeno il cinquecentesco campanile, divenuto a sua volta sede carceraria. Nelle sue celle venne imprigionato anche Gaetano Bresci, l’anarchico che uccise re Umberto Primo. 

Nel carcere vennero rinchiusi, in tempi diversi, anche il giornalista e scrittore Giovannino Guareschi, Renato Vallanzasca e, negli anni Ottanta del Novecento il terrorista Paolo Ceriani Sebregondi (condannato all'ergastolo per l'omicidio, nel 1978, di Carmine De Rosa, responsabile del servizio di sorveglianza della Fiat di Cassino, e per la strage di Patrica - in Ciociaria - in cui furono ammazzati il giudice Fedele Calvosa e due agenti: l'autista Luciano Rossi, di appena 24 anni e l'agente di scorta Giuseppe Pagliei, di 29), che nel 1980 riuscì ad evadere calandosi dai tetti. 

Nel carcere attiguo alla chiesa, dopo l’8 settembre 1943, vi furono rinchiusi anche   partigiani, ebrei, ex prigionieri alleati e renitenti, uomini e donne prelevati dalle loro case o catturati sui monti e nelle campagne, in attesa che venisse decisa la loro sorte. Il 13 maggio 1944 i bombardieri alleati, durante un’incursione aerea, colpirono un’ala dell’edificio e approfittando della varco che si era aperto nella cinta muraria, numerosi prigionieri riuscirono ad evadere. 

Nell’estate di quello stesso anno vi furono fucilate anche tre guardie carcerarie, vale a dire  Gennaro Capuano, Enrico Marchesano, Giuseppe Patrone, per aver operato clandestinamente in contatto con la Resistenza. La Brigata Nera, dopo averli arrestati, costrinse i loro stessi colleghi a formare il plotone d'esecuzione. Il loro sacrificio è ricordato in una targa posta all’esterno della struttura insieme a quello di Lodovico Freschi, commissario di polizia della Questura di Parma caduto anch’egli per la libertà.

Il carcere rimase attivo sino al 1992 quando fu trasferito in via Burla. Da allora si trova in abbandono, come la chiesa. Un gioiello gotico, quest’ultimo, per il quale si sta ora aprendo una nuova era. E’ stato infatti annunciato il suo prossimo restauro e il suo ritorno alla funzione originaria, quella di luogo di culto. Mentre per la struttura adiacente che ospitava il carcere è prevista la realizzazione di uno studentato. 
Emilia Misteriosa è in grado di presentare ai lettori le immagini sia della chiesa che dell’ex carcere grazie all’apertura avvenuta in occasione della Giornata di Primavera del Fai 2018.








FONTI SITOGRAFICHE




resistenza mappe.it







Si chiede di segnalare eventuali copyright nei testi ai fini di una loro cancellazione o modifica.