6 settembre 2018

MISTERI E LEGGENDE DI PIETRA CORVA


di Paolo Panni


Uno sperone di roccia, che svetta tra il verde e i colori del Crinale Appenninico, ad una quota di poco superiore ai 500 metri sul livello del mare, dalle sembianze austere ed inquietante, come generalmente accade per tutte le formazioni ofiolitiche. Rocce scure ed irregolari, queste ultime, che, laddove si sono formate, interrompono in modo brusco, brullo ed improvviso il paesaggio dato dalla catena degli Appennini. Si tratta di sezioni di cresta oceanica e del sottostante mantello che, in epoche remote, si sono sollevate o sovrapposte alla crosta oceanica stessa, fino ad affiorare. Ma la loro presenza cupa e minacciosa, la loro conformazione e i loro colori che le rendono simili alla pelle di un rettile o di qualche misterioso mostro (non a caso la denominazione stessa deriva dai termini greci Ophis e Lithos che significano roccia di serpente) nel tempo hanno creato numerose leggende e sono spesso definite come “pietre del diavolo”. 

Pietra Corva è uno dei punti cruciali dell’antica strada di Maria Longa, percorso dalle origini remote, di notevole importanza storica e naturalistica, che collega Ramiola di Medesano a Mariano di Pellegrino Parmense. Un itinerario di crinale che fu di particolare importanza strategica già in epoca longobarda. La sua frequentazione, a detta di numerosi storici, risale all'epoca preistorica e lo testimoniano alcuni siti archeologici dell'età del bronzo: tra questi proprio Pietra Corva, punto di snodo fondamentale del sentiero, e Groppo Rizzone, che lambisce le pendici del crinale su cui è posta la Maria Longa verso il torrente Ceno. Sul territorio restano anche, non a caso, testimonianze delle antiche popolazioni celtiche e liguri nei toponimi come Ceno e Taro. 

I romani dovettero scontrarsi con queste popolazioni durante il loro processo di espansione, e deportarono intere tribù di celti e liguri lontano da questi territori. Il territorio su cui si trova la strada di Maria Longa apparteneva, nel periodo della dominazione romana a Forum Novum, l’attuale Fornovo Taro. Con i longobardi il percorso assunse grande importanza, come testimonia il suo nome originale Via Longobardorum. 

Dopo i longobardi fu la volta dei Franchi cui fece seguito il cosiddetto periodo degli ordini monastici o dei Vescovi, tra l’877 ed il 1104: a quest’epoca risalgono le località del Pagano, dove è stata tra l’altro rinvenuta la Pietra Giubilare che ricorda il Giubileo del 1300 (il primo della storia) indetto da papa Bonifacio VIII, e dei Rugginelli. Fra i luoghi storici di maggior importanza che arricchiscono il percorso della Maria Longa spicca il castello di Roccalanzona, altro luogo ricco di misteri (e di fascino) di cui Emilia Misteriosa si è già occupata in un altro servizio. 

Se è vero che la Maria Longa rimase un semplice tracciato in terra battuta durante il periodo della denominazione bizantina è altrettanto vero che l’arrivo e l'insediamento in zona dei Longobardi (568-774) fecero acquisire valore a questa strada trasformandola in una importante via di comunicazione posta subito a ridosso delle loro retrovie, difesa dal corso di due fiumi e collegante centri di notevole interesse, anche strategico. Va ricordato che la pianura intorno a Fornovo e le adiacenze della strada di Monte Bardone erano ben difese dai Bizantini il che determinava confini fluttuanti tra i Longobardi e Bizantini stessi a seconda delle sorti dei vari scontri. Per i Longobardi, dunque, la strada di Maria Longa, stabilmente nel loro territorio, divenne di fondamentale importanza. 

Il valore aumentò ancora al tempo di Re Autari (584-590) quando questi occupò l'alta Val Taro e la strada poté servire da collegamento con Bardi-Borgotaro. Il percorso rimase invece al margine delle vicende belliche che si svolsero, sotto il dominio di Liutprando (712-774), soprattutto lungo la vicina via di Monte Bardone. Dopo i Longobardi fu la volta dei Franchi (774-877) cui seguì il periodo cosidetto dei Vescovi o degli Ordini Monastici (877­1104). Di quest'ultimo periodo rimangono impronte in diversi edifici e sopratutto in due xenodochi (ospizi) tutt'ora visibili anche se in parte modificati. Proprio a proposito di istituzioni e realtà monastiche, una delle principali leggende riguardanti la Pietra Corva afferma che in prossimità dello sperone ofiolitico sorgesse in passato un convento di frati che, una notte, vennero assaliti e uccisi da una banda di predoni. Da allora si dice, e le testimonianze in questo senso non mancano, che da allora a più persone sia capitato, specie nelle ore serali, di udire melodie simili a canti e salmodie di monaci ma c’è anche chi garantisce di aver visto processioni di frati fantasma. Realtà o fantasia? Il confine ancora una volta è sottile ed Emilia Misteriosa non si sbilancia, consapevole del fatto che, come vi sono visionari o persone che inventano storie, vi sono anche altre persone che possono fornire ricostruzioni o testimonianze attendibili. Inoltre, se è vero che di questo ipotetico convento, che sarebbe stato distrutto, non è mai stata trovata traccia alcuna, è altrettanto plausibile che lo stesso potesse trovarsi laddove oggi si trovano i resti dei due xenodochi. 

Pietra Corva, per la sua posizione e per la sua singolare forma, potrebbe anche essere stato teatro, in passato, di riti religiosi: ad esempio di quelli che, secondo il latino Floro, inducevano quelle genti (i Liguri Veleiates) «sempre incitate da un dio, a non lasciare capire di ruggine o di muffa le loro armi". 


Un’altra leggenda vuole inoltre che secoli fa la figlia di un conte che abitava il vicino castello di Roccalanzona, si fosse innamorata di un giovanotto di Gallicchiano che portava a pascolare le pecore proprio nei pressi di Pietra Corva. Se al giorno d’oggi una simile relazione non darebbe adito ad alcun problema, un tempo non era consentito un legame tra un povero pastorello e una ragazza di famiglia nobile. Relazioni tra persone di ceti diversi venivano quantomeno osteggiate ed impedite e spesso finivano anche nel sangue. A peggiorare le cose, il fatto che la ragazza apparteneva al casato dei Rossi di San Secondo, eterni nemici dei Pallavicino, feudatari invece di Varano dè Melegari e di Riviano, cui apparteneva Gallicchiano. Secondo la leggenda i due innamorati si sarebbero gettati insieme dalla ripida rupe di Pietra Corva, per sfuggire agli odi domestici e per opporsi a chi voleva in qualsiasi modo dividerli, rimanendo uniti per sempre, oltre la vita. Ecco dunque che, specie nelle notti di luna piena, secondo quanto narra ancora la leggenda si vedrebbero aleggiare in cielo due formazioni biancastre che si poserebbero dolcemente su Pietra Corva, quasi ad abbracciarla o comunque ad unire lì le loro sorti, per poi sparire nel nulla scivolando insieme dietro la nera e minacciosa rupe. Una vicenda, quest’ultima, che chiaramente ha tutto il sapore della leggenda e della fantasia popolare, ma che tuttavia potrebbe celare qualche particolare storico riguardante situazioni avvenute in passato. Come già anticipato ci sono inoltre persone che, nel tempo, raggiungendo il monte, hanno riferito di aver udito voci e lamenti, di aver visto luci e strane formazioni, di aver provato sensazioni inquietanti. Testimonianze che vedono, come sempre, realtà e fantasia mescolarsi tra loro, rendendo quindi misterioso questo lembo di terra del nostro Appennino emiliano. 



FONTI BIBLIOGRAFICHE E SITOGRAFICHE: 

G.Conti – Leggende della Val Ceno, Centro Studi Val Ceno, 2015 

T.Marcheselli- Fantasmi e leggende dei castelli parmensi, Umberto Nicoli Editore 






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26 luglio 2018

MONTICELLI D’ONGINA- L’ULTIMA CENA DEL CASTELLO ISPIRO’ LEONARDO DA VINCI?


di Paolo Panni


Il quattrocentesco affresco in cui è rappresentata l’Ultima Cena, conservato nella maestosa rocca Pallavicino Casali di Monticelli d’Ongina, potrebbe avere ispirato il celeberrimo pittore, architetto e scienziato Leonardo Da Vinci per la realizzazione del Cenacolo Vinciano? Un’ipotesi suggestiva e misteriosa, a quanto pare fondata. 


L’Ultima Cena dipinta da Leonardo, conservata nel refettorio del santuario di Santa Maria delle Grazie in Milano, considerata come una delle opere d’arte più importanti, a livello mondiale, di tutti i tempi, potrebbe aver trovato nel dipinto monticellese la sua origine. Non lo diciamo noi, che non ne abbiamo nemmeno la competenza, ma lo afferma il famoso critico d’arte Vittorio Sgarbi che, durante una sua recente conferenza pubblica avvenuta proprio nel popoloso centro della Bassa Piacentina, si è pronunciato in questo senso. Detto da uno della sua levatura culturale, e della sua esperienza in campo artistico, la cosa non può che sollevare notevole e comprensibile curiosità. 

All’interno della rocca si trova la cappellina di Corte, affrescata nel XV secolo da Bonifacio e Benedetto Bembo, celebri pittori lombardi, voluta da Carlo Pallavicino, figlio di Rolando Il Magnifico, una volta nominato vescovo di Lodi, nel 1456 (su pressioni di Francesco Sforza). Già definita da Sgarbi come la “più importante opera italiana di decorazione tardogotica”, era utilizzata dal vescovo Carlo Pallavicino (morto nel 1497 in odore di santità)I come cappella privata. Ad impreziosirla vi è un interessante ciclo di affreschi con figure di angeli, profeti e personaggi dell’epoca, episodi della vita di San Bassiano da Lodi, San Giorgio che uccide il drago, la Vergine con i santi Bernardino da Siena e Bernardo da Chiaravalle, il Calvario, l’Annunciazione, la Deposizione dalla croce, i quattro evangelisti, un ritratto del vescovo Carlo Pallavicino (morto in odore di santità) e, appunto, l’Ultima Cena. 

Quest’ultima potrebbe avere ispirato il celeberrimo pittore, architetto e scienziato Leonardo da Vinci per la successiva realizzazione della sua famosissima Ultima Cena conservata, come anticipato, nel refettorio di Santa Maria delle Grazie in Milano. Ad avanzare questa affascinante ipotesi è stato appunto Vittorio Sgarbi, celebre critico d’arte. Da evidenziare che l’opera di Leonardo è stata realizzata fra il 1495 e il 1498, quella del Bembo solo pochi anni prima. Un elemento, quindi, che rende plausibile quanto ipotizzato da Sgarbi. Un mistero che ha subito affascinato e attirato diversi studiosi. Tra questi anche Laura Putti, autrice del libro che parla proprio della cappellina del castello, che nelle settimane successive la rivelazione di Sgarbi ha accompagnato sul posto il professor Edoardo Villata, docente alla Cattolica di Milano, autore di diversi studi sul patrimonio artistico del piacentino. 

Nel corso del sopralluogo, al quale hanno partecipato anche altri studiosi ed esperti, la Putti ha mostrato una copia della prima bozza dell’opera di Leonardo; uno schizzo preliminare confrontato con l’affresco di Monticelli. Secondo il professor Villata, la bozza in questione potrebbe dimostrare che Leonardo, prima di dipingere il Cenacolo, potrebbe aver osservato e preso ispirazione da un’opera precedente, una <Ultima Cena> tardo gotica lombarda, probabilmente realizzata all’interno del Ducato di Milano. Non significa quindi che si debba per forza trattare di quella di Monticelli, ma gli elementi comuni ci sono. Come osservato ancora da Sgarbi durante la conferenza, sia la posizione che la disposizione degli apostoli coincidono; stesso discorso per la direzione degli sguardi e il fatto che, a differenza di altre raffigurazioni dell’Ultima Cena, sia in quella di Leonardo da Vinci che in quella dei Bembo gli apostoli sono rappresentati <a due a due>. Sulla bozza di Leonardo sono indicati anche i nomi e anche su questo potrebbe aver preso spunto da un’opera preesistente. Nell’affresco dei Bembo gli apostoli sono rappresentati con le aureole, ma è opinione di diversi studiosi che un tempo vi fossero invece proprio i nomi, poi tolti. Nel dipinto di Monticelli, su sfondo verde, spicca la tavola imbandita per la cena attorno alla quale si trovano Cristo e gli Apostoli, tranne Giuda, il traditore, raffigurato dalla parte opposta della tavola, separato quindi da tutti gli altri. Gli apostoli sono rappresentati mentre conversano amabilmente tra loro mentre San Giovanni posa il suo capo sul petto di Gesù. Inutile dire che sulla figura di San Giovanni, l’apostolo prediletto da Gesù, si sprecano le posizioni, specie dopo l’uscita del celebre romanzo “Il Codice da Vinci” di Dan Brown che ha generato fiumi di parole circa la possibile presenza di Maria Maddalena, individuata come “compagna” di Gesù, nella figura di San Giovanni rappresentato, nel capolavoro di Leonardo , così come nell’affresco di Monticelli, con tratti apparentemente femminili e il volto efebico. Va però anche ricordato che la libertà romanzesca permette sempre ogni possibili invenzione e interpretazione ma, nel caso di Leonardo Da Vinci, va anche considerato che questi, nelle sue opere pittoriche, usa spesso linguaggi ermetici, occulti e misteriosi ed era ampiamente a conoscenza delle tecniche esoteriche, specie quelle legate al culto di Giovanni Battista e della Maddalena. Di esoterismo era appassionato anche Bonifacio Bembo, che col fratello Benedetto dipinse la cappella di Monticelli. Altro aspetto che può dunque legare tanto le due figure di artisti quanto le due opere, rendendo la vicenda complessa, curiosa, affascinante ed enigmatica. Anche Bonifacio Bembo, insieme a Benedetto, nella realizzazione dei loro affreschi potrebbero avere utilizzato linguaggi ermetici ed esoterici? 

Una domanda che va ad aumentare il “bagaglio” di misteri di un castello che, come già riportato in un reportage di alcuni anni fa di Emilia Misteriosa, è famoso anche per altri enigmi che riguardano la cosiddetta presenza del celebre “pozzo del taglio”, di un tunnel nascosto che collegava maniero e chiesa collegiata e del probabile fantasma di Giuseppina, giovane ragazza assassinata nel 1872 da un suo pretendente, Giuseppe Modesti, con la sola colpa di averlo rifiutato. L’uomo, oltretutto, riuscì ad evitare la pena capitale dopo una rocambolesca fuga dal carcere di Parma, per poi diventare un ufficiale dell’esercito francese. 

Tornando alla celeberrima figura di Leonardo Da Vinci, ad avvallare la possibilità che possa aver preso ispirazione a Monticelli d’Ongina, ci sono poi i suoi legami col territorio piacentino. E’ noto, ad esempio, che, da studioso e profondo conoscitore della natura e del Creato, eseguì importanti studi sull’antico mare che tra 5 e circa 2 milioni di anni fa occupava la Pianura Padana. In particolare si soffermò sui resti fossili, da lui definiti “njchi”, specie quelli del Piacenziano ritrovati nei pressi di Castell’Arquato e Lugagnano Val d’Arda. Per primo ne riconobbe l’origine organica e studiò le conchiglie raccolte nel piacentino mentre si trovava a Milano, impegnato a lavorare alla statua equestre di Francesco Sforza e li citò nel suo famosissimo Codice Leicester. Senza dimenticare poi il suo possibile legame con Bobbio. Infatti alcuni studiosi, una su tutti Carla Glori, sostengono che il paesaggio rappresentato ne “La Gioconda” sarebbe quello di Bobbio. Leonardo potrebbe averlo notato da una finestra del castello Malaspina Dal Verme. Inoltre il ponte che compare nella parte destra del dipinto sarebbe quello “del Diavolo” o “Ponte Gobbo”, sempre di Bobbio. Inoltre recenti approfondimenti hanno permesso di appurare che nel paesaggio reale della Val Trebbia si possono individuare ben dodici coordinate corrispondenti ad altrettanti elementi raffigurati nel quadro. 

C’è infine chi sostiene che allievi di Leonardo Da Vinci, se non addirittura lo stesso Leonardo, possano aver in parte lavorato alla Cappella Pallavicino della chiesa dell’Annunziata di Cortemaggiore o ai monumenti sepolcrali della nobile famiglia della basilica di San Lorenzo, sempre a Cortemaggiore. Ma questa ipotesi sembra essere decisamente remota. 

Resta tuttavia il fatto che il grande scienziato, pittore, architetto e inventore, unanimemente considerato come uno dei più grandi geni dell’umanità aveva probabili legami con Piacenza e il suo territorio (del resto la stessa vicinanza con Milano dove ha a lungo lavorato lo avvallano) e, quindi, non è affatto escluso che il “gioiello” gelosamente custodito nella rocca di Monticelli d’Ongina sia stato d’ispirazione per una delle opere d’arte più famose al mondo, anche per i suoi contenuti enigmatici. 




FONTI BIBLIOGRAFICHE E SITOGRAFICHE 



https://www.stilearte.it › Aneddoti sull'arte 










A.Gervasoni, “La Cappellina di Palazzo”, Banca di Piacenza, 1993 



Per le foto della Cappella si ringraziano Elisa Calamari e don Stefano Bianchi. L’immagine di Leonardo è tratta dal sito focus.it. Le foto del castello sono dell’associazione Emilia Misteriosa e dell’autore. Per un loro utilizzo è sufficiente citarne la fonte. 

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13 luglio 2018

“L’ESPERIENZA DI UN ESORCISTA” – CONFERENZA A SANTA MARIA DI CAMPAGNA (PC), UNO DEI LUOGHI IN CUI IL DEMONIO SI E’ MANIFESTATO IN TUTTA LA SUA VIOLENZA



di Paolo Panni


Padre Contardo Montemaggi, 83 anni, frate minore francescano per oltre dieci esorcista della Diocesi di Ravenna, in servizio dal 2013 nella basilica di Santa Maria di Campagna in Piacenza è stato al centro della conferenza dal titolo “L’esperienza di un esorcista” che si è tenuta nel chiostro del complesso monastico piacentino, nell’ambito dell’evento “Salita al Pordenone” promosso dalla Banca di Piacenza. Simpatia ed esperienza da vendere, riminese d’origine, padre Contardo è uno che l’Emilia Romagna la conosce in lungo e in largo per aver svolto la propria missione di francescano da Parma a Modena, da Villa Verucchio a Faenza, da Predappio a Ravenna, per arrivare, quindi, a Piacenza. Ha ricoperto numerosi incarichi, compreso appunto quello di esorcista, per oltre dieci anni, quando era a Ravenna, nominato dall’arcivescovo della città romagnola monsignor Giuseppe Verucchi. I due si conoscevano già, dai tempi in cui Verucchi era vicario generale a Modena. Nel corso di un incontro padre Contardo ebbe a dire, al futuro presule: “Sono convinto che per voi superiori è più difficile comandare, che per noi obbedire”. Frase rimasta impressa al vicario che, dopo la sua nomina ad arcivescovo di Ravenna, sapendo che padre Contardo era stato trasferito nella stessa città, lo scelse come esorcista. 

Un incarico tutt’altro che semplice, che il frate accettò dopo che un suo confratello, a sua volta esorcista, gli disse “Accetta perché vedrai l’onnipotenza di Dio”. Come comportarsi con coloro che, forse colpiti da una presenza malefica, si fanno avanti domandando aiuto? “Mi comporto come con chiunque altro – ha spiegato il frate – la prima cosa è la presentazione mia personale, nel corso della quale pongo l’attenzione su alcuni aspetti della vita. Innanzitutto i tre doni: il corpo che lavora, l’anima che sorride e lo spirito che prega. Poi parlo dei problemi: la famiglia, la società, i sentimenti e Dio”. Da lì ecco l’apertura verso alcune sue esperienza personali e religiose: l’incontro con giovani fidanzati (con lei ragazza madre, morta poi a 55 anni per un tumore), con un omosessuale, con due sposi presi dai sensi di colpa a causa di un aborto e con un uomo (che da vent’anni non andava in chiesa) reo confesso di aver ucciso, avvelenandolo, il padre anziano ed infine la sua esperienza in famiglia (“palestra” nella quale è nata la sua vocazione religiosa, sostenuta in particolare dal papà). Perché parlare di tutte queste esperienze personali? Padre Contardo ha evidenziato, in questo senso, quanto sia importante sfogarsi, sentendosi liberi di parlare di tutto, togliendosi così pesi che possono opprimere una persona. “Chi ha problemi – ha ripetuto il religioso – non abbia paura a parlare. E’ altrettanto importante sentirsi ascoltati. Ecco perché prima di benedire le persone voglio farli parlare, con piena disponibilità di ascolto. Questo devono fare il sacerdote, il frate e il pastore”. 

Entrando poi nel merito della sua esperienza di esorcista ha citato due casi, che lui stesso ha definito “eclatanti” avvenuti durante il suo “mandato” a Ravenna. “La prima – ha spiegato – con un genovese che mi ha illustrato la sua situazione dopodiché abbiamo pregato in chiesa e ho visto le prime reazioni. Ho capito allora che necessitava di un esorcismo e ho chiesto l’aiuto di alcune persone di fiducia che potessero tenerlo fermo in caso di reazioni particolari. Fece urli tali che, a un certo punto, sentimmo suonare il campanello del convento. Era la polizia che era stata allertata dai vicini a causa delle urla così forti che si sentivano da star fuori. Dopo tre esorcismi questa persona è stata liberata. Il secondo caso – ha proseguito – è quello di una ragazza venuta col fidanzato e appena arrivata mi ha detto che mi avrebbe distrutto. Sono scappato e dopo tre minuti sono tornato. La ragazza non ricordava nulla, abbiamo pregato e fatto la benedizione con l’acqua santa senza che vi sia stata reazione alcuna. Ci siamo quindi dati appuntamento per il giovedì sera successivo per recitare il Rosario e, anche in quel caso, ho chiesto l’intervento di persone di fiducia. Ho indossato la cotta e non appena sono entrato in chiesa lei ha emesso un grido e mi ha sfiorato con un calcio. In quel momento mi sono ricordato le parole di quell’altro esorcista che mi aveva sollecitato ad accettare l’incarico dicendomi che avrei visto l’Onnipotenza del Signore”. 

Padre Contardo ha raccomandato, come indispensabili, la preghiera e la confessione. Quest’ultima come mezzo per distruggere il male. “Non abbiate paura di confessarvi e pregate tanto” rimarcando anche come l’ottimismo sia un elemento di particolare importanza. Come riconoscere, tuttavia, se le reazioni di una persona sono dovute a un’influenza diabolica e non a un disturbo mentale? In questo senso il frate esorcista ha fato alcune distinzioni tra ossessione (e agitazione) sottolineando come questa non sia opera del diavolo; possessione (che invece è di natura diabolica), vessazione (disturbo della personalità dato dal diavolo, che ha colpito anche celebri santi come San Pio da Pietrelcina, San Giovanni Maria Vianney e San Francesco d’Assisi) e infestazione dei luoghi (che richiede l’intervento dell’esorcista), precisando anche come, talvolta, si tenda a confondere la possessione con le malattie nervose. Infine si è inevitabilmente parlato di un celebre fatto, avvenuto nel 1920, l’esorcismo di una donna avvenuto proprio nel 1920, che rese necessarie ben tredici sedute, molto pesanti, e violente, passato drammaticamente alla storia (costando la vita anche a due persone, tra cui l’allora vescovo di Piacenza). Un esorcismo di cui si conservano, a Bologna (nella sede della Provincia dei Frati Minori Francescani), tutti gli atti attentamente realizzati, allora, da padre Giustino, in qualità di stenografo, che trascrisse parola per parola tutto quello che il demonio, durante le sedute, condotte da padre Pier Paolo Veronesi in qualità di esorcista, ebbe a pronunciare. Un esorcismo passato alla storia, finito nel libro “Intervista col diavolo”, di Alberto Vecchi, edito dalle Paoline nel 1954 e, di nuovo, pochi anni fa (nel 2013) , ripreso dal famoso esorcista padre Gabriele Amorth nel libro “L’ultimo esorcista – La mia battaglia contro Satana” scritto con Paolo Rodari e pubblicato da Pickwick. “A volte il diavolo ritorna, per uccidere”: questo il titolo, più che eloquente, del lungo capitolo (oltre trenta pagine) in cui viene attentamente raccontato quello che, meno di un secolo fa, accadde nel convento piacentino. L’esorcista fu, come anticipato, padre Pier Paolo Veronesi, all’epoca cappellano del manicomio di Piacenza e nei fatti furono coinvolti anche padre Apollinare Focaccia, padre Giustino (come stenografo) ed una serie di persone di fiducia tra cui l’allora direttore del manicomio locale, il dottor Lupi. Il primo esorcismo avvenne alle 14 del 21 maggio 1920 e fin dalla prima seduta il demonio si qualificò col nome di Isabò manifestando tutta la sua aggressività e violenza e, all’esorcista che più volte gli chiese cosa volesse dire Isabò rispose “Significa essere fatturato così bene da non potersene più distaccare” mentre alla domanda circa la sua provenienza disse “dai deserti lontani” affermando di avere sette compagni e di essere entrato nel corpo della donna il 23 aprile di sette anni prima alle 17 (impiegandovi sette giorni), in seguito al maleficio di uno stregone attraverso un bicchiere di vino, un po’ di carne e qualche goccia di sangue, interessando anche altri membri della famiglia. In uno dei numerosi momenti di ribellione riuscì anche a strappare la stola del sacerdote dicendo “hanno impiegato sette giorni per farmi entrare, e tu vuoi farmi uscire da questo corpo con un solo esorcismo?”. Gli esorcismi, molto duri e violenti, andarono avanti per diversi giorni ed oltre ad Isabò si manifestarono altre due potenze del male, Maristafa ed Erzelaide e numerose altre (con denominazioni quali Balin, Erzelite, Cagliero, Eslender e Stanislao). L’ultimo esorcismo avvenne il 23 giugno 1920 quando la posseduta rigettò in un catino una palla di salame delle dimensioni di una piccola noce, con sette cornetti. Ma il demonio continuò a seminare morte e distruzione. Innanzitutto la morte del signor Cassani, uno degli assistenti che rimase costantemente accanto alla donna indemoniata, di cui fu annunciata la morte che avvenne improvvisamente nonostante l’uomo fosse sano e robusto. 

Padre Veronesi continuò a vivere, ma sempre segnato dall’incubo e dal terrore dei suoi ricordi. Un giorno ricevette anche una bastonata in testa, ma pur guardandosi attorno non vide nessuno e da quel momento non riuscì più a sollevare la testa proseguendo la sua vita col mento puntellato sul petto definendola come “vendetta del demonio”. Durante gli esorcismi, Iabò annunciò anche la morte del vescovo monsignor Giovanni Maria Pellizzari. Il presule morì improvvisamente, di notte. “Il diavolo – scrive padre Gabriele Amorth nel suo libro – va sempre in giro seminando sangue, morte e distruzione. Sempre. Ininterrottamente. Essere posseduti è un’esperienza che paradossalmente può non finire mai. Nel senso che anche una volta liberati rimane un’impronta, una ferita, come un buco nero che comunque ci accompagna. Il demonio non è più una realtà vivente dentro di noi, ma è comunque un timbro opprimente che misteriosamente si fa sempre sentire. Anche noi esorcisti ci portiamo dietro il peso dei diavoli che abbiamo scacciato. Li scacciamo, ma loro non muoiono, continuano a vivere e a fare il male. E soprattutto continuano a importunare chi ha contribuito a liberarli. Essere in grazia di Dio ed essere vicino a Dio è un rimedio sicuro contro gli attacchi del demonio. I diavoli – scrive ancora – ci osservano e ci tentano senza sosta. E così fanno con coloro che si sono liberati perché riprendersi l’anima di qualcuno che hanno in precedenza già posseduto è per loro una grande vittoria. A Piacenza il diavolo è tornato e ha fatto cose che non ho mai visto fare altre volte. E’ tornato per uccidere. Dare spiegazioni di questa cosa è arduo. Una cosa si può dire: spesso, non sempre, si viene posseduti consapevolmente. C’è la nostra volontà che dice a Satana ‘Entra in me’. Quando si stipula un patto con Satana scioglierlo può essere quasi impossibile. Se si concede l’anima per l’eternità a Satana poi uno può ravvedersi e liberarsi ma quel patto c’è stato e le conseguenze vanno comunque pagate. L’anima, insomma – conclude – può salvarsi ma il corpo, misteriosamente, può ancora morire per mano e volere di Satana”. Parole che, scritte da un grande esorcista come padre Amorth, non possono che far riflettere e incutere nuovi e misteriosi interrogativi, come quelli legati, appunto, all’esistenza del demonio e alle sue molteplici manifestazioni. Sull’esistenza, padre Montemaggi non ha dubbi e proprio sul finire della sua conferenza a Piacenza ha detto “Il diavolo esiste e ci sono elementi abbastanza forti che lo dimostrano”. Tra questi, appunto, l’impressionate esorcismo del 1920.


27 giugno 2018

DELITTO E CASTIGO NELLA BUSSETO DI META’ OTTOCENTO


di Davide Demaldé



Particolare del documento della Confraternita
del Santissimo Nome di Gesù,
in San Giovanni Battista Decollato, Parma.
Lo storico bussetano Mario Concari scrive che un tempo, passando vicino alla casa del maniscalco Andrea Bianchi di Amilcare, in via Ghirardelli a Busseto, la gente pronunciava la frase: “Gnus-gnus, ma’g sa ‘d cristianus”. Si dice infatti che in quella casa fu commesso un orrendo delitto di cui si cercò di far sparire le tracce tra le fiamme del focolare. Il fatto inquietante particolarmente impresso nei ricordi dei Bussetani si perde nella leggenda, da cui però emergono due nomi precisi: Bianchi e Moja (1). 



A conferma dell’ipotesi che non si tratti di leggenda ma di reale fatto di cronaca, affiora un antico documento della Confraternita del Santissimo Nome di Gesù della Chiesa di San Giovanni Battista Decollato in Parma, di cui per caso veniamo a conoscenza e che scopriamo in una pubblicazione dalla Biblioteca di Busseto (2). 

Correva l’anno 1855. In un ottobre ormai alla fine, in una Emilia già nebbiosa, appena fuori le antiche mura di Busseto abita Bianchi Carlo, celibe, dei furono Fabio e Maradini Rosa. L’atto di battesimo della parrocchia della Pieve di Sant’Andrea recita che Carlo Antonio era nato l’8 marzo 1815, alle 4 del mattino (3). 

Era la festa di San Giovanni di Dio, il santo prima pastore, bracciante, venditore ambulante, libraio e poi dedito ai poveri sofferenti: “Fate bene fratelli!” diceva quando chiedeva la carità. Carlo Bianchi, soprannominato Timian, è suonatore di violoncello e commerciante di zolfanelli. Verso la fine dell’estate accoglie nella sua casa Moja Luigi, celibe, nato a Frescarolo, dai furono Giacomo e Antelmi Angela, storpio nell’aspetto (4), e anch’egli rivenditore di zolfanelli. Il padre di Luigi è morto di colera nell’agosto appena trascorso. 

Nel grigiore dell’autunno emiliano Carlo sembrerebbe rappresentare un lume di buona speranza. Ma una grave caduta di condotta lo porterà alla morte, sotto l’insegna di un altro San Giovanni, il Battista Decollato. 

Un giorno, mentre il Bianchi è fuori città per lavoro, il Moja conosce Demaldé Domizio. E’ il fratello del nonno del mio bisnonno. Figlio di Giuseppe e Angela Stecconi è stato battezzato nella Collegiata di San Bartolomeo a Busseto sabato 12 maggio 1804: padrino e madrina portano cognomi importanti nella cittadina, Giuseppe Viola di Francesco e Alba Viola di Giulio (5). Il Demaldé è amico di Carlo e abituale frequentatore della casa. In quel primo incontro Luigi Moja viene a conoscenza che il Domizio, anche lui zolfanellaio, porta sempre con sé una certa quantità di denaro in oro e argento, frutto di risparmi e privazioni. 

Tornato il Bianchi a Busseto, il Moja racconta all’amico della visita del Demaldé e della scoperta del suo denaro e Carlo, che già sa delle monete di Domizio, si lascia trascinare con lui in un empio progetto. 

Il 5 novembre Domizio, che abita fuori Busseto, si ferma a pranzo a casa di Bianchi perché l’indomani, come ogni martedì, programma di recarsi al mercato per vendere la propria merce. A tavola il Bianchi fa credere al Demaldé che quella stessa sera dovrà assentarsi per andare a suonare il violoncello in un luogo detto la Colombarola e Domizio allora chiede di poter dormire nel letto al suo posto. Carlo glielo concede ben volentieri. Intorno alle sette di sera, dopo aver cenato con polenta insieme agli amici, il Bianchi preso il violoncello esce dalla stanza fingendo di andare al concerto. Il Demaldé invece si infila nel suo sacco e si corica sul giaciglio. Il Moja, sdraiato vicino alla preda, finge di dormire, e dopo aver atteso che il malcapitato fosse immerso nel sonno, chiama il complice che nel frattempo si è munito di un grosso pezzo di legno. Entrato nella camera da letto, il Bianchi colpisce con estrema forza, per tre volte, la testa del Demaldé riducendolo in fin di vita. 

A quel punto il Moja suggerisce di distruggere ogni traccia del delitto bruciando l’intero corpo della vittima sul focolare del camino nella cucina attigua. Il Bianchi, approvato di nuovo il satanico consiglio, dopo aver posto delle fascine sul focolare aiutato dal Moja, trascina il Demaldé verso l’altra stanza tirandolo per i piedi e quando il malcapitato, semivivo, cerca di aggrapparsi agli stipiti dell’uscio, lo prende per le mani. Posto alla fine il corpo dell’amico bocconi sulle fascine, Carlo accende il fuoco, alimentandolo in seguito con altra legna. Domizio brucia e si consuma fino alle 4 del mattino, mentre i due complici, spartito il suo denaro, riposano stanchi sullo stesso letto dove il Demaldé è stato colpito a morte. 

Con Sentenza della Sezione Criminale della Corte Regia di Parma del 20 febbraio 1857 confermata dalla Suprema Corte Regia di Revisione il 23 marzo 1857, Bianchi Carlo e Moja Luigi vengono dichiarati colpevoli del crimine di assassinio qual mezzo a commettere furto in danno dell’ospite Demaldé Domizio, e vengono condannati alla pena di morte ed alle spese in solido. 

L’esecuzione della Sentenza capitale avviene nel giorno sabato 28 marzo 1857 alle ore 11 antimeridiane nel baluardo di San Francesco a Parma. 

Il preciso racconto di questa incredibile storia ci è fedelmente tramandato dal foglio volante firmato da Carlo Paita della Arciconfraternita del Santissimo Nome di Gesù della chiesa di San Giovanni Battista Decollato in Parma, una comunità religiosa di via Cavestro dedita all’assistenza dei condannati a morte. Il giorno 26 marzo 1857 il Rettore invitava i confratelli a compiere il pietoso ufficio dell’accompagnamento spirituale di Bianchi e Moja(6). 

E’ opinione popolare tra i parmigiani della città che questi furono gli ultimi condannati del Ducato. In realtà altre persone furono giustiziate in seguito, ma il caso di questi due omicidi rimase impresso nei ricordi dei nostri avi molto più degli altri, tanto da assumere una certa unicità. 

La Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università di Parma chiese ed ottenne dall’Arciconfraternita, custode in diritto dei corpi dei giustiziati fino alla sepoltura, la cessione del Moia e del Bianchi per motivi di studio e di istruzione degli studenti. Le parti anatomiche sottratte furono elencate dal professore di Medicina Legale Carlo Cipelli e comunicati con lettera al prefetto di sagrestia don Francesco Tosi. Le rimanenti spoglie, chiuse nelle rispettive casse, furono rinviate ai religiosi per la tumulazione nel cimitero della Villetta (7). 



(1) Mario Concari, Bo’a nott, Bassi, 1995, p. 76-78. 
(2) Carlo Soliani, Nelle Terre dei Pallavicino, 1802-1860, Busseto, Biblioteca della Fondazione Cariparma, 2011. 
(3) Archivio Parrocchiale di Sant’Andrea di Busseto, Registro dei battezzati. 
(4) Il dettaglio è descritto nel libro di don Ferruccio Botti, La forca d’ Bretta, 1958, p.55. 
(5) Archivio Parrocchiale di Busseto, Registro dei battezzati. 
(6) Carlo Soliani, Nelle Terre dei Pallavicino, 1802-1860, Busseto, Biblioteca della Fondazione Cariparma, 2011. 
(7) Don Ferruccio Botti, La forca d’ Bretta, 1958, p.55-58. 

6 giugno 2018

I MISTERI DELL’ANTICO MULINO DI SCIPIONE PONTE: SULLE TRACCE DELL’IMPERATRICE AGELTRUDE


di Paolo Panni





Al confine tra le province di Parma e Piacenza, nel “cuore” del Parco dello Stirone, un luogo ormai dimenticato, ridotto a un rudere, ma con un storia importante alle spalle, accompagnata e arricchita da una serie di singolari misteri. Un mulino dalle origini molto antiche, abbandonato da decenni anni, testimonianza significativa e preziosa della civiltà contadina emiliana. 

Un luogo ben conosciuto a tanti salsesi e fidentini, come dagli abitanti dei territori vicinissimi della Val Ongina e della Val d’Arda. 

Ha sempre avuto, nel tempo, la funzione per la quale era stato costruito, vale a dire quella di mulino e di azienda agricola; è passato attraverso diverse proprietà e al suo interno, in passato, hanno vissuto numerose famiglie. Le mura poderose che ancora oggi, nonostante lo stato di abbandono, lo caratterizzano, rendendolo quasi simile a un fortilizio, ne rimarcano la storia antica e senza dubbio importante. 

Ignota la sua origine, ma è evidente che la stessa getta le radici a qualche secolo fa. Basti considerare che nelle carte del XV secolo viene già raffigurato e indicato come “Molinazzo”. E’ inoltre certo che da qui (allora era chiamato mulino “del Marchesetto”) partiva un canale (all’epoca il torrente Stirone era più alto) denominato “dei tre mulini” che collegava i vicini mulini di San Nicomede e quello di Laurano. Di questi tre mulini si hanno notizie già nel 1136 quando appartenevano al Monastero di San Giovanni che era posizionato fuori le mura di Borgo San Donnino dietro all'attuale municipio tra le piazze Verdi e Pontida. Occupava una vasta area che comprendeva l'intero isolato tra le due piazze e tutta l'area di Piazza Matteotti. Ancora oggi tutta quell'area viene chiamata Monastero di Giovanni. Tra l’altro nei pressi del mulino di Laurano sorgeva un lago in cui purtroppo, anni addietro, perse la vita un bambino. 

In quanto al “Molinazzo”, la sua storia è arricchita da un groviglio affascinante di misteri. Su tutti quello di un’anziana che, in più occasioni, nel tempo, sarebbe improvvisamente comparsa, vestita in abiti ottocenteschi, a persone della zona che si sono trovate ad aggirarsi nei pressi dell’antico, vetusto complesso. Non pochi sono i testimoni che asseriscono di averla incontrata e, cosa non di poco conto, lo affermano anche persone che non si conoscono tra loro (e quindi non potrebbero nemmeno essersi in qualche modo messe d’accordo) descrivendo particolari e dettagli che si accomunano tra loro. 

“Un amico – racconta un conoscente a chi scrive questo reportage – anni fa acquistò il mulino. Nelle sue visite alla proprietà, per ben due volte gli apparve una donna anziana in abiti da contadina di altri tempi (sottana lunga e larga, fazzoletto nero sul capo) che apostrofò il malcapitato amico con ‘siur sa vrì?’ (frase dialettale che significa ‘signore cosa volete?’) per poi spariee nell’ombra senza lasciare traccia. Dopo alcuni mesi – prosegue – stessa apparizione, stessa domanda e uguale impossibilità di rintracciare la donna. Sottolineo che l’amico era persona degna di fede, stimato commerciante, consigliere comunale sicuramente non dedito agli alcolici. Nel tempo altri accennarono a una figura con le stesse caratteristiche, vagante fra il mulino e il fiume”. Considerazione questa avvallata proprio da altre testimonianze analoghe di persone, residenti nei dintorni, che asseriscono di aver più volte avvistato, nei pressi del mulino, questa anziana vestita in abiti contadini, verosimilmente ottocenteschi. La donna, dopo fugaci apparizioni, sparirebbe puntualmente nel nulla. 

La vicenda si fa ancora più inquietante grazie alla collaborazione del salsese Giacomo Barbieri un cui zio, circa quarant’anni fa, trovò in passato un quadro raffigurante una vecchia, con un fazzoletto bianco in testa (non nero come invece affermano di vedere coloro che sono stati al centro delle curiose ed inspiegabili “apparizioni”), intenta a tagliare l’erba attorno a quello che potrebbe essere un mulino. Forse il mulino di Scipione Ponte da tutti conosciuto, in zona, come il “Mulinas”? La donna raffigurata è forse la stessa comparsa, in più occasioni e in tempi diversi, a chi si è avvicinato all’edificio? A rendere ancora più curiosa e inquietante la vicenda, il fatto che il quadro sia stato trovato misteriosamente, e fortuitamente, in un campo a ridosso dello Stirone, dal versante del Monte Combu, da uno zio come anticipato, che andava all’epoca alla ricerca di gamberi nel torrente. Un quadro che tuttora si conserva in un’abitazione di famiglia, nei pressi di Salsomaggiore, protetto da una cornice di pregio e accompagnato da tutta una serie di interrogativi: chi lo ha dipinto? Chi e cosa raffigura? Chi lo ha smarrito e come mai era finito proprio in un campo? Forse qualcuno lo aveva piazzato appositamente lì? Diversamente come poteva esserci finito? Infine, chi lo ha realizzato visto che non contiene alcuna firma del suo autore e nessun segno che possa ricondurre allo stesso? Tutte domande che, in quasi mezzo secolo, non hanno mai trovato una risposta. La famiglia che ne è divenuta proprietaria lo ha sempre considerato inquietante, come ammesso dallo stesso Barbieri, ma nessuno se ne è mai voluto disfare, un po’ per paura e un po’ per il timore che possa raffigurare qualche antenato. 

Da tempo, quando si parla del “Mulinas” la gente che lo conosce dice che “in quel luogo ci si sente” a dimostrazione del fatto che i fatti singolari, inquietanti e spesso inspiegabili che lì si sono verificati sono diversi. 

Ma i misteri non si esauriscono qui. E’ infatti lecito supporre che, in qualche modo, almeno nelle sue origini più remote, il luogo faccia parte della serie di mulini (in tutto dovrebbero essere sette) realizzati, nel tratto compreso proprio fra Scipione Ponte e Pozzolo di Bore, fondati dall’imperatrice longobarda Ageltrude. Quest’ultima, figlia del principe Adelchi di Benevento, andò in sposa a Guido III Duca di Spoleto e successivamente imperatore. Sia il marito che il figlio Lamberto II morirono prematuramente (il figlio misteriosamente durante, si dice, una battuta di caccia nei pressi di Marengo), e lei, imperatrice del Sacro Romano Impero dall’891 all’984, passata alla storia anche per il cosiddetto “Sinodo del cadavere” (vale a dire il surreale processo a carico del defunto papa Formoso, che lei aveva in odio ritenendolo traditore dopo che aveva incoronato uno straniero, Arnolfo di Germania, non riconoscendo come imperatore suo figlio Lamberto), passò gli ultimi trent’anni della sua esistenza ritirandosi a vita religiosa, prima nel monastero di Natabene in Camerino e poi in quello di San Nicomede in Fontana Broccola, vale a dire l’attuale Salsomaggiore. 

In pratica fondò, laddove oggi sorge la pieve romanica di San Nicomede (edificio di origine carolingia) il monastero in cui visse dando vita anche ad altre realizzazioni, compresi i già citati sette mulini. Ignota e misteriosa è la fine di Ageltrude. C’è chi sostiene sia stata sepolta proprio nei pressi di San Nicomede mentre una leggenda vuole che sia stata sepolta a Varsi. Sembra anche che sia stata inumata in un sarcofago in oro, mai ritrovato. Realtà o fantasia? Difficile dare una risposta, fatto sta che di lei non si conoscono né la data né le cause della morte e non è mai stato ritrovato il luogo della sua sepoltura. L’ultimo documento che la riguarda è datato 923, si tratta di un atto testamentario dal titolo “Olim Imperatri(s) Deo Devota Ancilla Christi” in cui dispone parte dei suoi beni a favore dell’altare di San Remigio della cattedrale di Parma, accanto al quale si trova la tomba del marito Guido. 

Se quelle antiche mura del “Mulinas” potessero parlare, cosa potrebbero rivelare dell’imperatrice e di tante vicende di cui sono state dirette o indirette testimoni? Chi è la misteriosa e anziana signora che in più occasioni e a più riprese sarebbe comparsa a chi si è aggirato nei pressi del luogo? Cosa e chi rappresenta il misterioso, anonimo quadro trovato, meno di mezzo secolo fa, in zona? 

Tutte domande che ad oggi non trovano una risposta e che rendono affascinante e singolare il groviglio di misteri che si intrecciano attorno a questa antica frontiera longobarda . 


Fonti bibliografiche e sitografiche 



it.wikipedia.org 

“Ageltrude: dal Ducato di Spoleto al cuore del Regno Italico” di Paola Guglelmotti (Reti Medievali, rivista 7, 13, 2 – 201) – Il patrimonio delle Regione: beni del fisco e politica regia tra IX e X secolo” a cura du Tiziana Lazzari, Firenze University Press 

S.Panizza "misteri di parma" volume 2. Tipografia Mattioli 2016







Si ringraziano Giacomo Barbieri, Roberto Mancuso e Stefano Panizza per la fondamentale collaborazione. 

Le foto sono di proprietà dell’autore dell’associazione Emilia Misteriosa; quella del quadro è stata gentilmente concessa da Giacomo Barbieri. L’immagine dell’imperatrice Ageltrude è tratta dal sito culturaitalia.it.

24 maggio 2018

MENTA, IL PICCOLO BORGO SALVATO DALLA MADONNA


di Paolo Panni


“Gli abitanti di Menta Ringraziano la Madonna del Carmine di essere rimasti illesi il 16 luglio 1944 quando la frazione è stata bruciata”. E’ sufficiente leggere un cartello con questi brevi, ma chiari, contenuti posti all’ingresso di un piccolo borgo per decidere di approfondire la visita e cercare di saperne qualcosa in più; per intuire come, ancora una volta, storia e mistero possano intrecciarsi andando a rispolverare pagine del passato e, allo stesso tempo, porre interrogativi su una vicenda dagli aspetti intrisi, appunto, di mistero. 

Il borgo in questione, ai confini del Parmense, è quello di Menta. Un gruppo di case, per altro suggestivo nella sua semplicità, posto a due passi da Santa Maria del Taro, in Comune di Tornolo. Un luogo dove l’aria della montagna, ricca di boschi, è spesso impreziosita dai venti provenienti dal mare. 
La data, 1944, non lascia praticamente dubbi sul fatto che gli accadimenti siano relativi alla seconda guerra mondiale e al periodo successivo all’8 settembre 1943. Periodo in cui era molto attiva, specie sui colli come questi, la lotta partigiana. 

Grazie alla collaborazione di Giacomo Bernardi, storico della vicina Borgo Val di Taro è stato possibile approfondire quanto accaduto in questo angolo di Appennino negli ultimi mesi del secondo conflitto bellico. 

Nel giugno 1944, i partigiani avevano liberato l'intera valle ed era nato il Territorio Libero del Taro. I tedeschi cercarono con diverse puntate di liberare la valle stessa. Tentativi tutti respinti: il 30 giugno battaglia della Manubiola, l'8 luglio, scontro a Grifola. Il 10 luglio nuovo tentativo dei tedeschi che in quella occasione arrivarono da Chiavari, attraverso il Bocco e si fermarono a Santa Maria del Taro. Il giorno dopo avanzarono verso Bedonia, ma a Pelosa caddero in una trappola e lasciando sul terreno 34 morti (7 tra i partigiani). I tedeschi non esitarono a vendicare la dura sconfitta. Catturarono infatti e uccisero numerosi civili a Castagnola, a Casa Strinata, a Pelosa, a Giuncareggio, a Varviaro, a Cerosa Lazzini, a Pianazzo (dove vennero fucilati ben 8 civili). “Nel mio libro ‘1944: quel luglio di sangue’ – spiega lo stesso Giacomo Bernardi - elenco tutti i fatti accaduti. A proposito di Menta, scrivo: ‘In località Menta, dove gli uomini sono tutti fuggiti, restano soltanto le donne, alle quali vengono concessi pochi minuti di tempo per portare fuori dalle abitazioni l’essenziale. Subito dopo viene dato fuoco all'intero villaggio. La squadraccia si porta quindi a Pianazzo dove vengono uccise sette persone’. Quindi in quel luglio vennero uccisi molti civili in varie località di Santa Maria. A Menta i tedeschi non trovarono uomini e quindi non uccisero. Quella lapide – conclude lo storico - credo voglia ricordare quei fatti, ossia che ovunque attorno i tedeschi uccisero, a Menta no. Solo perchè non trovarono uomini”. 

Ecco dunque spiegato il motivo della lapide posta all’ingresso del villaggio di Menta dove non restano segni visibili dell’incendio, ma resta il ricordo, specie nei più anziani. Ricordo dove la storia è quella, chiaramente, della seconda guerra mondiale. Il mistero è quello di una possibile grazia mariana. Da subito, infatti, il fatto che i residenti siano rimasti comunque illesi è stato attribuito a un miracolo della Vergine, al punto da indurli a realizzare un piccolo luogo di culto che, ancora oggi, è particolarmente caro ai pochi abitanti del luogo che ne hanno uno speciale e costante decoro. Oltretutto quello di Menta non è l’unico luogo dell’Emilia in cui, in tempo di guerra, sono accaduti fatti straordinari attribuiti all’intercessione della Vergine. “Scendendo” in pianura basti pensare a quanto accaduto a Zibello dove, un ordigno sganciato sulla centralissima piazza Garibaldi, rimase incredibilmente inesploso e, in questo caso si parlò, da subito, di grazia attribuita alla Madonna di Fatima, in onore della quale, la sera del 13 maggio di ogni anno si organizza una processione e, singolare è il fatto che da allora, il 13 maggio, anche quando al mattino o al pomeriggio le condizioni meteo sono state avverse, in serata le piogge sono sempre cessate. Fatti simili, attribuiti ancora all’intercessione della madonna di Fatima, accaddero anche sulla riva opposta del Grande fiume, a San Daniele Po. 

“Tornando” sui monti, ecco dunque questo fatto accaduto nella piccola Menta, attribuito alla Madonna del Carmine. Un fatto che, tra storia e fede popolare, scetticismo e tanti interrogativi, lascia comunque la vicenda avvolta nel mistero. 

Da evidenziare anche che, nel territorio di Tornolo, la Madonna del Carmine è particolarmente venerata. Lo dimostra l’esistenza, nella frazione di Tarsogno, del Poggio del Carmelo (va ricordato che la festa liturgica della Beata Vergine del Monte Carmelo e quella del Carmine sono la stessa cosa) a due passi dal quale sorge l’imponente santuario dedicato proprio alla Beata Vergine del Carmelo, realizzato nel 1833. Inoltre, in località Villa Berni, sorge una cappella dedicata alla Beata Vergine del Carmelo, datata 1836. 

Per quanto riguarda il borgo di Menta, va anche aggiunto, per chi si dovesse recare a visitare il luogo, che a pochi minuti di cammino, addentrandosi nel bosco, è possibile giungere al villaggio fantasma di Varviaro, paese rimasto completamente privo di abitanti da ormai diversi decenni. Non ci sono misteri particolari legati a questa località perduta, se non quello suggestivo e singolare dato dal silenzio profondo che regna tra i resti delle case in pietra, oggi avvolte e divorate dal bosco. 






FONTI BIBLIOGRAFICHE E SITOGRAFICHE 

“Il Museo dell’Emigrante. Tarsogno”, Edizioni Edicta 2006 



LE FOTO SONO DI PROPRIETA’ DELL’AUTORE E DELL’ASSOCIAZIONE EMILIA MISTERIOSA. PER UN LORO UTILIZZO E’ SUFFICIENTE CITARE LA FONTE 

SI RINGRAZIANO LO STORICO GIACOMO BERNARDI E L’AMICO ROBERTO SPAGNOLI PER LA PREZIOSA COLLABORAZIONE