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17 giugno 2015

A POLESINE PARMENSE, ALLA SCOPERTA DEL PAESE PERDUTO, DIVORATO DAL PO


di Paolo Panni




In questo servizio, ed è forse la prima volta, non vi parliamo di qualche “mistero” inteso nel vero senso del termine. Non ci sono né leggende né strani avvistamenti, non si parla di spiriti o entità né di anomalie particolari. Tuttavia nel vasto e magico mondo dei misteri riteniamo possano rientrare anche i luoghi perduti, sconosciuti o insoliti e, per questo, a modo loro “misteriosi”. Ecco quindi questo reportage alla scoperta del paese perduto, “divorato” dalle acque del Grande fiume. Per riscoprire e “rileggere” pagine di storia, per conoscere il passato delle terre del Po e dei Pallavicino, nel ricordo del professor Carlo Soliani, grande storico di Zibello, scomparso da alcuni anni, che allo studio della storia locale ha dedicato la sua intera esistenza lasciando pagine memorabili attraverso la serie di volumi dal titolo “Nelle Terre dei Pallavicino”. 

Andare alla scoperta della remota Polesine, quella che veniva chiamata Polesine di San Vito, ora si può. Grazie all’iniziativa di Stefano Barborini, esperto navigatore del fiume, fondatore e gestore del portale fiumepo.eu nonché membro del direttivo del circolo “Aironi del Po” di Legambiente. Dopo aver accompagnato una ventina di scolaresche del Parmense attraverso l’iniziativa “Scivolando lentamente lungo la corrente del Po” (patrocinata dalla Regione), ecco che per l’estate 2015 entra “nel vivo” questa nuova iniziativa in campo turistico e culturale, appoggiata dal Comune di Polesine Parmense. Per presentare il progetto, che prevede itinerari in barca nei giorni domenicali e festivi (oppure infrasettimanali previo accordo) si è tenuto un primo viaggio in barca, al paese perduto, alla presenza del sindaco Sabrina Fedeli, dello storico Gianandrea Allegri, dello chef Massimo Spigaroli (studioso e appassionato cultore di storia locale) e di Massimo Gibertoni, del circolo “Aironi del Po”. 

Un itinerario aperto anche ad Emilia Misteriosa per presentare, ai lettori, questa “chicca” del nostro territorio, un pezzo di storia “custodito” dal Grande fiume, dove le pietre e i mattoni “parlano”, narrando la storia di un popolo, dei nostri antenati. Storia che è stata illustrata, durante l’escursione, dal geometra Allegri, insigne studioso di storia locale, prezioso collaboratore per anni ed anni di attività del professor Carlo Soliani. Proprio al defunto professore ha dedicato le sue prime parole, emozionato come ogni volta che lo ricorda, ribadendo che la storia che si narra è quella contenuta nel terzo volume della collana “Nelle Terre dei Pallavicino” e la firma è appunto quella di Carlo Soliani. E’ giusto quindi far “parlare” chi la storia l’ha scritta e chi la riporta, Soliani e Allegri quindi. Ecco quindi, di seguito, quanto è stato reso noto:


"Il Po del periodo medievale era ben diverso da come lo vediamo oggi incassato almeno 4 o 5 m rispetto al piano di campagna. Allora scorreva, infatti, quasi in superficie vagando qua e la. Bastava che durante una delle frequenti piene un banco di sabbia ne ostruisse anche parzialmente l’alveo perché il fiume si spostasse, occupando terreni precedentemente coltivati o abitati. Ecco spiegato come nei primi secoli dello scorso millennio venissero eseguite delle cinte, cioè delle arginature, seppur modeste, a difesa degli abitati e dei circostanti terreni coltivati. Un sistema idrico al quale erano particolarmente interessati i Comuni delle città dalle quali i territori padani dipendevano, facendone curare agli abitanti la manutenzione e le eventuali riparazioni. 

Come è possibile riscontrare anche oggi nei corpi degli statuti vigenti nei primi anni del ’200. Conseguenze di questo comportamento del fiume erano repentine erosioni di abitati e di terreni coltivati al punto da cancellare di essi anche il ricordo. Un esempio di ciò è stato proprio Polesine! Nonostante, data la sua posizione in prossimità del Po, che ne aveva fatto un punto importantissimo per il controllo dei traffici sul fiume, luogo di riscossione del dazio della Longa, cioè del pedaggio che doveva pagare chi percorreva il fiume all’insù o all’ingiù con imbarcazioni trasportanti merci o persone, di quello del Porto, il dazio che doveva pagare chi attraversava il Po con merci o derrate. Ma questa vicinanza al fiume coi vantaggi economici che portava a chi ne aveva il dominio, aveva però il suo risvolto della medaglia: esponeva il paese ed il suo territorio e soprattutto i suoi abitanti alle conseguenze della volubilità del fiume. 

Per questo la storia di Polesine è costellata di erosioni, crolli e distruzioni. Da qui il mantenimento del termine villa o borgo nel migliore dei casi per l’identificazione del suo abitato. Cioè un agglomerato di case privo di fortificazioni. La costruzione della prima opera difensiva cioè della rocca risale ai primi anni del periodo di Rolando il Magnifico Marchese Pallavicino. E’ nel 1408 infatti che il marchese, forse a costruzione appena terminata, nomina Donnino di Sant’Andrea castellano della Rocca di Polesine che egli si impegna a costruire. Alla morte di Rolando il 5 febbraio 1547 i suoi feudi sono divisi tra i suoi sei figli e Polesine e Costamezzana toccano al peggiore di tutti: Giovan Manfredo, attaccabrighe sia coi fratelli che con lo stesso Duca e cogli emissari di questo, oltre che cogli stessi uomini di Polesine. Al punto di correre il rischio, nel 1477, di vedersi confiscare il feudo dal Duca e di indurre il fratello Giovan Francesco di Zibello ad interporsi col cancelliere ducale Cicco Simonetta per scongiurare questa eventualità, nonostante il comportamento tenuto nei suoi confronti da Giovan Manfredo durante la successione di Rolando il Magnifico, loro padre. 

E neppure la richiesta al Duca di poter allargare la cinta muraria del castello per costruire al suo interno una chiesa dedicata alla Madonna a Dio Onnipotente e ai Santi Vito e Modesto in modo da qualificarsi come religioso e pio, era servita a riguadagnare la sua fiducia, ne aveva fatte troppe. Però questa richiesta ci consente di attribuire a lui la costruzione di quei muri di fortificazione riaffiorati al centro dell’attuale alveo del Po e quasi subito minati per evitare che finissero contro di essi le imbarcazioni che navigano sul fiume ed i loro frammenti trasportati alla testa del pennello sul lato sinistro del fiume un po’ più a valle della bocca di Ongina. Nei primi anni del ’500 il Po aveva mantenuto il suo alveo a nord del territorio di Polesine in prossimità di Brancere e Stagno Lombardo si sposta repentinamente verso sud giungendo a lambire prima le mura del castello facendole crollare e poi la stessa rocca, erodendo il terreno sotto le sue fondazioni fino a che, nell’inverno del 1547, essa si afflosciò repentinamente su se stessa. 

Poi l’erosione continuò, facendo crollare, nei primi anni ’50, anche la chiesa costruita da Giovan Manfredo. Poi il fiume parve quietarsi e per più d’un centinaio d’anni la vita riprese: una nuova chiesa fu costruita più a sud in una posizione che pareva essere più sicura. Attorno ad essa sorsero le nuove abitazioni degli uomini del feudo e i palazzi dei tre rami dei marchesi Pallavicino di Polesine: il Palazzo delle Fosse del ramo di Vito Modesto, quello delle Due Torri di quello del cardinale Ranuzio nonché il “Casino” già dei Pallavicino di Lombardia poterono essere considerati fuori pericolo. Però agli inizi del Settecento il fiume si spostò ancora a sud facendo crollare la nuova chiesa e mettendo in serio pericolo il Palazzo delle Fosse, col rischio, per Vito Modesto, di perdere la propria abitazione. Ma con la morte del cugino cardinale Ranuzio che gli lasciava in eredità il suo Palazzo delle Due Torri si risolse la situazione. Vito Modesto fece appena in tempo a trasferirvisi che il suo Palazzo delle Fosse crollò miseramente durante una piena autunnale. Una decina di anni fa sull’isola davanti all’Antica Corte Pallavicina affiorarono dalle sabbie alcuni grossi blocchi di muratura, sicuramente parte dell’antico Palazzo delle Fosse. Dato che il ricco cardinale gli aveva lasciato anche una notevole quantità di denaro, Vito Modesto volle costruire a sue spese la chiesa con la speranza che essa fungesse da catalizzatore per la formazione del nuovo paese, onde evitare che la popolazione scoraggiata si trasferisse nei vicini feudi di Zibello e Busseto. Nel 1731 il marchese Vito Modesto passava a miglior vita, lasciando suo erede universale il “ventre pregnante della moglie” nella speranza della nascita di un maschio in grado di succedergli alla guida del feudo. Però nacque una femmina, alla quale fu dato il nome di Dorotea, in grado di ereditare i beni allodiali, ma non di succedere al padre nel governo del feudo che era una prerogativa esclusivamente maschile. Così il feudo di Polesine in mancanza di un legittimo titolare, fu incamerato alla Camera Ducale e da questa ceduto, insieme al feudo di Borgo San Donnino, alla duchessa Enrichetta d’Este, vedova del duca Antonio Farnese, a compensazione della sua dote matrimoniale che la Camera stessa, a corto di liquidi, non era in grado di renderle in contanti. Ma l’erosione del Po per altri cinquant’anni continuò a perseguitare Polesine. Anche il Pretorio costruito dalla Duchessa Enrichetta finì nel fiume, insieme a diverse case che si erano salvate in passato. Il ricordo di ciò è stato ben rappresentato su una mappa a volo d’uccello magistralmente redatta dal tecnico di Polesine Giovanni Ghelfi, con la relativa indicazione dell’anno di crollo dei vari fabbricati tra il 1816 e il 1873. Mappa ora esposta nel Comune di Polesine. Unico Palazzo a salvarsi fra tutti fu il palazzo delle Due Torri (l’odierna Antica Corte Pallavicina), insieme alla vicina chiesetta dedicata alla Madonna costruita dalla marchesa Dorotea negli ultimi decenni del Settecento, in squisito stile neoclassico”. 

Chi fosse interessato ad andare alla scoperta del paese perduto può sempre contattare il numero 3385951432 (Stefano Barborini). Inoltre, mettendosi in contatto con la nostra associazione, è possibile abbinare, all’opportunità dell’escursione in barca, anche quella di andare alla scoperta dei misteri (e sono tanti) e delle leggende che riguardano la zona di Polesine e Zibello (info al 3402499355). A tutto questo val la pena aggiungere che gli antichi edifici di Polesine di San Vito non sono gli unici, nell’area Parmense, ad essere stati spazzati via dal Grande fiume. Dal Po, come si evince anche dal libro “Castelli Parmigiani” di Guglielmo Capacchi (Silva Editore) sono stati divorati anche Polesine Manfredi (che sorgeva nei dintorni di Roccabianca), il castello di Stagno di Roccabianca e quello di Torricella (con la cappella di San Giovanni al suo interno). Addirittura non si sa con precisione dove si trovasse Rezinoldo (o Arzenoldo), che sorgeva comunque nei pressi di Roccabianca e sempre a ridosso di Roccabianca esisteva l’abitato di Tolarolo, ancora oggi “ricordato” nelle denominazione di una via e in alcuni poverissimi resti.



SI RINGRAZIANO STEFANO BARBORINI PER L’INIZIATIVA AVVIATA E PER L’ACCOMPAGNAMENTO AD UN LUOGO DOVE, DIVERSAMENTE, NON SI SAREBBE POTUTI ARRIVARE, E IL GEOMETRA GIANANDREA ALLEGRI PER LE PREZIOSE INFORMAZIONI E LA DISPONIBILITA’ DIMOSTRATA.

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