26 marzo 2018

DA CHIESA A CARCERE, FINO ALL’ABBANDONO – OTTO SECOLI DI STORIA, E MISTERI, NEL CUORE DI PARMA


di Paolo Panni






Nel centro cittadino di Parma uno straordinario monumento gotico che, in otto secoli, ne ha viste davvero, di cotte e di crude. Nata come chiesa, poi violata dalle truppe napoleoniche divenendo addirittura carcere, per poi finire nell’abbandono. Quella di San Francesco del Prato è una delle primissime chiese francescane del Nord Italia, costruita solo pochi decenni dopo la morte di San Francesco d’Assisi. Il Poverello, come noto, morì nel 1126 e l’avvio dei lavori per la costruzione di questa grane chiesa avvenne, stando alle cronache, nel 1248 circa. 

Il tutto grazie alla generosità e alla devozione dei parmigiani che, a suon di offerte, arrivarono a permettere la realizzazione di questo edificio, più grande anche del vicino Duomo. Ci fu, proprio nel periodo della sua erezione, una sorta di competizione edilizia tra congregazioni ed ordini ecclesiastici, con la costruzione dei  conventi di San Luca degli Eremitani, nel 1227, di San Pietro Martire dei Domenicani nel 1245, di San Domenico, di San Giovanni Battista e del monastero dei Servi di Maria. 

E’ noto che nella progettazione di questi luoghi, tanto più quelli di carattere gotico, niente è lasciato al caso, né la scelta dei caratteri e degli stili estetici né men che meno la localizzazione. Partendo proprio da questa ultima è facile notare, carte geografiche dell’epoca alla mano, come unendo questa chiesa agli altri e principali monasteri di quel periodo si formi un perfetto rettangolo aureo. Un legame profondo, e misterioso, anche col Battistero (uno dei principali monumenti cittadini). 

Infatti partendo dall’affresco dedicato a San Francesco situato nel Battistero, attraversando il Battistero stesso e prolungando una linea immaginaria verso l’esterno si arriva esattamente, guarda caso, all’ingresso della grande chiesa di San Francesco del Prato, realizzata su un’area (un prato) in cui fin dall’epoca longobarda si realizzavano mercati, fiere e feste cittadine. 



Non mancano i misteri nemmeno a carico del grande rosone centrale, che impreziosisce la facciata, opera di Alberto da Verona che lo realizzò nel 1461 . Il suo diametro, escludendo la cornice in cotto, è di 3 metri e 27 centimetri: esattamente la misura di una pertica di terreno parmigiana. Sono inoltre sedici i raggi che lo compongono. Un numero, il sedici, che non può certo passare inosservato e che per gli occultisti medievali significa rappresentare la dimora del Creatore. Sedici è considerato un numero ambivalente, simbolo delle avversità, che possono essere benefiche quando portano ad un cambiamento costruttivo, ma anche negative quando portano l’individuo alla caduta verso la distruzione. 

La riduzione del sedici lo mette anche in rapporto con il numero Sette (16 = 1+6 = 7) e dunque con la perfezione. Come prodotto invece della moltiplicazione del numero Quattro per se stesso (16 = 4 x 4) rappresenta la cifra della realtà concreta e della terra. Può portare al pericolo di un accestivo attaccamento e radicamento. In questo caso il numero sedici incarna l’orgoglio, le prove della vita, la formazione attraverso gli insuccessi e le disillusioni. Altro significato è quello del  potere materiale. È considerato il numero finale dell’emanazione, e secondo Abellio, rappresenta l’Incarnazione completa. Per R.Allendy, invece, questo numero simboleggia  “il ruolo del Karma 6 nell’unità cosmica 10. Questo ruolo consiste in creare una corrente di evoluzione (1+ 6= 7) ma verso due direzioni opposte, così che, di per sè, il numero pari a 16, è incapace scegliere”. Come prodotto di 2 per 8, è l’evoluzione positiva che conduce alla liberazione karmica, o l’evoluzione negativa che porta a una sequenza crescente nei cicli naturali. 

 Va anche ricordato, e le numerose tombe che oggi si possono chiaramente notare sulla pavimentazione ne è la chiarissima conferma, che la chiesa di San Francesco fu anche scelta come  ultima dimora delle maggiori famiglie parmigiane: vi furono infatti sepolti esponenti dei Rossi, dei Sanvitale, dei Terzi degli Arcimboldi, dei Meli Lupi e degli Aldighieri (la famiglia cui apparteneva anche Dante Alighieri). Con cura e attenzione si è scelto anche l’orientamento del sacro edificio. Infatti dal rosone entrano i raggi del tramonto del solstizio d'estate, mentre l'abside “punta” la luce dell'alba del solstizio d'inverno. Orientata quindi per accogliere le stagioni dell'anno, e costruita come numerose chiese gotiche per parlare la lingua della mistica, ma anche dell’occulto. 

In questo luogo sono anche stati avviati alla vita religiosa francescana personaggi significativi come fra' Salimbene de Adam, uno dei più importanti cronisti e storici del Medioevo, e il beato Giovanni Buralli, Ministro generale dell'Ordine (1247-1257). Fu anche sede di uno Studium Generale dell'Ordine minoritico e tale continuò ad essere anche quando, con la divisione dell'Ordine, rimase ai Frati Minori di tradizione conventuale. Infatti vi insegnò anche il famoso teologo scotista Bartolomeo Mastri da Meldola, il riformatore dell’Accademia degli Imperfetti. Nel periodo in cui fu destinata a carcere vi prestò il proprio apostolato anche il venerabile padre Lino mapuas, molto caro al cuore di tantissimi parmigiani. 

Purtroppo dopo essere stata utilizzata, per secoli, secondo la sua funzione originaria, quindi quella di chiesa, la grande basilica subì, e non poco, i radicali mutamenti della storia. Fu un vero e proprio scempio quello protratto dalle truppe napoleoniche che la depredarono di tutto, a partire dal coro ligneo intarsiato per proseguire con l’organo e tanto altro. In seguito alle soppressioni napoleoniche del 1800 fu quindi trasformata in carcere (e lo rimase fino al 1993) e così vennero rovinati pesantemente, e in larga parte cancellati, i preziosi affresco quattrocenteschi di artisti quali   Jacopo Loschi e Bartolino de’ Grossi: due dei maggiori pittori emiliani del Quattrocento. 


Il suo interno, proprio per crearvi la struttura carceraria, fu pesantemente modificato, con la divisione in piani, settori e la creazione di celle e di una falegnameria. Quest’ultima fu ricavata nella navata centrale. Non fu risparmiato nemmeno il cinquecentesco campanile, divenuto a sua volta sede carceraria. Nelle sue celle venne imprigionato anche Gaetano Bresci, l’anarchico che uccise re Umberto Primo. 

Nel carcere vennero rinchiusi, in tempi diversi, anche il giornalista e scrittore Giovannino Guareschi, Renato Vallanzasca e, negli anni Ottanta del Novecento il terrorista Paolo Ceriani Sebregondi (condannato all'ergastolo per l'omicidio, nel 1978, di Carmine De Rosa, responsabile del servizio di sorveglianza della Fiat di Cassino, e per la strage di Patrica - in Ciociaria - in cui furono ammazzati il giudice Fedele Calvosa e due agenti: l'autista Luciano Rossi, di appena 24 anni e l'agente di scorta Giuseppe Pagliei, di 29), che nel 1980 riuscì ad evadere calandosi dai tetti. 

Nel carcere attiguo alla chiesa, dopo l’8 settembre 1943, vi furono rinchiusi anche   partigiani, ebrei, ex prigionieri alleati e renitenti, uomini e donne prelevati dalle loro case o catturati sui monti e nelle campagne, in attesa che venisse decisa la loro sorte. Il 13 maggio 1944 i bombardieri alleati, durante un’incursione aerea, colpirono un’ala dell’edificio e approfittando della varco che si era aperto nella cinta muraria, numerosi prigionieri riuscirono ad evadere. 

Nell’estate di quello stesso anno vi furono fucilate anche tre guardie carcerarie, vale a dire  Gennaro Capuano, Enrico Marchesano, Giuseppe Patrone, per aver operato clandestinamente in contatto con la Resistenza. La Brigata Nera, dopo averli arrestati, costrinse i loro stessi colleghi a formare il plotone d'esecuzione. Il loro sacrificio è ricordato in una targa posta all’esterno della struttura insieme a quello di Lodovico Freschi, commissario di polizia della Questura di Parma caduto anch’egli per la libertà.

Il carcere rimase attivo sino al 1992 quando fu trasferito in via Burla. Da allora si trova in abbandono, come la chiesa. Un gioiello gotico, quest’ultimo, per il quale si sta ora aprendo una nuova era. E’ stato infatti annunciato il suo prossimo restauro e il suo ritorno alla funzione originaria, quella di luogo di culto. Mentre per la struttura adiacente che ospitava il carcere è prevista la realizzazione di uno studentato. 
Emilia Misteriosa è in grado di presentare ai lettori le immagini sia della chiesa che dell’ex carcere grazie all’apertura avvenuta in occasione della Giornata di Primavera del Fai 2018.








FONTI SITOGRAFICHE




resistenza mappe.it







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7 novembre 2017

MARAZZINI DI VERNASCA – CRIMINI, ENIGMI E TRAGEDIE NEL BORGO FANTASMA


di Paolo Panni




Uno sparuto gruppo di umili case, sulla sommità dei colli che delimitano i confini tra Val d’Ongina e Val d’Arda. Un tempo abitato da gente laboriosa, che non conosceva soste o fatiche; oggi immerso in un silenzio quasi surreale, segnato profondamente dalle tragedie di cui, in passato, è stato teatro. E’ sufficiente, nei centri dei dintorni, incontrare i più anziani, chiedendo loro notizie circa vicende storiche legate al piccolo agglomerato di case, per sentirsi rispondere “lì sono successe molte disgrazie”. Parole più che sufficienti per destare la curiosità e la voglia di saperne di più, specie in chi vuole approfondire e conoscere misteri, enigmi e vicende meno note di un territorio.

Si può tranquillamente affermare che, per le sue modestissime dimensioni, il borgo è stato, nel tempo, al centro di una serie di tragici fatti, tutt’altro che invidiabili. Un record, di quelli che nessuno certamente vorrebbe eguagliare. Diverse morti tragiche hanno segnato la storia del piccolo centro collinare, oggi in completo stato di abbandono e di fatiscenza, vivo nelle memorie di chi vive nei dintorni proprio per i fatti funesti di cui è stato, suo malgrado, teatro. 

Il primo e più famoso fatto riguarda una ragazza, Lidia Gandolfi, staffetta partigiana che, come molti giovani di allora, fece i conti con la furia nazifascista. La sua unica colpa fu quella di aver cercato di portare un messaggio ad altri partigiani, nascosti sui colli vicini. All’epoca un motivo più che sufficiente per seviziare e uccidere una ragazza di 23 anni. Decorata di medaglia d’argento al valor militare, la sua storia è descritta in diverse memorie e pubblicazioni locali ed è inserita tra i 459 episodi di matrice nazista avvenuti in Emilia Romagna che costarono la vita a qualcosa come 2962 persone. Nata a Marazzini il 23 settembre 1921, dopo aver trascorso parte della gioventù ad aiutare il padre nel lavoro dei campi (erano in tutto 6 fratelli), fu uccisa, nel suo stesso paese natale, il 7 gennaio del 1945, mentre un’abbondante coltre nevosa copriva i colli e gli abitati. Staffetta disarmata, piccola vedetta di un immenso esercito che si adoperò per la liberazione dell’Italia, era stata inviata a Castell’Arquato affinchè riferisse, ai partigiani, dell’andamento delle cose. Ma sulla sua strada trovò i tedeschi, che la fermarono in località La Ciocca, catturandola insieme al cognato (che pare si trovasse casualmente su quella strada) e ad un giovane amico di appena 17 anni. Quest’ultimo tentò la fuga e fu subito ucciso, mentre il cognato, che era stato legato ad una inferriata, riuscì a liberarsi dandosi alla fuga. 

La sorte peggiore la ebbe la sfortunata 23enne che, tra le mura della sua casa, a Marazzini, fu violentata e seviziata, prima di essere uccisa. Non contenti, i tedeschi, abbandonarono il suo corpo fuori di casa, nella neve, seppellendola a testa in giù, come a volerla deridere dopo aver abusato di lei che, in tutti i modi, anche a costo della sua stessa vita, si oppose a rivelare il messaggio che aveva in serbo di portare agli altri partigiani. Questo le valse la decorazione con la medaglia d’argento al valor militare: “Staffetta partigiana in territorio controllato dal nemico – si legge nella motivazione dell’onorificenza – diede numerosi esempi di valore, astuzia e sangue freddo. Durante un duro rastrellamento, si offriva spontaneamente di recare un importante ordine di operazione ad un lontano distaccamento della sua formazione. Intercettata una prima volta da una pattuglia tedesca, non desisteva dal suo compito e proseguiva coraggiosamente verso la destinazione che le era stata indicata. Fermata una seconda volta, veniva sottoposta a sevizie perché rivelasse lo scopo della sua missione. Poiché continuava a tacere, veniva barbaramente uccisa con un colpo alla nuca e abbandonata sulla neve. Più tardi, sul suo corpo recuperato dai familiari, veniva rinvenuto il messaggio che si era rifiutata di dare ai suoi carnefici. Eroico esempio di virtù femminile”. 

Un episodio tragico, passato naturalmente alla storia, ma non l’ultimo, purtroppo, per la sparuta comunità di Marazzini. Infatti, negli stessi anni, un’altra giovane di 23 anni morì, stavolta suicida, fra le mura della sua casa. Ignote le cause di una decisione tanto tragica ed estrema, ma certamente per arrivare ad un simile gesto non poteva che essere andata incontro a sofferenze personali, probabilmente molto intime. 

Ma non è finita, perché qualche anno più tardi, un’altra disgrazia, molto pesante, sconvolse la piccola località alle porte di Vernasca. Infatti, un bimbo di appena due anni (per altro legato da vincoli di parentela a Lidia Gandolfi), durante quella che doveva essere una giornata spensierata e divertente, precipitò improvvisamente in fondo a un pozzo, e per lui non ci fu nulla da fare. Un drammatico incidente di cui ancora oggi si parla, nella zona. Un fatto doloroso rimasto indelebilmente fissato, purtroppo, nella storia del piccolo borgo collinare.

Borgo, per il quale, dopo le morti violente delle due ragazze non è arrivata alcuna pace e il desiderio di vita tranquilla dei suoi abitanti è stato sconvolto da questo nuovo fatto tragico.

Nel tempo la piccola località è andata lentamente spopolandosi, ma dopo alcuni decenni di quella che si potrebbe definire una pace apparente, ecco che ancora la vita semplice di Marazzini è stata di nuovo movimentata da un doppio incendio che, tra il 2009 e il 2010, ha distrutto la casa in cui viveva l’ultima abitante locale, una ex insegnante lombarda che tra quei colli aveva trovato il luogo ideale per vivere. Ma di fronte al doppio rogo, anche lei dovette andarsene, lasciando nell’abbandono il piccolo villaggio.


Villaggio che oggi è un borgo fantasma; con le case ridotte ormai a ruderi, dove i suoni sono quelli del vento che fischia tra le fronde degli alberi e i muri cadenti, e di alcune vecchie lamiere che “stridono” incontrandosi. A “vegliare” su Marazzini sono rimaste alcune statue mariane, lasciate lì proprio dalla sua ultima abitante: una donna animata da una profonda fede che ha in qualche modo messo il borgo tra le mani di Maria, conferendogli un’aurea di misticismo, di soprannaturale e di suggestivo.


Un altro di quei luoghi dove è il silenzio stesso a farsi mistero; dove l’incredibile serie di fatti tragici che lo hanno sconvolto hanno il sapore di un grande enigma. L’enigma del villaggio che, a quanto pare, non deve essere abitato. Come in un sortilegio. Dove chi prova a viverlo pare destinato a non avere pace.



Ad aumentare i misteri e gli enigmi di Marazzini ci sono poi alcune testimonianze di persone, della zona e non, che hanno visitato il luogo, anche di recente, riferendo di aver osservato strane ombre aggirarsi tra la boscaglia e i ruderi e di aver udito lamenti e pianti provenire dai vecchi muri e dall’area in cui si trova il pozzo. Ancora una volta, anche nel rispetto delle testimonianze ricevute, non ci si sbilancia e non si spendono giudizi riguardanti la veridicità dei fatti che vengono indicati. Pur nella piena consapevolezza del fatto che, in questi casi, influiscono molto le emozioni e le suggestioni che ogni persona può avere, si può affermare che quella di Marazzini è una vicenda storica intrisa di arcani e misteri. 





FONTI BIBLIOGRAFICHE E SITOGRAFICHE





http://www.resistenzapiacenza.it/

Bollettino Storico Piacentino – Raassegna semestrale di storia, lettere e arte fondata da Stefano Fermi – luglio/dicembre 2003- Casi di Guerra di Angelo Cerizza 

SI RINGRAZIANO TUTTE LE PERSONE CHE HANNO FORNITO LA LORO PREZIOSA COLLABORAZIONE

LE FOTO SONO DI PROPRIETA’ DELL’AUTORE E DELL’ASSOCIAZIONE EMILIA MISTERIOSA, AD ECCEZIONE DELL’IMMAGINE DI LIDIA GANDOLFI TRATTA DAL SITO ANPI.IT. 

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