6 gennaio 2014

GLI AVVISTAMENTI DI MISTERIOSE SFERE DI LUCE NEI CIELI PIACENTINI HANNO PRECEDENTI INQUIETANTI



di Paolo Panni





Foto tratta dal sito Liberta.it


Nella parte finale del 2013 hanno tenuto banco, nel piacentino, i frequenti avvistamenti di oggetti luminosi, sferici, che hanno fatto ripetutamente la loro comparsa, specie sui cieli di Gropparello e dintorni. Una serie di eventi che sono tuttora all’attenzione del Centro Ufologico Nazionale e che fanno seguito a altri, analoghi, avvenuti nei mesi precedenti, specie in estate, in terra Parmense, sia nella Bassa che in collina e in montagna.
Mentre tanti, in tutta l’Emilia, continuano a chiedersi, incuriositi (ed anche un po’ intimoriti) che cosa siano questi oggetti che non pochi testimoni hanno potuto osservare anche in più occasioni, ecco emergere alcuni particolari storici, interessanti ed inquietanti.
Gli avvistamenti di Gropparello, ma anche della Val Trebbia, hanno dei precedenti storici.

Se ne parla diffusamente nel volume quarto delle “Tradizioni popolari piacentine” dedicato a “La fede, il mistero, l’occulto”, curato da Carmen Artocchini e pubblicato nel 2006 da Tep edizioni d’arte.
Nel volume si ricorda che a Fego, centro della Val Staffora, situato nella zona montana dell’Oltrepo Pavese (quindi, comunque, a due passi dal Piacentino), in passato (non vi sono purtroppo datazioni) si è più volte notata, dalla sommità del colle, una sfera infuocata che scendeva nel fondovalle per poi risalire sino a perdersi nel cielo.
Un altro precedente riguarda invece il territorio di Gazzola. In particolare il ricordo è legato ad una palla infuocata che descriveva un arco in cielo per poi tornare al punto di partenza, vale a dire il ponte della Magnana, nei pressi del Pilastrello. La gente del posto ne ero terrorizzata al punto che nessuno voleva passare in quel luogo e, se non si poteva farne a meno, non lo si effettuava mai da soli.
“Il particolare di globi di fuoco che si innalzavano nel cielo, accompagnati da versi di animali, grugniti, ecc. – scrive poi l’autrice – è presente anche nella tradizione argentina come ci ha riferito un informatore piacentino, ai primi del 1900 emigrato nella zona di Rosario. Qui era stato testimone di un fatto del genere in una località in cui si diceva fossero avvenuti feroci omicidi”.

Che cos’hanno in comune queste memorie del passato coi fatti recenti? Da che cosa sono solcati i cieli emiliani? Cosa sono queste sfere di luce? E’ quello che in tanti, e sempre di più, continuano a domandarsi.




Fonti bibliografiche e sitografiche



C.Artocchini, “Tradizioni Popolari Piacentine – La fede, il mistero, l’occulto”, Tep edizionio d’arte, 2006.

 
www.comune.gazzola.pc.it

www.vallestaffora.info

www.liberta.it 



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25 dicembre 2013

I SANTI SENZA TESTA


di Paolo Panni

 




Testimoniare la propria fede dando la vita. La storia del cristianesimo è piena di santi che, nel corso dei secoli, sono andati incontro al martirio a costo di non rinnegare il loro credo. E’ sufficiente attingere al “Martirologio Romano”, celebre libro liturgico la cui ultima edizione annovera qualcosa come 6538 voci, per venire a conoscenza di quanti santi hanno perso la vita per fede, nei modi più diversi ed atroci. Uno dei più terribili e sanguinosi è certamente quello della decapitazione. Un tipo di pena di morte, va subito evidenziato, che era assai in voga sia tra gli antichi egizi che tra i romani. Lungo è l’elenco dei “santi senza testa”: uno su tutti, forse il più celebre, è Giovanni Battista, una delle più eminenti figure dei Vangeli, la cui vita e predicazione sono fortemente legate all’opera di Gesù Cristo. Conosciuto anche come san Giovanni Decollato, figura a cui erano particolarmente legati i Templari (che gli dedicarono diverse chiese), proprio durante la sua predicazione condannò pubblicamente la condotta di Erode Antipa, che conviveva con la cognata Erodiade. A quel punto il re lo fece prima imprigionare, poi, per compiacere la bella figlia di Erodiade, Salomè, che aveva ballato ad un banchetto, lo fece decapitare. Altra notissima figura è nientemeno che quella di San Paolo Apostolo, decapitato secondo la tradizione il 29 giugno di un anno imprecisato (probabilmente il 67) in una località detta “palude Salvia”, a due passi da Roma. Luogo poi detto Tre Fontane, in seguito al prodigioso evento dei tre zampilli che sgorgarono quando la testa dell’Apostolo, una volta mozzata, rimbalzò tre volte a terra. Ci sono poi santi, a loro volta decollati, la cui esistenza è addirittura in dubbio, come san Giorgio e santa Caterina d’Alessandria, mentre tra le figure più leggendarie spicca quella di san Cristoforo, in molte raffigurazioni bizantine raffigurato come cinocefalo, vale a dire un essere mitologico dal corpo d’uomo e dalla testa, invece, di canide, con dimensioni il più delle volte gigantesche. Presenta tra l’altro caratteri molto comuni sia al dio egizio Anubi che a molti racconti di cinocefali; ma sarebbe anche un retaggio di culti pagani legati al moto astronomico di Sirio. Cristoforo, secondo quanto riporta la storia, subì il martirio per decapitazione in Licia, sotto Decio, nel 250. Di spicco poi un’altra celebre figura, quella di santa Barbara, il cui martirio iniziò con la flagellazione. Ma le verghe utilizzate, all’improvviso, si tramutarono in piume di pavone e così, per ovviare a questo “imprevisto”, si decise prima la tortura col fuoco e, quindi l’asportazione dei seni e la decapitazione, operata da Dioscoro, che subito dopo, morì fulminato. L’elenco è lungo e, fra i martiri decapitati più famosi spiccano anche i santi Felice e Fortunato, Cosma e Damiano, Maurizio e addirittura il santo degli innamorati, Valentino, patrono di Terni (la cui testa fu addirittura rubata e ritrovata 25 anni dopo). Spesso storia e leggenda si mescolano e così il mistero si infittisce. Tra le vicende più incredibili spiccano quelle di santi cefalori, che una volta subita la decapitazione hanno raccolto, con le loro mani, la propria testa trasportandola in cammino fino ai luoghi dove sono poi sorte le chiese che accolgono le loro spoglie.




Una di queste è la monumentale cattedrale di Fidenza, in Emilia, autentico gioiello del romanico parmense. Nella sua cripta si trovano i resti mortali di san Donnino Martire, patrono principale della città e della diocesi.






Fa parte, Donnino, dei martiri dei primi secoli del cristianesimo ed il suo culto è diffuso anche in diverse altre regioni italiane, oltre che all’estero. Tribuno romano alla corte imperiale di Massimiano, si convertì, insieme ai suoi compagni, al cristianesimo. Mentre era diretto verso Roma passando sulla via Claudia, o Emilia, fu raggiunto dai sicari dell’imperatore sulla riva del torrente Stirone. I soldati lo finirono mozzandogli la testa. Lui, secondo la tradizione, non oppose alcuna resistenza e, stese le mani, raccolse il proprio capo, attraversando il torrente e portandosi sulla riva opposta. Di fronte a quel fatto i suoi uccisori fuggirono atterriti e ci fu chi, vinto dal rimorso e dalla commozione si convertì. Il martirio avvenne il 9 ottobre, di un anno tra il 290 e il 295.




Per oltre un secolo il suo sepolcro rimase sconosciuto e venne rivelato in modo prodigioso. Fu ritrovato dopo che i fedeli della zona, avendo notato per più notti rifulgere di splendore una luce misteriosa sopra un terreno circondato da boschi, segnalarono i fatti al vescovo di Parma che si portò personalmente sul posto e, assistendo lui stesso alla comparsa di una luce sfavillante ordinò la realizzazione di scavi che portarono a ritrovare il corpo del martire con tanto di iscrizione, posta su una pietra tuttora conservata in cattedrale, che recita “Absconditus loculus Sancti Dominini Martyris Christi” (vale a dire “Questo è il sepolcro di San Donnino, Martire di Cristo). La vicenda biografica del santo, sempre raffigurato mentre porta in mano la propria testa, è per altro “narrata” dagli splendidi bassorilievi che spiccano sulla facciata del duomo.




Tante sono le grazie che gli vengono attribuite. Una su tutte quella che affonda le proprie radici alla seconda guerra mondiale. Infatti il 2 ed il 13 maggio Fidenza venne colpita da fortissimi bombardamenti aerei che distrussero il palazzo e la sede della curia vescovile, il seminario e numerose abitazioni poste a due passi dalla cattedrale, che rimase incredibilmente e prodigiosamente intatta.




La vicenda di san Donnino è simile a quella di San Miniato, ucciso durante la persecuzione di Decio intorno al 250 d.C. Fu anche lui decapitato e, secondo la tradizione, raccolse la propria testa e, oltrepassato l’Arno, salì lungo una collina morendo in un vecchio cimitero. Il colle è quello dove oggi sorgono la basilica dedicata proprio al martire ed il cimitero monumentale delle Porte Sante. A Pavia, in terra lombarda, si venera invece san Severino Manlio Boezio, grande filosofo, ministro di Teodorico, ucciso anche lui per la sua conversione al cristianesimo. Stando a quanto viene riportato pare che, una volta subita la decapitazione, prese la testa e, in cammino, la portò sino alla chiesa di San Pietro in Ciel d’oro, deponendola su un banco e mettendosi poi a pregare prima di morire. Tornando in terra toscana, per coloro che si recano in visita al museo diocesano di Pienza, non può certo passare inosservata la statua di un santo che tiene, come Donnino, la propria testa in mano, nell’atto di predicare. Si tratta di san Regolo, vescovo africano che subì il martirio a Populonia, sotto il re degli ostrogoti Totila. Spostandosi invece all’estero, ecco in terra transalpina, la vicenda di san Dionigi, il primo vescovo di Parigi. Anche lui decapitato durante il periodo imperiale romano; dopo il martirio camminò, con la testa in mano, fino al luogo dove venne poi edificata la splendida abbazia di Saint Denis, dove sono sepolti i re di Francia. Altro vescovo e martire che camminò con la propria testa fra le mani fu sant’Emidio, che subì la decapitazione ad Ascoli. Vicende analoghe riguardano altri vescovi come Eucario, Lamberto di Ligi, Nicasio di Reims, Regolo, Reverièn di Autun, Gaudenzio. Ma l’elenco dei santi “senza testa” non si ferma qui e prosegue con Albano di Verulam, Cutberto, Livario di Mez, Fortunato di Montefalco, Luciano di Beauvais, Mercurio, Osvaldo, Romano di Antiochia, Osith, Sativola e Gwenfrewi. Fra i più recenti, infine, gli 813 martiri di Otranto, recentemente canonizzati da Papa Francesco. Morirono nell’estate del 1480 mentre la loro città era assediata dagli ottomani del generale Gedik Ahmed Pascià. Il primo di loro a subire la decapitazione fu Antonio Primaldo, che subito dopo il martirio si alzò in piedi e vi rimase fino all’uccisione dell’ultimo suo compagno di gloria. 


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L’articolo di Paolo Panni è stato pubblicato sul numero 8 di Dicembre 2013 della rivista “Mistero”. Protetto da Copyright, viene pubblicato su questo blog per gentile concessione della redazione di “Mistero”, e degli amici Simona Gonzi e Ade Capone.