12 maggio 2016

MISTERI E LEGGENDE TRA LE ROVINE DELLA CHIESA VECCHIA DI BORLA

di Paolo Panni


Può essere considerata uno dei luoghi più misteriosi, oltre che leggendari, ma allo stesso tempo anche meno conosciuti, delle colline emiliane. Si tratta della “chiesa vecchia” di Borla, immersa nei boschi della Val d’Arda. Borla è una piccola, ridente frazione del Comune piacentino di Vernasca. Un gruppo di case attorno al “campanile” tra verdi colline, vigneti, campagne e corsi d’acqua dove la vita scorre tranquillamente, all'insegna della pace e della laboriosità. Il classico, ameno borgo di collina dove tutti si conoscono e dove ogni minimo fatto è destinato a “far notizia”.

Quando, agli abitanti del posto, si chiede della “chiesa vecchia” tutti rimandano, immediatamente, a vicende e fatti del passato e, come spesso accade, storia e leggenda si mescolano. Ma tutti sono di fatto d’accordo nell’indicarla tanto misteriosa quanto difficile da raggiungere. 

Quando chi scrive questo articolo, dopo ripetuti viaggi e camminate nei boschi, è finalmente riuscito a ritrovare i ruderi della vecchia chiesa, le “porte” del mistero si sono subito spalancate. “In questo bosco ci sono i fantasmi” è stata la prima considerazione che un signore, che vive a poche centinaia di metri dai ruderi del sacro edificio, senza alcun tentennamento, ha espresso. Naturalmente per chi si occupa di questi argomenti la curiosità si è subito intensificata. Nel corso del breve e cordiale incontro avuto sono emersi fatti senza dubbio curiosi. Il nostro interlocutore ha infatti riferito di oggetti che spesso si sono improvvisamente spostati, anche nella sua proprietà, ha parlato di voci e lamenti provenire dal bosco in cui i resti della chiesa si trovano e di strane luci avvistate nella notte. Considerazioni che, chiaramente, hanno fatto lievitare la curiosità anche a fronte del fatto che la persona in questione ha di fatto confermato, senza saperlo, fatti e racconti che altri residenti (ma anche persone che vivono in comuni dei dintorni e che hanno per vari motivi frequentato la zona) hanno riferito.

Tuttavia, prima di addentrarsi negli aspetti misteriosi che accompagnano questo leggendario luogo, è doveroso dare spazio a qualche notizia storica. 

Innanzitutto va evidenziato che le rovine della chiesa sorgono in mezzo a un bosco, fuori da qualsiasi sentiero, e quindi è molto difficile individuarle se non accompagnati da chi è esperto della zona. L’edificio era dedicato alla Santa Croce e, senza dubbio, è stato distrutto da un movimento franoso, anche se c’è chi sostiene (ed ecco emergere il primo mistero) che in realtà sia improvvisamente sprofondato nel terreno. Fatto, questo, che ci sembra decisamente improbabile e da ascrivere alla fantasia popolare. Mentre la frana sembra chiaramente essere la motivazione più plausibile. Sul posto, alla fine degli anni Novanta, vi è stata una attenta, importante e preziosa attività di studi e di scavi compiuta dall’Associazione Archeologica Pandora della Valdarda. Si è trattato, senza dubbio, di una delle più rilevanti e significative scoperte archeologiche compiute nel territorio della Valdarda, dopo la scoperta di Veleia. Come si può leggere anche sul sito docslide.it .

“Dopo oltre un anno di lavoro l’associazione ha potuto completare le prime operazioni di recupero relative al ritrovamento dei ruderi della Chiesa di Santa Croce, situata sul poggiolo che sovrasta la frazione dei Burgazzi in Val Borla, nel comune di Vernasca. Dell’esistenza di un antico santuario, costruito probabilmente in epoca medioevale, si narrava da sempre, e qualche traccia sommersa dalla vegetazione e dai dissesti del terreno sembravano avvalorarli. Seguendo tali indicazioni – si legge ancora - abbiamo avviato i primi saggi di scavo riportando alla luce alcune porzioni di fondamenta della Chiesa. Seguendo la prassi, ed alla ricerca di un qualificato sostegno all’opera di recupero, è stata coinvolta la Soprintendenza ai Beni Archeologici dell’Emilia Romagna, nella persona della responsabile di zona, la dott.sa Piera Saronio, con la quale l’associazione aveva già avuto modo di lavorare parecchio in passato, la quale dott.sa ha autorizzato le opere di scavo vere e proprie: da allora sono emerse le fondamenta originarie, apparse subito di dimensioni ragguardevoli, con parte di costruzione esterna e relativa pavimentazione. I lavori, in seguito hanno portato alla luce qualche reperto interessante, quali un anforina che conteneva una ventina di monete medioevali con datazioni dal 1220 al 1500 (presenti presso la sede dell’Associazione a Morfasso). I nostri storici sono già venuti a conoscenza di parecchi documenti riguardanti la Chiesa di S. Croce dei Burgazzi. La Chiesa di Santa Croce – si evidenzia - scomparve nel 1589, come risulta da documenti presenti nella nuova chiesa, sicuramente a causa di una grossa frana, che già la minacciava 10 anni prima, quando, Monsignor Castelli, in occasione di una visita pastorale effettuata il 20 agosto del 1579 per conto del Vescovo di Piacenza, descrive una chiesa malandata (nella zona absidale si notavano quattro crepe e il muro a sud minacciava rovina) e alcuni dipinti di cui si prescriveva il ripristino o l’imbiancatura. La Chiesa poteva contenere, a detta del Castelli circa 150 anime in piedi. Nel citare l’abitato attorno alla Chiesa, il documento sottolinea come la maggior parte delle abitazioni fossero presso l’edificio. Di queste non v’è più traccia. Forse la grande frana che è divallata più di quattro secoli fa, a sud della Chiesa s’è portato via tutto. Leggiamo la relazione della dott.sa Saronio: …In comune di Vernasca, a mezza costa in una zona boscosa sopra la frazione dei Burgazzi, all’altezza di circa 700 m, l’attività del Gruppo Archeologico Pandora della Valdarda ha portato all’identificazione e all’inizio dello scavo di una chiesa di origini medioevali. L’opera dei volontari – si legge - ha permesso di riportare in luce, verso valle, le fondazioni di un ambiente quadrangolare in pietre a secco di m.1,74 x 1,72, alla profondità ecc… Si studia il terreno per decidere dove è meglio cominciare gli scavi”.

Secondo alcune fonti la chiesa risalirebbe addirittura a prima dell’anno Mille. Oggi, come mostrano le immagini, non restano che pochi ruderi. Ma resta anche una croce, posizionata negli scorsi anni, con la seguente iscrizione latina “Heic ubi templum S.Cruci dicatum MDLXXXIX incolarum pietas vestigis inventis. Penitus vetustate corruit MCMXXX corposa sanctorum novo rito composuit”. Traducendo si può chiaramente leggere che la chiesa scomparve nel 1589 e che, con un nuovo rito, vennero seppelliti i corpi dei “santi” (aspetto su cui occorre porre qualche interrogativo) nel 1930. Che cosa si intende per “santi”? Può essere che la chiesa contenesse alcune reliquie poi traslate altrove o che, per “santi” si intendano comunque i resti dei corpi ritrovati sul luogo e, probabilmente, sepolti altrove. Come confermano anche non pochi residenti e conoscitori del luogo, nel corso degli anni, nell'area circostante la chiesa sono stati rinvenuti non pochi frammenti di ossa umane. Segno evidente del fatto che il sacro edificio ospitava, come spesso accadeva nelle chiese medioevali, anche sepolture. C’è chi dice che ne luogo siano stati sepolti, nei secoli passati, gli ammalati di peste al fine di tenerli lontani dal centro evitato ed evitare l’ulteriore diffondersi di epidemie, mentre secondo un’altra versione, qui si sarebbero rifugiati, in tempi remoti, esuli dalla Svizzera, forse perseguitati per motivi religiosi. A questo riguardo occorre ricollegarsi a un altro particolare, emerso dal colloquio con un residente. Ci è stato infatti riferito che, ormai doversi anni fa, era stato contattato un medium cremonese al fine di far luce su strani fatti avvenuti nel bosco. Il medium recatosi sul posto, riferì di aver “visto” persone, comprese donne e bambini, che in passato si rifugiarono nei pressi della chiesa vecchia ma vennero comunque uccisi da un gruppo di briganti. Alcuni sostengono che sul posto sia stata trovata anche una croce patente templare, ma di questo particolare non si ha alcuna conferma al momento. 

Un’altra vicenda, molto curiosa, emerge del racconto di un amico di chi scrive di cui, dietro sua precisa richiesta, rispettiamo l’anonimato. Si tratta di persona a noi ben conosciuta, nota per altro per la sua pacatezza e per l’equilibrio con cui affronta le varie situazioni della vita. Una storia, la sua, che risale a 29 anni fa, ma che ancora oggi è “scolpita”, ben chiara, nella sua memoria. Tutto si verificò una sera mentre si trovava appartato in auto con la fidanzata (divenuta poi sua moglie), in una stradina situata proprio a ridosso del monte su cui sorgono le rovine della chiesa. “Ad un tratto – riferisce – ho visto una luce brevissima e ho scorto, per pochissimi istanti, il paese del piccolo popolo, in una giornata bellissima e assolata. E’ durato poco ma mi ha lasciato una bellissima sensazione di serenità. Sono convinto – prosegue – di aver visto anche un essere simile e un folletto irlandese. Non mi sono mai drogato – precisa per doverosa chiarezza – sono astemio e in quel momento non eravamo nel vortice della passione sfrenata. Ero lucido e ben consapevole di tutto quello che stava accadendo. Finito di vedere quella luce, o quel che era, non ne ho parlato con la mia compagna e ricordo bene di aver cercato musica con l’autoradio. Abbiamo fatto due chiacchiere e solo più tardi le ho chiesto se aveva visto la collina come se fosse stata una giornata di primavera e anche lei mi ha subito confermato di aver vissuto la stessa esperienza. Anche lei, come me, era serena. Non ne abbiamo parlato molto, non eravamo spaventati, ma solo leggermente stupiti. Eravamo comunque sereni e calmi. Di tanto in tanto, ancora oggi, ci diciamo: ti ricordi di quella notte in cui abbiamo visto i folletti a Borla? Lo facciamo come se si trattasse della cosa più naturale del mondo. Mi manca tantissimo quel momento – aggiunge – e pagherei per riprovarlo”. Entrando ulteriormente nei particolari di quella nottata parla di un improvviso bagliore, che ha permesso a entrambi di vedere le colline fiorite e assolate, come in una stupenda giornata di primavera. Peccato che fosse notte, e per di più d’inverno. In più quella “personcina bassa” (così l’ha definita) che ha subito collegato al popolo che un tempo viveva tra quei verdi colli ma, soprattutto, tanta serenità: la stessa che ancora oggi lo pervade quando racconta quei fatti. 

Storie dunque di fantasmi o di folletti, di luci e voci nel bosco, ma anche di streghe. Sì perché a Borla si trova anche una vecchia quercia in un’area in cui, stando ai racconti e alle leggende popolari, venivano bruciate le streghe. Un ulteriore aspetto che rende affascinante e misteriosa la storia di questo lembo d’Emilia.


LE FOTO SONO DI PROPRIETA' DELL'AUTORE E DI EMILIA MISTERIOSA. 
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